Monthly Archives: febbraio 2011

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Parte oggi la campagna “Azioni del Buon Senso” e prende vita attorno alla “Giornata Mondiale della Terra – internet action 2011″, in perfetta sintonia con il tema dell’Earth Day 2011 (Billion Acts of Green) proposto dall’Earth Day Network.

Cosa sono le Azioni del Buon Senso?

Sono quell’insieme di azioni che ognuno di noi può compiere quotidianamente per dimostrare il proprio amore per la natura e per il Pianeta che lo ospita, o magari solo per risparmiare del denaro.

Sono azioni di buon senso perchè non è necessario avere un’etichetta per compierle. Non sono azioni di destra o di sinistra, non sono dettate da un’anima ambientalista, animalista, vegetariana o altro ancora. Sono solo frutto del buon senso.

Qualcuno dice che il buon senso si è perso. Noi vorremo dimostrare il contrario.

Vogliamo quindi lanciare una sfida: dedicare un po’ del tuo tempo a pensare cosa cosa ognuno potrebbe fare nel concreto della nostra quotidianità. Proviamo a definire un’azione che ci sentiamo in grado di portare avanti. Comunichiamola, via web utilizzando il modulo che trovi qui sotto, e poi iniziamo a metterla in pratica.

Con l’aiuto ed l’impegno di tutti dimostreremo che cambiare è possibile ed è possibile proprio partendo dalla quotidianità di ognuno di noi. Ci riusciremo perchè siamo convinti che esistono ancora persone di Buon Senso che rispettano la Terra con tutto quello che ci sta sopra.

Tutte le Azioni del Buon Senso saranno inviate all’Earth Day Network e incrementeranno le “Billion Acts of Green“.

Clicca qui per inserire la tua Azione del Buon Senso

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In questi giorni è partita la campagna pubblicitaria voluta dal Forum Nucleare Italiano. Questa nuova organizzazione vuole contribuire, come soggetto attivo, alla ripresa del dibattito pubblico sullo sviluppo dell’energia nucleare in Italia.

Il Forum vuole quindi essere un centro di promozione e divulgazione dell’informazione tecnico-scientifica sul tema del nucleare, che sia la più ampia, chiara, trasparente e accessibile, diffondendo idee, riflessioni, saperi in maniera semplice e comprensibile per tutti e dando spazio ad argomentazioni diverse per stimolare uno schietto confronto. (1)

Mi sembra di capiere che si voglia realizzare un luogo di discussione dove ognuno possa presentare le proprie posizioni tecnico-scientifiche sul nucleare argomentandole in modo chiaro, trasparente e accessibile. Un luogo imparziale dove ogni cittadino possa farsi una idea su questa fonte di energia.

Ma cos’è esattamente questo “forum”?

E’ una associazione che si propone, in particolare, di costituire un forum di discussione avente ad oggetto lo sviluppo dell’energia nucleare in Italia al fine di incentivare il progresso scientifico, tecnologico, industriale, economico e sociale del Paese.(2)

I soci fondatori del forum sono ENEL S.p.A. ed E.D.F. International S.A.(2). Marco Pagani, nel suo blog, illustra poi gli altri sostenitori del Forum: 9 su 19 sono multinazionali straniere.

Presidente del Forum Nucleare Italiano è Chicco Testa, Deputato del Partito Comunista Italiano ed ex Presidente di Legambiente. E’ stato Presidente del Consiglio di Amministrazione di ENEL.(3) Ora è sostenitore del nucleare.

Il forum, degno del proprio oggetto fondativo e dei soci fondatori, ha lanciato la sua campagna informativa per invitare i cittadini Italiani a partecipare alla discussione on line:

httpv://www.youtube.com/watch?v=R29l7GkBl64

(aggiornamento: Questo il video ufficale pubblicizzato dal sito del Forum)

Uno spot fazioso e apertamente pro-nucleare. Con questa premessa è chiaro che il forum difficilmente sarà un luogo di discussione imparziale ma diventerà un mezzo propagandistico in mando alle grandi lobby dell’energia. Per chi ama le tecniche di comunicazione consiglio di leggere il bel post pubblicato da BresciaPoint: Attenti a questo spot pubblicitario del Forum Nucleare.

Per questa campagna pubblicitaria si parla di una spesa complessiva di 300 milioni di euro di cui una parte certamente sarà pagata da Enel con i soldi delle nostre bollette.

Questo uno spot “alternativo” realizzato dal gruppo Media di Alternativa:

httpv://www.youtube.com/watch?v=xq8uk0UgA-U

Il problema è sempre quello, da vent’anni. La diatriba sul nucleare, portata avandi da destra e sinistra, è solo una gran messa in scena per mascheare altri interessi. Interessi economici di chi pensa di sfruttare una montagna di denaro pubblico.

Prima di parlare di fabbisogno energetico e di Nucleare perchè non proviamo a parlare di riduzione dei consumi?

Ad esempio i soldi spesi per questa campagna pubblicitaria (e quelli previsti per la costruzione delle centrali nucleari) potrebbero essere investiti per la realizzazione di un Piano Nazionale della Riduzione dei Consumi Energetici, una massiccia introduzione di fonti di enegia rinnovabile locale (casa per casa), e per l’ammodernamento della rete di distribuzione con il fine di passare da un sistema piramidale (quello attuale con le centrali in cima alla piramide e giù in basso i consumatori) ad un sistema a nodi così com’è internet dove ogni cittadino è consumatore e produttore di energia cedendo ad altri le eccedenze di produzione.

Così facendo si ridurrebbe drasticamente l’uso di combustibili fossili e non ci sarebbe più bisogno di nuove centrali (nucleari e non). Senza contare che una tale opezione darebbe vita a molti più posti di lavoro rispetto a quelli creati da una singola centrale nucleare.

Questi non sono sogni. Questa è concreta realtà che può essere messa in pratica in tempi più brevi di quelli previsti dal nucleare.


Aggiornamento:
questo lo spot mandato in onda sulla RAI. In questa versione compaiono le rinnovabili e altre argomentazioni che dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, come lo spot abbia l’obiettivo di promuovere il nucleare:

httpv://www.youtube.com/watch?v=uODebWbjlYY

Aggiornamento del 19/01/20011

Questo il bel video di GreenPeace Italia

httpv://www.youtube.com/watch?v=XJs0lP9Y3wI

NOTE:

(1) dal sito web del Forum Nucleare Italiano.
(2) dallo statuto del Forum Nucleare Italiano.
(3) fonte wikipedia

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Nei primi anni settanta il Club di Roma commissionò ai ricercatori del Massachusetts Institute of Tecnology una ricerca sulla crescita economica costante ed infinita. I risultati furono pubblicati nel libro “I limiti dello sviluppo” del 1972. Già in quegli anni era chiaro quanto non fosse percorribile la strada della crescita illimitata in un pianeta con risorse naturali limitate. Nel testo pubblicato si faceva particolare riferimento alla crescita esponenziale dei consumi energetici che ci attendevano ed in parallelo alla limitatezza delle fonti fossili, insufficienti per il fabbisogno mondiale già nei primi cinquant’anni del nuovo millennio.
“I limiti dello Sviluppo” fu l’apertura di uno squarcio nel pensiero unico economico nato attorno al 1880, quando furono rimossi artificiosamente i limiti fisici alla crescita illimitata, tagliando qualsiasi rapporto tra la produzione economica ed il pianeta Terra. Tutt’oggi viene esclusa dalle valutazioni sul processo economico qualsiasi implicazione sull’utilizzo delle materie prime, come se queste fossero inesauribili, senza nemmeno tener conto delle conseguenze derivanti dal processo stesso, come l’inquinamento ed i rifiuti.
E da qui il passo per giungere alla società dei consumi è breve. La nostra società è basata su di un’organizzazione che ruota attorno l’accumulazione illimitata, ciò impone una crescita costante. Non appena la crescita si ferma, o semplicemente rallenta, si è in crisi e si moltiplicano gli appelli a consumare anche l’inutile pur di consumare.
A sua volta la società dei consumi si fonda su tre pilastri: la pubblicità, il credito e l’obsolescenza.
Senza entrare eccessivamente nel dettaglio, credo sia sufficiente ricordare come la pubblicità abbia il compito di farci desiderare ciò che non possediamo e di non apprezzare ciò che abbiamo. Crea falsi bisogni, insoddisfazione e desideri frustrati, portandoci ad acquistare prodotti completamente inutili o con caratteristiche non rispondenti alle nostre reali necessità. Il credito permette l’acceso al consumo a coloro che non hanno un reddito sufficiente. Infine l’obsolescenza dei prodotti è programmata in modo da permettere un riciclo continuo del prodotto stesso escludendo di fatto la riparazione dello stesso che diviene non tecnicamente possibile o se possibile con costi superiori all’acquisto di un nuovo oggetto.
Viene quindi a crearsi un circolo vizioso che ci impone di indebitarci per acquistare prodotti di cui non abbiamo bisogno per alimentare la società dei consumi, che permette all’economia tradizionale di crescere illimitatamente, senza tener conto dei limiti del nostro Pianeta e delle conseguenze di un sistema produttivo poco attento alle tematiche ambientali.
Per spezzare questo ciclo vizioso e per cercare di invertire il senso di marcia è necessaria una vera e propria “rivoluzione culturale”
E’ nel locale che questa “rivoluzione culturale” deve vedere la luce e per locale intendo sia il nucleo primordiale di società, ovvero la famiglia, che le piccole comunità.
Compito di ognuno di noi è interrompere nelle azioni della propria vita quotidiana questo pericoloso circolo, ri – programmando la propria vita nel senso della sobrietà, del buon senso e del buon gusto. Un lavoro sicuramente non facile, ma che si rende ormai inevitabile. Un lavoro che deve passare necessariamente attraverso un altro circolo, questa volta virtuoso, conosciuto come circolo “delle 8 R”:
Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser modificati e rafforzando quelli che devono essere rafforzati.
Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso.
Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società diversa dall’attuale.
Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale.
Ridistribuire. Garantire a tutti l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose.
Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre che l’impronta ecologica personale e quella della nostra comunità.
Riutilizzare. Riparare e riutilizzare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli.
Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.
Dal prossimo numero proveremo ad analizzare nel dettaglio ognuna di queste fondamentali 8 R.

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Cosa hanno in comune l’alluvione del Veneto dei giorni scorsi, il terremoto d’Abruzzo del 2009, la marea nera nei mari della Louisiana del Giugno 2010, l’uragano Katrina del 2005, le alluvioni del Brasile del marzo  2010?

Queste catastrofi comportano un significativo incremento delle merci scambiate con denaro e quindi, inevitabilmente nel tempo, un incremento del Prodotto Interno Lordo (PIL).

Sembra assurdo, ma disastri che mettono in ginocchio intere nazioni vanno ad incrementare l’indice che la Politica utilizza per convincere i popoli di quelle stesse nazioni che in esse si vive meglio.In realtà il PIL è un indicatore ormai sterile che non tiene conto di molteplici elementi che sono poi il vero cardine dello “star bene” di un popolo, e soprattutto non indica la crescita sociale di una società.

Si pensi che nel PIL non si conteggiano, per esempio, le cure che le famiglie prestano ai propri anziani o quelle della mamma rivolte al proprio figlio. Non include il lavoro casalingo e il volontariato. Non considera quei beni donati, barattati, riciclati e aggiustati. Non tiene conto della qualità dei rapporti tra le persone. Non misura la “felicità” dell’uomo. Robert Kennedy, nel suo famoso discorso dell’8 Marzo 1968 tenuto all’università del Kansas, diceva:

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, […]. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Alla luce della presa di coscienza che il PIL non è più un indicatore sufficiente a misurare le performance di una nazione evoluta, come potrebbe essere un qualsiasi Paese d’Europa, alcuni tecnici stanno cercando di definire un nuovo parametro: il BIL, Benessere Interno Lordo.

Il BIL è un indicatore che cerca di misurare la qualità della vita dell’uomo e della comunità in cui vive. Nella sua definizione si tiene conto, ad esempio delle condizioni di vita materiali, dell’aspettativa di vita alla nascita, del tasso di iscrizione universitaria, della partecipazione alla vita politica e governance, della qualità dell’ambiente, del tasso di criminalità e dei rapporti sociali.

Per le comunità con un PIL elevato è dimostrato che un eventuale incremento del PIL non comporta, di norma, alcuna variazione positiva del BIL, anzi spesso si traduce in una diminuzione di tale indicatore. Ad esempio, si può avere un alto prodotto interno lordo in una zona con alto tasso di criminalità, fattore che deprime il BIL.

Nel settembre 2009 è stata stilata la prima classifica, pubblicata anche su Il Sole 24 ore, del BIL delle principali città italiane. Brescia, con il suo importante PIL, si è piazzata solamente al 55° posto.

Credo che per noi gardesani sarebbe interessante che i Sindaci e gli aspiranti sindaci, provassero a conteggiare il BIL del proprio Comune ed in occasione delle prossime campagne elettorali questo divenisse uno dei punti di discussione e di confronto tra i contendenti, abbandonando finalmente le sterili promesse che ormai contraddistinguono la politica gardesana.
Il BIL locale è una sfida per quei sindaci che si vogliono distinguere dal qualunquismo politico degli ultimi decenni. Una sfida che certamente permetterebbe di pianificare una più sana politica comunale basata sulla sobrietà, sulla creatività, sul buon senso e sul buon gusto.

Dimenticavo, anche star fermi in coda un paio d’ore con la propria auto o fare un incidente incrementa il PIL, facendo sì felice qualche politico romano, ma non voi e quindi: De-PIL-iamoci!

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Persino all’osservatore poco attento non sarà sfuggito che le soluzioni proposte dal mondo politico-economico per risolvere i problemi sociali, economici ed ambientali che affliggono l’uomo contemporaneo sono di pura facciata. Non sono risolutive in quanto non analizzano, e quindi non affrontano in modo pregnante, le cause dei problemi stessi.

Stiamo vivendo in un momento di particolare difficoltà non tanto per le perduranti situazioni negative, ma perché non c’è la sufficiente capacità di definire serie soluzioni. Ed il tempo per propone rimedi credibili è oramai veramente poco.

Del resto, ricordando il celebre aforisma “ogni popolo ha il Governo che si merita”, per cambiare ed esigere il cambiamento della classe politica, che tali soluzioni dovrebbe elaborare, dobbiamo lavorare intensamente su noi stessi.

Abbiamo ad esempio già parlato della “rivoluzione culturale” necessaria per smarcarci dal consumismo, che sta portando al tracollo non solo l’economia della società dei consumi in cui viviamo, ma soprattutto sta sovrasfruttando il Pianeta.

Serve una rivoluzione che parta necessariamente dal locale, inteso sia come individuo (e nucleo famigliare) che come comunità.

Un percorso interiore non semplice certo e che spesso necessita di una guida.

Il circolo virtuoso conosciuto come quello delle “8R”: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare e riciclare, ideato dall’economista e filosofo francese Serge Latouche,  può essere il giusto punto di partenza.

Consideriamo ora le due prime “R”: rivalutare e ricontestualizzare (o se preferite “ridefinire”), esse sono i punti fondamentali per articolare la decolonizzazione dell’immaginario personale e collettivo dai valori consumistici, che sono parte di ognuno di noi e, conseguentemente, della nostra società.

E’ necessario partire riconsiderando i valori su cui basiamo la nostra vita, rafforzando quelli che permettono di coltivare stili di vita più sobri, di intensificare i rapporti con gli altri, di migliorare e progredire come essere umani.

L’altruismo e la fratellanza devono imporsi sull’egoismo, la collaborazione sulla competizione, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la centralità dei legami affettivi famigliari e sociali sull’individualismo, la generosità, il dono e la gratuità sul consumo, la partecipazione sull’indifferenza.

Non va sottovalutato o banalizzato quanto appena letto. Questo è il punto di partenza e sicuramente è di difficile applicazione. Tutti noi siamo impregnati di una cultura standardizzata frutto di decenni di esperienze personali e siamo certi che il nostro modo di vivere rappresenti la giusta via, o quanto meno il “meglio possibile”. Provare ad analizzare, e magari criticare, ogni nostro singolo comportamento, ogni scelta quotidiana non è certo semplice quando ci si deve confrontare con noi stessi, partendo per esempio da nuovi punti di osservazione.

Parallelamente a questo lavoro di rivalutazione dei valori fondanti della nostra persona è necessario ridefinire il significato di alcuni concetti, ovvero ricontestualizzarli (la seconda “R”). Ad esempio la “ricchezza” e la “povertà” dovrebbero non essere pensate esclusivamente sotto l’aspetto economico, così com’è ora. Ricorda infatti l’economista francese Arnaud Berthoud che “ricco è l’individuo che possiede ciò che gli è sufficiente per vivere e godere la propria vita”.(1) Ecco allora che la quantità, la qualità e la varietà dei rapporti che intessiamo e coltiviamo nella nostra vita coniugale, familiare e sociale diventano importanti nella considerazione di quanto un uomo sia “ricco” o “povero”.

Anche il binomio “abbondanza-scarsità” richiede una nuova definizione in quanto, come scrive Jean-Pierre Dupuy(2), “l’economia attuale [...] trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione”.(3)  Per comprendere questa posizione si pensi alle motivazioni pro-OGM riguardanti la fame del mondo. Secondo i sostenitori degli OGM l’ingegneria genetica è l’unico modo per soddisfare i bisogni alimentari, presenti e futuri, in quanto si parte dall’assunto che la carenza di cibo sia direttamente collegata all’incremento demografico. Eppure molti studi dimostrano che non esiste un connessione tra carenza di cibo e crescita demografica. E’ invece confermato il contrario ed è bene sapere che alcuni studi dell’ONU dimostrano che una corretta programmazione agricola mondiale, unita ad una riduzione dello spreco di cibo, permetterebbe di sfamare 12 miliardi di persone, esattamente il doppio degli attuali abitanti del pianeta!(4)

Con l’ingegneria genetica quindi, scrive Latouche, “i contadini vengono espropriati della fecondità naturale delle piante a vantaggio delle imprese  agroalimentari” (5)

Il concetto di lavoro stesso, ad esempio, deve essere valutato nell’ottica di una crescita interiore e non come mero sforzo da sostenere per poter soddisfare nuovi desideri di consumo.

Il contributo che un’amministrazione comunale può dare per aiutare a  far nascere e crescere la “rivoluzione culturale” dei singoli non sia da sottovalutare.

Può ad esempio promuovere presso la cittadinanza l’adozione di stili di vita sobri e sostenibili tramite progetti specifici di formazione e informazione. A questo proposito vale la pena di ricordare l’esperienza “Cambieresti?”portata avanti dal Comune di San Felice del Benaco in collaborazione con alcuni cittadini nel 2007.

Il progetto aveva lo scopo di promuovere abitudini e comportamenti virtuosi, stimolando i partecipanti a rimettere in discussione le proprie abitudini e convinzioni partendo proprio dalla rivalutazione dei propri valori.

La riproposizione di questa esperienza, con il coinvolgimento di altri comuni, e penso ad esempio all’Unione dei Comuni della Valtènesi, potrebbe essere uno strumento perfetto per attivare le coscienze verso una critica al cosumismo sfrenato, ma forse proprio per questo non se ne farà nulla.

Altra cosa che una buona amministrazione può fare è creare luoghi e momenti di incontro e socialità. Luoghi dove i cittadini possono scambiare idee ed esperienze riguardanti la propria “rivoluzione”. Purtroppo anche in quest’ambito gli amministratori gardesani non hanno dimostrato la necessaria sensibilità: si scambiano feste e sagre, che tutti conosciamo e che costano decine di migliaia di euro pubblici, per momenti di aggregazione. Lo sono solo marginalmente ed in fondo fanno parte di quello spirito consumistico che si vorrebbe superare. Spesso hanno il solo scopo di mera promozione commerciale, se non di promozione dell’amministrazione stessa.

NOTE

(1) A. Berthoud, Una philosophie de la consommation. Agent économique et sujet moral, Presses universitaire du Sptention, Villeneuve d’Ascq 2005
(2) Jean-Pierre Dupuy (nato il 20 febbraio 1941), ingegnere minerario, è un insegnante di francese e ricercatore presso il Centro per lo studio di lingua e di informazione (CSLI) alla Stanford University, California. E’ anche filosofo della scienza, e ha insegnato filosofia sociale e politica e l’etica della scienza e della tecnologia fino al 2006 presso l’Ecole Polytechnique.  E ‘membro dell ‘Accademia della Tecnologia di Francia.
(3) Paul Dumouchel e Jean-Pierre Dupuy, L’enfer des choses, Le Seuil, Paris; Jean Pierre Dupuy e Jean Robert, La Trahison de l’opulence, PUF, Paris, 1976
(4) fonte Slowfood (http://www.slowfood.it/sloweb/ita/dettaglio.lasso?cod=SW_00756) e Jean Ziegler, UN Special Rapporteur on the Right to Food (http://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Ziegler) e sito ONU (http://www.ohchr.org/en/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=9781&LangID=E) e documento ONU (http://ap.ohchr.org/documents/E/HRC/resolutions/A_HRC_RES_10_12.pdf)
(5) Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Bornghieri

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Sempre più persone considerano il baratto come valida alternativa alla politica del non riuso, dello scarto e della creazione dei rifiuti.

Il baratto in realtà è una  forma di scambio commerciale di merci in assenza di denaro e soddisfa appieno la logica del rapporto domanda-offerta. Viene correttamente considerato come padre degli scambi mercantili monetari e quindi in qualche modo, volendo estremizzare, avvicina la comunità alla logica del profitto e del vantaggio anziché rafforzare i legami interpersonali.

Il baratto quindi, anche nelle sue forme più goliardiche che prendono vita negli ultimi anni in molti comuni del nostro territorio, potrebbe considerarsi diseducativo per quella comunità che vuole sganciarsi dalla logica del mercanteggiamento e che vuole rafforzare la convivialità tra i componenti del gruppo.

Per fare ciò si deve partire da uno stile di vita diverso, dove il rapporto tra le persone si sviluppi tramite lo scambio di beni autoprodotti o di     quelli non più utilizzati, lo scambio del tempo, della manualità, dell’esperienza  e del proprio sapere, senza barattare nulla in cambio, ma esclusivamente come gesto di spassionata generosità. E’ la riscoperta del dono e della reciprocità come strumenti per generare felicità e soddisfazione.

Certo, lo ricorda Maurizio Pallante, << Il dono e la reciprocità […] non devono essere confusi con i regali acquistati e donati in un numero di circostanze fittizie crescenti, create appositamente per  potenziare il consumismo>>.

Il dono in particolare non deve essere considerato un modo per ricevere in cambio una contropartita, ma come mezzo per far fronte alle esigenze di un singolo facente parte della comunità. Chi dona è  consapevole che non otterrà necessariamente qualcosa in cambio da parte del beneficiario, ma probabilmente da altri membri della comunità, dando così vita alla reciprocità.

Creare un’economia del dono potrebbe essere un’ottima sfida per una amministrazione che vuole rafforzare la rete sociale della propria comunità.

Un progetto che sposa l’economia del dono è la creazione e la gestione di una banca del tempo comunale.  Luogo virtuale dove ogni membro mette a disposizione  gratuitamente il proprio tempo supportato da specifiche competenze. L’insieme dei beni, dei servizi, dei saperi vengono scambiati tra le persone utilizzando il tempo come valuta. Non avviene uno scambio diretto tra gli interessati, non viene quindi mercanteggiato nulla. Ognuno dona il proprio tempo e, forse, in futuro riceverà in cambio il tempo di qualcun altro secondo le proprie esigenze.

Aside

La rivoluzione culturale che ognuno di noi deve intraprendere per contribuire alla creazione di una nuova società smarcata dal consumismo e dalla crescita illimitata parte da un cambiamento di valori, di stile di vita e di mentalità tali che difficilmente può trovarsi in sintonia con l’attuale sistema produttivo.

Si rende necessario quindi, come ricorda Serge Latouche, “adattare il sistema di produzione ed i rapporti sociali in funzione di un cambiamento di valori”(1) in modo da permettere alla società di uscire dalla logica della crescita illimitata e per ridurre l’impatto delle aziende e dell’uomo sul pianeta.

Si deve partire necessariamente da un riconversione dell’offerta passando, lo scrive Maurizio Pallante, “dalla commercializzazione di beni durevoli alla commercializzazione dei servizi che offrono. [...] non si comprano fotocopiatrici, ma il servizio di fotocopiatura; [...] non si comprano combustibili ma il servizio calore”. (2)

Diviene auspicabile quindi ottenere un sistema produttivo che sposti, quando possibile, la domanda dai beni materiali verso lo sviluppo di beni relazionali intesi, loricorda Mauro Bonaiuti, “come quel particolare tipo di “beni” che non possono essere goduti isolatamente, ma solamente nella relazione tra chi offre e chi domanda. Esempi di questo tipo di “beni” sono i servizi alla persona (cura, benessere, assistenza), ma anche l’offerta di servizi culturali e artistici”.(3)

Altro passo necessario è quello di effettuare una vera e propria riconversione di alcune tipologie di industria, come ad esempio quella automobilistica che, se rivista almeno in parte, può contribuire alla costruzione ed alla diffusione micro-cogeneratori utili per la produzione contemporanea di calore ed energia elettrica. Analogamente è auspicabile una riconversione dell’industria agroalimentare, così come la conosciamo oggi, verso un modello centrato sull’idea che il cibo deve sfamare l’uomo e non può essere considerato solo una merce. Il cibo deve ridiventare, riproponendo lo slogan di Slow Food, “buono, pulito e giusto”.

Considerando poi la valenza del “locale” nel circolo virtuoso delle 8R ci sono almeno due aspetti da tener presenti in fase di pianificazione ed attuazione della ristrutturazione produttiva.

Il primo riguarda l’aspetto della rilocalizzazione delle imprese (discorso che riprenderemo con l’analisi della quinta R: rilocalizzare), che prevede di produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione.

Il secondo aspetto impone l’analisi delle realtà produttive esistenti e riconvertite in uno specifico ambito territoriale, al fine di passare dal concetto di “distretto industriale” a quello di “bioparco industriale”, sull’esempio di  Terneuzen in Olanda. In un bioparco le aziende sono interconnesse tra loro e oltre ad avere in comune una serie di servizi (come ad esempio i trasporti alleggerendo sensibilmente i costi ed il numero di mezzi circolanti), pianificano e gestiscono i rifiuti in modo che gli scarti di lavorazione di una azienda siano la materia prima di un’altra,  con notevole riduzione  dell’impatto ambientale del complesso industriale. Proviamo a pensare, ad esempio, cosa potrebbe significare realizzare un network tra le aziende dell’area dove viviamo. Mettere in comune logistica,  servizi e scarti di produzione, al fine di reinserirli nel ciclo produttivo. Una sfida che potrebbe essere raccolta da un consorzio fra Comuni, Provincia, Associazioni di categoria e dal gestore dei rifiuti.  Un sogno? forse, ma a Terneuzen ci sono riusciti.

La ristrutturazione dovrà ovviamente affiancarsi alla rivoluzione culturale dell’individuo stesso andando a modificare i rapporti sociali di produzione.

Il produttivismo, che sia di stampo capitalistico o marxista, ovvero l’idea che quanto più si crescano le forze produttive, tanto più l’umanità progredisce, non lascia spazio ad un miglioramento dell’elemento umano e sociale presente nell’organizzazione del lavoro.

E’ necessario adottare forme di lavoro che prevedano una sensibile riduzione dell’orario di lavoro, il part-time ed il telelavoro, per permettere una diversa gestione del tempo dell’individuo.

Va seriamente valutata e perseguita l’idea di rinunciare, quando sia effettivamente possibile, alla produzione di massa di beni e servizi a favore di forme alternative di organizzazione aziendale, che mirino alla  realizzazione di prodotti utili e necessari nonché duraturi nel tempo. Vanno altresì incentivati quei settori produttivi che si sviluppano all’interno di una economia fondata sulle energie rinnovabili. A questo proposito sono particolarmente interessanti quelli individuati dall’economista americano Lester Brown: la produzione di mulini a vento e delle relative turbine, l’industria della bicicletta, la produzione di pannelli fotovoltaici, la produzione di idrogeno e dei relativi motori, le metropolitane leggere, l’agricoltura biologica e l’attività di riforestazione.

Ed è proprio con una ristrutturazione del sistema produttivo che preveda una riduzione dell’orario di lavoro e la creazione di nuove professioni legate ai settori ecosostenibili, che possiamo ottenere una ridistribuzione del lavoro con un incremento dell’occupazione.

Il concetto di “ridistribuire”, presente nel circolo virtuoso delle 8R, rimanda all’etica della spartizione, che diventa inevitabile richiamare se pensiamo che l’occidente con il proprio 20% della popolazione mondiale consuma più dell’80% delle risorse naturali. Infatti con “ridistribuire” si intende una nuova ripartizione delle ricchezze e dell’accesso al patrimonio naturale tra il Nord e il Sud del mondo, ed a cascata all’interno di ciascuna comunità, garantendo condizioni di vita dignitose per tutti.

NOTE
(1) Serge Latouche – La scommessa della decrescita – Feltrinelli – 2006
(2) Maurizio Pallante – Proposta per un programma politico per la decrescita – internet
(3) Mauro Bonaiuti – Per una decrescita sostenibile, pacifica e conviviale: un approccio sistemico – internet