Monthly Archives: aprile 2011

Aside

Risposta al Presidente di Mineracqua Ettore Fortuna.

Da un po’ di tempo noi, un gruppo di ragazzi di Campobasso, stiamo scrivendo degli “articoli” per descrivere la cosiddetta “società della decrescita”. Nell’articolo “Acqua pubblica in brocca”, pubblicato sul sito della rivista molisana “Il bene comune”, viene descritta la situazione idrica italiana.  La parte dell’articolo relativa alle acque minerali, “Acqua, il business delle “minerali”,  l’abbiamo pubblicata anche sul sito “Inviato Speciale” e subito ha ricevuto una critica/rettifica da parte del presidente di Mineraqua Ettore Fortuna (http://www.inviatospeciale.com/2011/03/business-in-bottiglia-la-replica-di-mineracqua/).

Nella rettifica si evince l’intenzione di correggere delle “inesattezze”. Innanzitutto siamo felici della reazione di Mineracqua che, leggendola attentamente, testimonia lo stato di debolezza che incontra tale settore, soprattutto quando si tratta di dover asserire/riconoscere la sua utilità; poi possiamo rilevare che se queste sono le uniche cose contestateci, vuol dire che il resto del discorso da noi elaborato è totalmente vero e confermato anche da Mineracqua. Pur svolgendo questa attività in maniera volontaristica e talvolta con un pizzico di ingenuità, non abbiamo di certo stravolto la realtà, quindi concordiamo appieno sull’utilizzo delle virgolette da parte di Fortuna quando parla di “inesattezze”, perché tali non sono: se non si tratta di citazioni, come lo è il titolo di questo articolo, sono usate per prendere le distanze dalle parole che si stanno usando; pertanto chi scrive sa che in fin dei conti non sono nozioni inesatte. Forse, ad essere sinceri, l’errore più grande che abbiamo commesso è stato scrivere in maniera sbagliata il riferimento al sito di Altreconomia.

Ecco la nostra risposta ai punti corretti da Fortuna:

  • Ci viene fatto notare: <non è vero che in Italia il mercato delle acque minerali è “quasi totalmente controllato dalle multinazionali”. La maggioranza dei Gruppi citati nell’articolo quali San Benedetto, Rocchetta-Uliveto, Ferrarelle, fonti di Vinadio, Norda (Gaudianello è controllata dalla Norda), sono aziende italiane a capitale interamente italiano facente capo a famiglie di imprenditori italiani.>

Innanzitutto bisogna dire (ai cittadini) che nel nostro Paese, tra tutti i marchi di acque minerali in commercio, circa l’84% del mercato  è in mano a una dozzina di gruppi. I primi sono Nestlè Waters (marchio Sanpellegrino) e San Benedetto che sono classificabili come multinazionali e rappresentano il 40% del mercato. Il terzo è un nome che non dice niente, la Compagnia generale di distribuzione (Cogedi), ma è quello che controlla i marchi Rocchetta (il sesto marchio per volumi di vendita in Italia) e Uliveto (il nono). Le due aziende saranno pure italiane, ma fanno capo a una finanziaria olandese, la Chesnut Bv che, a sua volta, fa riferimento a una famiglia italiana, la De Simone Niquesa. [“Un paese contro Rocchetta”, Luca Martinelli]

In effetti la nostra affermazione non viene stravolta perché non ci siamo allontanati dalla realtà, anzi: potremmo dire, per essere più graditi, che il mercato delle acque minerali è in buona parte sotto il controllo di multinazionali.

  • Altro punto di critica è il nostro riferimento al Molise. È palese che tale accenno non vuole essere una raffigurazione della situazione nazionale, ma, in primo luogo, tale scelta è dovuta al fatto che siamo molisani. Altro aspetto che ci ha spinto a citare la nostra Regione è rappresentato dal fatto che i canoni di concessione sono ancora stabiliti da un Regio Decreto del 1927. Questa notizia possiamo leggerla anche su altri documenti, cioè le nostre fonti, e non ci sembra che vogliano utilizzare il Molise per descrivere la situazione italiana: “Alla crescita smisurata dei consumi non è corrisposta un proporzionale aumento dei canoni versati alle Regioni, in alcuni casi ancora stabiliti per un regio decreto, come in Molise, o da regolamenti di oltre 30 anni fa, come la legge regionale del 1977 della Liguria. [“Acque minerali: la privatizzazione delle sorgenti in Italia”, Dossier Legambiente Altreconomia 2011]

A noi questa sembra una notizia importante, ma forse non tutti la pensano così nel Regno d’Italia.

  • Punto successivo riguarda la: <“sottrazione” di quantità di acqua ai cittadini da parte delle imprese di acque minerali>. In effetti nel nostro articolo tale “sottrazione di acqua ai cittadini” era legata ad un altro importante concetto, cioè al fatto che ciò avvenga senza che le aziende paghino un adeguato corrispettivo. Nella critica rivoltaci viene posta tale domanda <quest’acqua se non venisse da noi imbottigliata in stabilimenti (con immobilizzazioni di centinaia di milioni di euro), si perderebbe nell’ambiente. Quale Comune potrebbe distribuirla nelle condutture, magari da altezze significative, fino alle case dei cittadini, quando la dispersione media degli acquedotti in Italia è del 35% e non hanno soldi per tappare i buchi?>

Bisogna innanzitutto ricordare che le acque in bottiglia non provengono tutte da “altezze significative”, ma dalla normale falda di pianura o da sorgenti collocate in zone fortemente antropizzate (come ad esempio nella Fonte di Scorzè (VE) dove opera il marchio S. Benedetto  e i metri sul livello del mare sono appena 16).

L’inefficienza degli acquedotti non deve essere una spinta per abbandonare l’acqua di rubinetto e  lucrare sull’acqua! Una piccola risposta per migliorare l’efficienza delle reti idriche ce l’abbiamo e ovviamente riguarda sempre l’adeguata determinazione dei canoni di concessione, i quali rimangono “irrisori nella quasi totalità dei casi”. [“Acque minerali: la privatizzazione delle sorgenti in Italia”, Dossier Legambiente Altreconomia 2011] Dato che siamo in tema di reti idriche ed efficienza siamo curiosi di sapere  come si pone Mineracqua in merito ai Referendum per l’Acqua Bene Comune.

  • E ancora ci viene fatto notare che <nell’articolo si eccepisce che non è possibile conoscere la quantità di Arsenico o di Piombo contenuta nelle acque minerali>.

Ma anche questa precisazione sembra inopportuna dato che nel nostro articolo viene sostenuto che le quantità di alcune sostanze, come Arsenico o Piombo, non possono essere rilevate sull’etichetta di una bottiglia di acqua. “Se guardiamo un’etichetta, noi non sappiamo quanto arsenico o piombo c’è nell’acqua. Negli anni c’è stata una vera e propria “fuga” di parametri dall’etichetta: oggi le aziende che imbottigliano omettono di indicare la concentrazione di alcuni componenti. [Luca Martinelli, “Imbrocchiamola”2010].

  • Circa il PET Mineracqua afferma: “unica plastica utilizzata per le bottiglie di acqua minerale, le quali dal 5/8/2010 possono essere fabbricate con una quantità fino al 50% di pet riciclato (notizia che a chi scrive l’articolo evidentemente non interessa), va detto che tutto ciò che è energia origina oggi dal petrolio: anche l’aspirina, il cui principio attivo è l’acido acetil-salicidico, nasce dal petrolio, che poi viene estratto.”

L’affermazione riguardante il petrolio crediamo sia un’eresia legata ad un modo obsoleto di vedere il mondo. Le Transition Town rappresentano uno dei tanti esempi dell’idea che una vita senza petrolio possa essere più godibile e soddisfacente di quella attuale.  Rob Hopkins, il fondatore del movimento, sostiene che la nostra società dipenda dal petrolio non solo in termini pratici, ma soprattutto psicologici, vi è una forma di dipendenza. “Ne consumiamo in misura enorme. Se li eliminiamo abbiamo la sensazione che la qualità della nostra vita debba diminuire significativamente. La letteratura sulle dipendenze ci permette di capire meglio che cosa voglia dire cambiare, quale sia il percorso compiuto da coloro che riescono a farlo. Non basta qualche film suggestivo. Nel modello di transizione abbiamo fatto nostri diversi degli strumenti indicati dagli studi sulle dipendenze. È un approccio che si è rivelato utile. Gli studi sulle dipendenze articolano il processo di cambiamento sostanzialmente in tre stadi: pre-contemplazione, nel quale non ci si rende neppure conto dell’esistenza del problema; contemplazione, in cui ci si propone di fare qualcosa possibilmente nel giro di sei mesi; preparazione, quando ci si decide ad agire entro un mese.> Questa dipendenza va combattuta con sofisticati strumenti di comunicazione. Soltanto così si può attuare una decolonizzazione dell’immaginario collettivo con il fine di creare una società conviviale.

Proseguendo ci teniamo ad affermare che a noi interessa la tutela dell’ambiente prima di tutto quindi, dove è possibile, preferiamo non inquinare in maniera assoluta. Il settore delle acque in bottiglia per noi (fortunatamente non siamo i soli che la pensano in questo modo)  è totalmente inutile e oltretutto produce più danni che benefici.

Nel dibattito attuale sulle risorse idriche e sulla loro gestione ci sono alcuni presupposti ormai condivisi che valgono per tutte le attività che riguardano le risorse idriche, nessuno escluso:

- l’acqua è risorsa limitata, ed è sempre più scarsa in natura acqua di buona qualità,  per non parlare di quella eccellente, che oggi viene prelevata e imbottigliata;

- l’acqua è un bene comune, un principio affermato chiaramente nella nostra legislazione, che rende l’acqua un bene della collettività nel suo complesso e come tale indisponibile ad un uso esclusivo a scopo di profitto, con l’eccezione però eclatante delle concessioni per le acque minerali;

- chi inquina paga, un principio generale, assunto dalla legislazione comunitaria come riferimento-guida con il duplice obiettivo di rendere non vantaggiosi gli inquinamenti evitabili, e di recuperare risorse per le azioni di risanamento.

È su questi tre punti che le Regioni devono attivare un lavoro di revisione dei canoni di concessione per l’imbottigliamento dell’acqua, prendendo in considerazione innanzitutto l’altissimo valore della risorsa idrica, a maggior ragione quella di sorgente e di ottima qualità, e l’impatto ambientale causato dai consumi da primato delle acque in bottiglia in Italia che può riassumersi in questi dati:

- l’utilizzo di oltre 350mila tonnellate di PET, per  un consumo di circa 700mila tonnellate di petrolio e l’emissione di quasi 1 milione di tonnellate di CO2;

- il 78% delle bottiglie utilizzate sono in plastica, di cui solo un terzo viene riciclato mentre i restanti due terzi finiscono in discarica o in un inceneritore;

- solo il 15% delle bottiglie viaggia su ferro, mentre il resto si muove sul territorio nazionale su gomma, su grandi e inquinanti TIR.

L’adeguamento dei canoni porterebbe anche ad un forte incremento dei fondi incassati dalle Regioni, elemento ancora più rilevante in un momento di crisi come quello attuale. Al contrario oggi le Amministrazioni che incassano i canoni, nella gran parte dei casi non riescono nemmeno a raggiungere una quota sufficiente a coprire le spese necessarie per i controlli o per lo smaltimento delle bottiglie di plastica utilizzate [“Acque minerali: la privatizzazione delle sorgenti in Italia”, Dossier Legambiente Altreconomia 2011].

  • Ci viene ulteriormente contestato: “La spesa per famiglia per l’acqua minerale indicata nell’articolo tra i 320 ed i 720 € l’anno è letteralmente inventata”. Evidentemente non è stata compresa la spesa prospettata nel nostro articolo, per chiarire citiamo integralmente la nostra  fonte (capitolo “Care, losche e tristi acque in bottiglie di plastica” del libro “La decrescita Felice” di Maurizio Pallante): “Trecentosessantacinque litri corrispondono a poco più di 40 confezioni da 6 bottiglie di 1,5 litri (240 bottiglie). Ai prezzi attuali il costo va da 80 a 180 euro all’anno. (prezzi del 2004 ndr)
    Per trasportare 15 tonnellate, che corrispondono a 10.000 bottiglie d’acqua da 1,5 litri, un camion consuma 1 litro di gasolio ogni 4 km (25 litri ogni 100 km). Ipotizzando una percorrenza media di 1.000 km, tra andata e ritorno (l’acqua altissima e purissima che va dall’Alto Adige alla Sicilia ne percorre molti di più), il consumo di gasolio ammonta a 250 litri, ovvero 250.000 cm3 che, divisi per 10.000 bottiglie corrispondono a 25 cm3 di gasolio per bottiglia. Moltiplicando 25 cm3 per 240 si deduce che il consumo giornaliero pro-capite di 1 litro di acqua in bottiglia comporta un consumo di 6 litri di gasolio all’anno. A questi 6 litri di gasolio vanno aggiunti:

– i consumi di petrolio per produrre le bottiglie di plastica (8 kg per 240 bottiglie);
– i consumi di gasolio dei camion che trasportano le bottiglie di plastica vuote dalla fabbrica che le produce all’azienda che imbottiglia l’acqua e dei camion della
nettezza urbana che le trasportano dai cassonetti agli impianti di smaltimento;
– i consumi di benzina degli acquirenti nei tragitti casa – supermercato – casa e casa – cassonetti – casa.

Sei litri di gasolio per ogni litro d’acqua minerale. Ipotizziamo, quindi, che il consumo annuo totale di combustibili fossili pro-capite di una persona che compri l’acqua in bottiglie di plastica sia di almeno di 8 litri di gasolio/benzina, oltre gli 8 kg di petrolio.
Una famiglia di quattro persone spende quindi ogni anno da 320 a 720 euro e fa bruciare almeno 32 litri di combustibili fossili per bere acqua in bottiglie di plastica invece dell’acqua potabile che sgorga dal rubinetto di casa.

Inoltre possiamo affermare che, secondo dati Istat pubblicati il 21 marzo 2011, la spesa media delle famiglie per il solo acquisto di acqua minerale è di circa 20 euro mensili, cioè 240 euro all’anno; ben oltre le quantificazioni citate da Mineracqua: <all’anno 64 € se acquista un’acqua di primo prezzo, 118 € per un’acqua di prezzo medio e 185 € annui per le acque premium>.

Gli ultimi dati testimoniano un calo delle vendite di acqua in bottiglia: questo ci fa capire che i cittadini stanno riacquistando fiducia nell’acqua di rubinetto, che era diminuita anche a causa delle numerose pubblicità ingannevoli (come quella per la quale è stata sanzionata Mineracqua).

Il successo dell’acqua in bottiglia è solo il frutto di una credenza “popolare” alimentata negli ultimi venti anni da una continua e massiccia pubblicità orchestrata dai produttori e dai distributori, nell’indifferenza o con il sostegno dei poteri pubblici, sia rispetto ai messaggi che rispetto alle norme che disciplinano le concessioni delle stesse sorgenti. [Dossier Acque Minerali, Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull’Acqua].

Il nostro modo di vedere questa come altre importanti tematiche della vita, è di parte; ovviamente dalla parte dell’ambiente, dell’acqua quale bene comune e della tutela della salute dei cittadini.  Gli obiettivi, che vanno ben oltre le ideologie e sono più concreti di quanto si possa immaginare, sono quelli di contrastare le numerose mistificazioni che hanno permesso, e permettono ancora, di alterare la realtà.  La risposta di Mineracqua al nostro articolo non smentisce nulla, ci sembra solamente un tentativo di difendere il settore e screditare la critica.

In ultimo vogliamo consigliare la visione del film “Tapped” che descrive l’attività dell’industria di acqua in bottiglia e i relativi effetti su salute, cambiamenti climatici, inquinamento e  dipendenza dal petrolio. Una citazione del film è d’obbligo: “L’acqua in bottiglia è il più grande nemico dell’ambiente”.

Aside

Nell’attuale situazione mondiale che vede da una parte le problematiche ambientali dall’altra la grande avanzata dei cosiddetti paesi in via di sviluppo (primi fra tutti i colossi di India e Cina), nonché un’aggravarsi sempre più pressante della crisi economica e delle risorse a livello globale, la questione energetica è senza ombra di dubbio uno dei punti cruciali in cui occorrerà concentrare molta attenzione negli anni avvenire.

La diffusione delle energie rinnovabili, non senza incontrare ostacoli, sta avanzando ad un ritmo sempre più sostenuto come evidenziano le statistiche degli impianti installati (soprattutto eolici e solari) negli ultimi anni, ma resta il fatto che il loro apporto a livello globale è ancora insignificante (senza considerare l’idroelettrico e il geotermico che però sono ormai sfruttati a pieno, almeno per gli impianti di grossa taglia).

Le fonti fossili (carbone, petrolio e gas) restano ad oggi le fonti primarie che permettono di soddisfare il fabbisogno energetico mondiale in continua crescita. Il nucleare, se pur capace di produrre ingenti potenze elettriche senza emettere CO2 (senza considerare la CO2 che viene prodotto nei processi di lavorazione dell’Uranio fissile che non è trascurabile) e consentendo di incrementare l’indipendenza delle risorse fossili, ha ancora oggi molte problematiche e limiti che non saranno risolti nel medio e lungo periodo.

Aumentare l’efficienza di conversione degli impianti di produzione elettrica significa ottenere la stessa potenza prodotta utilizzando minor quantità di combustibile e ciò sarà auspicabile oltre che del tutto logico. Attualmente esiste competizione tra i sistemi di potenza che hanno il miglior rendimento, infatti saranno questi a funzionare per primi e per il maggior tempo. I cicli combinati (turbina a gas più ciclo sottoposto a vapore) riescono a raggiungere rendimenti prossimi al 60%, e tutti i tentativi in atto sono quelli di realizzare sistemi sempre più spinti (cicli combinati, cicli misti, supercritici, ultrasupercritici) verso maggiori efficienze a discapito di costi più alti dovuti a tecnologie e materiali avanzati per sostenere lo sforzo termico e meccanico a cui sono sottoposti i componenti dell’impianto.

Il gas naturale, che risulta il combustibile maggiormente utilizzato nei cicli combinati, è la risorsa che probabilmente crea meno problemi di emissione (a parte gli ossidi di azoto che possono essere ridotti drasticamente attuando accorgimenti nella combustione e con mezzi catalitici) e che si presta bene nell’uso dei turbocompressori. Dato proprio il suo pregio e la sua relativa scarsità (il gas naturale è inoltre usato spesso per il riscaldamento civile e per l’uso in cucina) e quindi il suo prezzo crescente, si sono susseguiti tentativi per poter impiegare altre fonti nei turbogas, primo fra tutti il processo di gassificazione del carbone.

Il carbone risulta tra le fonti fossili quella più abbondante e a minor prezzo, di contro ha minor qualità e presenta maggiori problemi per l’abbattimento delle emissioni. Di particolare rilevanza è la presenza dello zolfo, gli impianti di desolforazione, oltre a richiedere discrete quantità di energia (e quindi a ridurre il rendimento dell’impianto), sono economicamente svantaggiosi. Gli impianti IGCC (Integrated Gasification Combined Cycles) produco energia elettrica mediante un ciclo combinato con turbine a gas e a vapore, dove la turbina a gas è alimentata da un syngas (miscela essenzialmente di H2 e CO) prodotto mediante gassificazione del carbone: sono stati realizzati impianti dimostrativi che però hanno dato risultati, in termini di efficienza e affidabilità, inferiori alle previsioni.

Ci sono anche progetti per impianti IGCC con cattura di CO2 adottando nuovi processi di gassificazione che producono sostanzialmente H2 e un suo trattamento per il confinamento definitivo,ma si tratta di sistemi ancora in via di sperimentazione.

Un altro metodo per ridurre il consumo di combustibile per la produzione energetica è la cogenerazione, ovvero la generazione di elettricità e calore usando un unico impianto. La cogenerazione permette di soddisfare i fabbisogni elettrici e termici, oltre che permettere in alcuni casi anche la vendita dei surplus energetici. Anziché produrre l’energia termica che si necessità (ad esempio per un ciclo produttivo di un industria) con una tradizionale caldaia a metano e usufruire dell’energia elettrica della rete nazionale, con la cogenerazione si va a realizzare un impianto che permetta quanto possibile di divenire auto produttori di energia (sia elettrica che termica) con risparmi economici consistenti, a fronte di un iniziale investimento. Si può calcolare l’Indice di Risparmio Energetico (IRE) espresso dal rapporta tra l’energia che si risparmia con la cogenerazione rispetto al metodo tradizionale (elettricità dalla rete e generatore di vapore a gas) e l’energia che è necessaria impiegare per soddisfare i fabbisogni nel caso tradizionale.

Le configurazioni di sistemi con cogenerazione possono essere numerose ed è sempre necessaria un’attenta valutazione della configurazione più conveniente, economicamente ed energeticamente.

Senza ombra di dubbio le tecniche quali la cogenerazione, il ciclo combinato e gli altri sistemi innovativi ad alta efficienza di conversione, insieme con la diffusione delle fonti rinnovabili, fanno parte delle strategie che a livello mondiale dovranno essere applicate con sempre maggior intensità, ma altri aspetti fondamentali non dovranno essere ignorati.

Uno di questi è certamente il risparmio energetico, visto non tanto e non solo come la riduzione dei consumi energetici generali ma soprattutto come la riduzione drastica degli sprechi e delle dissipazioni di energia. Agendo su diversi piani, da un lato favorendo tariffe incentivanti e agevolazioni per coloro che acquistano o fanno uso di apparecchiature e sistemi a basso consumo energetico o che migliorano l’isolamento termico degli edifici, e quindi sensibilizzando, in modo anche spinto, le persone a comportamenti responsabili e maggiormente consapevoli degli sprechi (sia materiali che di energia), dall’altro favorendo l’introduzione di nuove tecnologie volte a razionalizzare l’uso dell’energia in ogni settore (pubblico, privato, industriale) accompagnato da una legislazione coerente con gli scopi preposti. I margini di riduzione dei fabbisogni energetici, soltanto andando a ridurre gli sprechi, sono ampissimi.

Di pari passo con il progredire dei sistemi energetici e quindi della loro efficienza di conversione occorre quindi agire nel senso di ridurre le quantità andate perse durante l’utilizzo e il trasporto dell’energia. Altri due aspetti da tenere in considerazione, in vista di una vera svolta nel campo energetico e ambientale a livello mondiale, sono la riduzione dei consumi pro-capite e la decentralizzazione della produzione elettrica.

La riduzione dei consumi energetici procapite sarà dovuta non soltanto alla riduzione degli sprechi ma in larga quantità anche ha un cambiamento radicale nello stile di vita e nelle attività svolte. Affinché ogni essere umano sulla Terra possa usufruire delle risorse che essa metta a nostra disposizione in modo più equo, sarà necessaria una diminuzione degli usi energetici da fonti non rinnovabili degli abitanti del “Nord” del mondo.

L’altro punto cruciale, per una rivoluzione energetica “verde” basata in gran parte sulle fonti rinnovabili, è la decentralizzazione della generazione elettrica tramite l’impiego di sistemi di piccola taglia diffusi sul territorio e capaci di sfruttare al meglio le risorse caratteristiche della regione, di integrarsi con gli edifici, e di essere interconnessi a base locale in modo da fornire in ogni momento il miglior rendimento possibile. Lo stesso vale per le industrie e i plessi industriali che disporranno di energia prodotta in loco (evitando le perdite di trasmissione a lunga distanza) e potendo usufruire di sistemi appositamente studiati di produzione termica ed elettrica.

Aside

La globalizzazione, intesa come la concentrazione del potere economico e finanziario in mano a poche entità e l’agire di queste sulla quotidianità di ognuno di noi, ha lentamente cancellato nelle realtà locali il concetto stesso di “locale”. Pensiamo alla spersonalizzazione delle identità culturali delle comunità avvenuta tramite il consumismo. E’ così intensa che oggi è praticamente impossibile distinguere a colpo d’occhio un ragazzo di Milano da uno di Berlino: vestono allo stesso modo, hanno lo stesso taglio di capelli, hanno lo stesso atteggiamento e, magari, parlano la stessa lingua. Si considerino poi le innumerevoli attività industriali controllate dai grandi gruppi multinazionali che sono presenti in tutte le nostre città, o alle attività commerciali che vedono particolare sviluppo nelle cattedrali del consumismo che sono i “centri commerciali”. Questi ultimi sono la più evidente dimostrazione della spersonalizzazione dell’economia locale. Nei centri della grande distribuzione si pratica l’omologazione del prodotto venduto e raramente esiste un legame diretto con la produzione agroalimentare locale; sono una delle cause del deflusso di denaro dal territorio verso altre regioni o addirittura verso altri Paesi; sono la principale causa della morte delle piccole attività commerciali di prossimità. Tralasciamo altre note negative come la precarietà del lavoro e il grande flusso di merci intorno al mondo, con sprechi e inquinamento. A questo proposito, ci ricorda Latouche che “se le idee devono ignorare le frontiere, al contrario i movimenti di merci e di capitali devono essere limitati all’indispensabile”.

Solo negli ultimi anni si sta prendendo coscienza dell’importanza della definizione di strategie che permettano di ritrovare un “ancoraggio territoriale” per la cultura la politica, l’economia ed il senso della vita di ogni individuo.

Facciamo nostre le parole di Takis Fotopoulos, filosofo ed economista greco: “La rinascita politica culturale della realtà locale è nel contempo un obiettivo in sé per tornare a provare piacere della vita in tutte le sue dimensioni e uno strumento per rilocalizzare l’economia, nel senso di una ricollocazione della sfera all’interno della società locale e non di una ristrutturazione economica del territorio[...] É dunque importante invertire la rotta partendo innanzitutto dal rilocalizzare la sfera politica, per esempio inventando, o reinventando una democrazia di prossimità”

Purtroppo molte volte “utilizzare la creatività popolare e locale per cercare di risvilupparlo” lascia spazio a speculazioni di carattere politico ed economico, indebolendo l’azione di rilocalizzazione della vita. Abbiamo, ad esempio, già visto la speculazione politica che alcune forze politiche fanno sul tema del federalismo, proponendone una versione quanto meno ingannevole.

Per ciò che attiene all’economia, quando si parla di rilocalizzazione, s’intende principalmente la necessità di produrre a livello locale la massima parte dei prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione.

Le aziende, se ne deduce, divengono il motore di questo processo di ristrutturazione. Anzitutto il sistema produttivo deve poter attingere al credito di rete locale, cioè finanziato dal risparmio collettivo raccolto localmente, così come i canali di distribuzione e la rete commerciale devono avere carattere locale.

Va da sé che, vista l’importanza della rilocalizzazione economica poiché fondamentale per il sostentamento della società locale, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale.

Il rilancio dell’economia locale, ha evidentemente una ricaduta positiva sull’economia globale e può essere intrapresa attraverso molteplici strade.

Si pensi ad esempio ai Distretti Economici Solidali, diretta conseguenza dei Gruppi di Acquisto Solidale, oppure alle monete locali, che sono particolari tipi di moneta complementare intesa come strumento di scambio con cui è possibile ottenere beni e servizi affiancando il denaro ufficiale.

A questo proposito è interessante l’esperienza degli Šcec (acronimo di Solidarietà CheE Cammina). Lo Šcec non è altro che una riduzione di prezzo che gli associati si autoimpongono e che si traduce in un concreto atto di solidarietà verso la propria comunità. Le monete locali, così intese, aumentano il potere di acquisto delle famiglie e agganciano il denaro al territorio incentivando l’acquisto di beni locali e sostenendo il tessuto commerciale di prossimità.

Lo Šcec è presente in 11 regioni grazie ad una rete di associazioni riunite sotto il coordinamento nazionale di Arcipelago Šcec.

Fondamentale è il supporto delle Amministrazioni. Tra queste ritengo interessante segnalare il Comune di Tarvisio che ha attivato la moneta complementare nel 2010 dando un concreto sostegno al progetto e quindi favorendo l’economia locale.

E sul tuo territorio quali sono i progetti per la rilocalizzazione dell’economia? Prova a guardarti attorno e comunicaci cosa vedi.

Aside

La questione energetica e ambientale a livello mondiale è tema di dibattito oramai da decenni, ma possiamo affermare che negli ultimi anni si è visto una crescita intensa di queste tematiche, sotto vari punti di vista. L’energia è fonte vitale per la vita dell’uomo e per le sue attività. L’uomo trae energia per sostenere la sua vita con gli alimenti di cui si nutre e a sua volta alimenta tutti i processi industriali e i servizi di cui a bisogno tramite diverse fonti di energia disponibili in natura.

Le fonti primarie di energia attualmente utilizzate nel mondo sono quelle fossili (carbone, petrolio e gas), quelle nucleari (uranio) e le fonti rinnovabili (solare, idraulica, eolica, geotermica). L’energia si presenta nelle sue varie forme: chimica, gravitazionale, nucleare, meccanica, elettrica, termica. In molti casi occorre convertire l’energia da una forma ad un ‘altra per permetterne l’utilizzo e il trasporto. Ad esempio l’energia elettrica rappresenta un’ottima forma di energia per il trasporto a lunga distanza ma non permette di immagazzinare grandi quantità di energia.

Le fonti fossili incidono per oltre 70% nei consumi mondiali di energia (manuale Hoepli), seguite a distanza dalle biomasse, dall’idroelettrico e dal nucleare. Esse oltre ad essere fonti non rinnovabili e quindi finite (dato che il processo di formazione dei combustibili fossili impiega ere geologiche) apportano un significativo impatto ambientale, principalmente per le loro emissioni di anidride carbonica in atmosfera che aumentano l’effetto serra e quindi il riscaldamento globale.

Nelle centrali termoelettriche l’energia chimica del combustibile è convertita prima in energia termica nella caldaia, successivamente in energia meccanica nella turbina di espansione e infine in energia elettrica nel generatore che immette una potenza elettrica in rete pronta per essere utilizzata ed eventualmente riconvertita in energia meccanica o termica.

Si evince quindi che ogni conversione energetica avrà un’efficienza di conversione dovuta alla quantità di energia persa durante il processo di conversione.

In particolare nelle centrali termoelettriche a vapore o centrali a turbogas si sfrutta un ciclo termodinamico per la generazione di lavoro meccanico e quindi elettricità. Per caratterizzare l’impiego dell’energia in un impianto di conversione si può definire un rendimento energetico di primo principio per il ciclo termodinamica impiegato. Questo rendimento non è altro che il rapporto tra il lavoro netto prodotto e l’energia complessiva in ingresso.

L’analisi dell’impianto di conversione basata sul primo principio della termodinamica pone l’enfasi sul fatto di poter conservare l’energia, ovvero di evitare al massimo le perdite energetiche nel processo di conversione.

Da ciò risulta che più alto è il rendimento del ciclo e più basse sono le perdite di energia e perciò maggiore è il lavoro utile prodotto a partire dalla stessa quantità di combustibile. Visti quindi la limitatezza delle risorse fossili, il loro impatto ambientale non trascurabile e la crescente domanda energetica mondiale (dovuta soprattutto a paesi con un tasso di crescita industriale elevatissimo come Cina e India) l’impiego razionale e con alta efficienza dei combustibili fossili diventa sotto tanti aspetti una necessità imprescindibile.

Gli impianti a vapore possono al massimo arrivare a sfiorare il 50% di rendimento, i turbogas più spinti si aggirano attorno al 35%, mentre per i cicli combinati si può arrivare al 60%. Per quanto riguarda le centrali nucleari, dove il combustibile in questo caso è l’Uranio arricchito, il rendimento è piuttosto basso difficilmente supera il 35% per impianti BWR e PWR.

Attualmente quindi i sistemi di conversione con le efficienze più alte sono i cicli combinati che consistono nell’unione di un ciclo joule per turbina a gas e un ciclo Hirn a vapore che è alimentato interamente dai gas di scarico caldi della TAG (che hanno temperature che possono superare anche i 500°C). In questo caso il rendimento dell’impianto nel suo complesso è quindi dato dalla somma del lavoro utile netto ricavabile dalla turbina a gas e dalla turbina a vapore, confrontato con l’energia utilizzata sotto forma di combustibile (in questo caso la solo fonte energetica in ingresso è il gas).

Ad oggi il ciclo combinato è la miglior tecnologia per la produzione di energia elettrica, considerando il rendimento, il costo, la densità di potenza. Inoltre il ciclo a turbina a gas può lavorare anche senza il ciclo a vapore di cui si può fermare il funzionamento in caso non ci sia necessità, ovviamente il rendimento crollerebbe a valori attorno al 35%.

Per rispondere al carico della rete elettrica nazionale le centrali di generazione elettrica devono fornire una potenza variabile durante l’arco della giornata, riuscendo a soddisfare il picco di carico (che normalmente si ha a metà giornata) e a diminuire la potenza durante la notte quando il carico è molto più basso. Per questo motivo l’efficienza di conversione energetica diventa un fattore importante (assieme alla flessibilità , la capacità di regolazione, il costo, la continuità) per la scelta di un impianto di generazione piuttosto che un altro, è evidente che a parità di altri fattori le centrali con più alta efficienza hanno la precedenza su tutti.

Il ciclo combinato oltre a un buon rendimento ha il vantaggio di utilizzare soltanto gas naturale e ciò comporta emissioni inquinanti più basse, evitando il problema dello zolfo (che nelle centrali a carbone necessità di grandi impianti di assorbimento, economicamente e energeticamente costosi) e delle polveri, è invece rilevante l’emissione di ossidi di azoto che possono essere limitati o abbattuti con tecniche di combustione avanzate e sistemi catalitici.

I rendimenti più bassi e gli elevati costi di investimento iniziale degli impianti nucleari, in aggiunta alla produzione di scorie radioattive che, se anche di modeste quantità, hanno una pericolosità enorme e di durata praticamente infinita, sono parzialmente compensati dalla totale assenza di emissioni di anidride carbonica nel processo di generazione elettrica da fonte nucleare. Ci sarebbe comunque da obbiettare che nel processo di estrazione e lavorazione dell’Uranio le emissioni di CO2 non sono assolutamente trascurabili, si tratta soltanto di stabilire da che parte pende il bilancio.

Per quanto riguarda le fonti rinnovabili devono essere fatte differenti considerazioni con riferimento al tipo di fonte energetica che si sfrutta. In generale le energie rinnovabili sono risorse presenti in natura, disponibili a costo zero e che hanno la capacità di auto rigenerarsi nel tempo e di non emettere inquinanti (con alcune eccezioni).

La principale risorsa rinnovabile è quella idraulica che sfrutta l’energia cinetica dell’acqua per muovere turbine idrauliche e quindi generare elettricità. Tale risorsa nei primi anni dello scorso secolo riusciva da solo a soddisfare l’intero fabbisogno elettrico del nostro paese, ma con il crescere dell’industrializzazione e della popolazione la risorsa è arrivata ben presto al suo limite di sfruttamento. Le centrali idroelettriche sfruttano l’acqua di bacini posti a quote elevate che in linea di massima sono realizzati artificialmente, con un impatto ambientale non trascurabile. La risorsa idroelettrica dipende chiaramente dalle condizioni meteorologiche anche se non in modo marcato come nel caso di altro fonti rinnovabili (solare e eolico ad esempio). Data la sua ottima capacità di regolazione e di avvio rapido si presta bene per i carichi di punta e la regolazione del carico durante la giornata. In particolare molte stazioni idroelettriche sono alimentate di notte per pompare l’acqua da valle a monte in modo da poter utilizzare l’energia elettrica prodotta durante le ore di picco, facendo funzionare il sistema anche come accumulo di energia. Il vantaggio sta nel fatto di mantenere le centrali termoelettriche a regime nonostante la diminuzione del carico notturno e nel trasferire tale surplus di energia nei bacini idroelettrici in modo da utilizzare questa energia nel momento di maggior bisogno.

Le risorse rinnovabili come quella solare ed eolica hanno evidenti limiti in quanto sono discontinue nel tempo e variano velocemente anche durante un singolo giorno e la loro presenza non è garantita in ogni luogo. Inoltre queste fonti richiedono l’occupazione di un vasto suolo per la produzione di ingenti quantità di energia, si parla infatti di una bassa densità di potenza, riferita come alla potenza elettrica che è possibile generare riferita all’unità di superficie utilizzata dal sistema. Spesso infatti le energie rinnovabili sono preferibilmente utilizzate per la generazione decentralizzata. Per quanto riguarda il solare fotovoltaico il rendimento difficilmente supera il 20% (normalmente tra 10-15%) mentre per l’eolico il limite teorico massimo del rendimento è del 59% (teoria di Betz).

L’energia geotermica ha il grosso vantaggio di essere una fonte pressoché continua e illimitata ma ha l’evidente limite di essere presente soltanto in determinati siti con caratteristiche geologiche del tutto particolari che spesso si trovano in zone remote e disabitate.

Ad ogni modo in generale le fonti rinnovabili sono disponibili gratuitamente in natura (sole, vento) e quindi piuttosto che porre l’attenzione sull’efficienza di conversione si cerca di massimizzare il lavoro producibile in riferimento a una data configurazione del sistema.

Per fare questo risultata importante perciò un’analisi non più basata sul primo principio della termodinamica, che prende in considerazione soltanto i bilanci di energia, ma utilizzare anche il secondo principio che invece riguarda il deterioramento dell’energia non in quantità ma in qualità. Dal secondo principio della termodinamica infatti deriva l’analisi exergetica e il rendimento di secondo principio, che prende in considerazione il lavoro utile prodotto rispetto a quello massimo producibile (vale a dire di assenza di irreversibilità o di distruzioni di exergia). Da questa analisi possiamo migliorare il nostro sistema complessivo andando ad individuare dove si concentrano le irreversibilità e quindi intervenire di conseguenza.

Al termine di questa trattazione riteniamo opportuno osservare che il crescente fabbisogno energetico, sostanzialmente dovuto alla crescita esponenziale delle economie dei cosiddetti “paesi in via di sviluppo”, e la conseguente crisi ambientale e di risorse disponibili a una popolazione mondiale in continua crescita debbano essere affrontati certamente in un’ottica di miglioramento dell’efficienze di conversione che ne miglioramento della tecnologia in generale, ma un contributo sostanziale sarà dato soltanto se verranno prese in considerazione anche politiche di limitazione degli sprechi (materiali ed energetici) e di un’economia maggiormente consapevole degli evidenti limiti fisici del nostro pianeta.

Aside

E se avessi un pò di soldi a disposizione ??  Diciamo una cifra tra i 10000 e 20000 euro, come potrei impiegarli ? Come poteri investirli ?
Analizziamo due casi distinti di spesa, grosso modo attorno alla stessa cifra.
CASO 1): FOTOVOLTAICO
 
 
Un impianto fotovoltaico per una unità familiare ha solitamente una potenza di picco tra 2,5 e 3 kWp. Un impianto FV in Italia produce circa 1100 kWh per kWp installato al nord. Per essere cautelativi prendiamo questo valore per buono anche al centro Italia.
I costi attuali di impianti di piccola taglia di circa 3 kWp sono al massimo 20000 euro.
La tariffa incentivante per il primo quadrimestre del 2011 è di 0,402 €/kWh prodotto.
Quindi:
Potenza di picco installata: 3 kWp
Energia prodotta in un anno: 3300 kWh
Incentivo ricevuto in un anno: 1326 €
Dato che l’incentivo si mantiene invariato per 20 anni, il totale sarà di 26520 euro.
Questo senza contare il risparmio dovuto all’autoconsumo di energia e al guadagno dato dalla vendita dell’energia prodotta ma non consumata, che avviene tramite il servizio di scambio sul posto.
Considerando lo scambio sul posto (che dipendendo dai consumi è difficile prevedere) possiamo stimare di raggiungere i 1600 € annui e quindi poter ammortare l’investimento fatto in 12 anni e mezzo.
Le nostre stime sono state molto cautelative, supponendo un abbassamento del costo dell’impianto e una produzione annua maggiore ci si potrebbe spingere a 10 anni di ammortamento e quindi ai restanti 10 anni di tariffa con completo guadagno.
Gli impianti FV non richiedono revisioni obbligatorie e la manutenzione non è né costosa né periodica, si potrà limitare alla sostituzione dell’inverter e dei pannelli in caso di guasto. In tal senso sono disponibili le garanzie del costruttore da 5 a 10 anni.
Al di là della tariffa incentivante i benefici di un impianto FV con scambio sul posto sono molteplici, infatti installando dei sistemi di rilevamento delle correnti prodotte possiamo azionare le nostre pompe di calore alimentandole completamente con l’energia autoprodotta e utilizzando un accumolo d’acqua calda avere energia termica all’occorrenza. Scambiare energia con la rete elettrica permette, oltre ad avere un ritorno economico dell’energia ceduta, ad altri utenti di usare energia proveniente da fonti non fossili con benefici sulla salute di tutti.
Produrre in loco e scambiare in rete sarà il futuro della produzione energetica.

CASO 2):  AUTOMOBILE


 
I benefici dell’automobile (o meglio definibile come auto-immobile) sono in continua diminuzione. Una persona che oggi vive in aree urbane o sub-urbane oggi non ha nessuna convenienza ad acquistare un’auto. Infatti l’auto potrà efffettivamente essere utile e indispensabile un ristretto numero di volte al mese (viaggi in luoghi non raggiungibili da bus e treno, trasporto di oggetti ingombranti o persone anziane). Per queste poche occasioni in cui non possiamo farne a meno, la soluzione ottima è il noleggio o il prestito da parte di un amico o conoscente.
Un auto di piccola taglia costa circa 12000-15000 euro. Il prezzo di un auto di medie dimensioni si aggira oggi attorno ai 20000 euro (pari al costo di un impianto FV familiare).
Il costo supportato dalla famiglia (che sempre più spesso è una sola persona, in Italia la media è una macchina ogni due persone) per l’acquisto di un’auto non prevede nessun ammortamento, e neppure nessun risparmio, anzi.
Oltre al costo di acquisto, l’auto richiede un ingente quantità di soldi per il suo funzionamento: costo benzina (proporzionato all’uso, oggi il costo è 1,5 euro a litro), il costo della manutenzione (che comunque è dipendente anche dall’uso, più uso la macchina e più ha bisogno di manutenzione), poi altri costi non legati all’uso, costo delle revisioni periodiche, costo della tassa di circolazione, costo dell’assicurazione (500-800 € annui nel migliore dei casi).
Questi sono i costi diretti che deve supportare l’automobilista, tra i quali si potrebbe includere anche i costi per il rinnovo della patente e il costo delle eventuali multe per trasgressioni del codice stradale.
I costi indiretti che deve supportare la società a casusa dell’alto tasso di utilizzo di vetture private, specialmente nelle aree urbane, non sono assolutamente trascurabili anche se difficilmente possono essere contabilizzati efficaciemente.
Costi indiretti legati all’uso dell’auto:
  • Peggioramento della qualità dell’aria nelle zone urbane: aumento malattie respiratorie
  • Aumento della quantità di CO2 a livello planetario: aumento delle temperature
  • Inquinamento acustico e stress dovuto al traffico: peggioramento della qualità della vita e della salute dei cittadini
  • Alta probabilità di incidenti stradali, spesso con effetti gravi, se non mortali, sui guidatori ma anche sui pedoni
  • Deterioramento dei rapporti sociali: il traffico e i mezzi di trasporto privati ostacolano e peggiorano i rapporti umani tra i cittadini
  • Conflitti armati necessari per garantire il controllo dei bacini petroliferi strategici e quindi carburante a basso costo per le nostre economie
  • Smaltimento delle auto in demolizione, delle marmitte e delle batterie
Per ammortizzare un’auto che costa 20000 €, non tenendo conto dei costi di uso (che sono elevatissimi), e ipotizzando di utilizzare la bicicletta per i brevi spostamenti e i mezzi pubblici cittadini con un abbonamento mensile (Firenze costo attuale abbonamento ataf 35 €), il recupero del costo considerando il risparmio dei mezzi pubblici avverrebbe dopo 47 anni!!!
 
RIFLETTENDO UN PO’
Facendo due conti semplici e riflettendoci un pò sopra, se avessi 20000 euro da spendere non acquisterei certo un’auto, ma doterei la mia casa di un impianto fotovoltaico o di altre soluzioni energetiche intelligenti (caldaie a biomassa, eolico, pannelli solari termici, isolamento), dato che i benefici risultanti a livello individuale e sociale sarebbero tanti, al contrario dell’auto-immobile che ha eleveti costi e non ha benefici rilevanti, dato che la sua unica funzione è quella del trasporto privato. Infatti se togliamo casi in cui le abitazioni sono in aree isolate, il trasporto automobilistico è quasi sempre inefficace (traffico in aumento, difficoltà di trovare posteggio, interminabili code per andare in vacanza d’estate). Le alternative al trasporto privato motorizzato sono le biciclette e i mezzi pubblici che dovranno essere potenziati al massimo delle loro capacità.
Un persona saggia non ha dubbi al riguardo, una persona saggia tutto questo l’ha già capito da diverso tempo.

 

Aside

È del 29 Marzo un comunicato dell’AEEG sul rincaro della bolletta elettrica e del gas.

Per l’energia elettrica, l’aumento del 3,9% dei prezzi di riferimento, si traduce in un incremento della spesa di 16,5 euro su base annua per la famiglia tipo, con consumi medi di 2.700 kilowattora l’anno e una potenza impegnata di 3 kW.

Le delibere con gli aggiornamenti trimestrali per energia elettrica e gas (ARG/elt 30/11, ARG/elt 31/11, ARG/gas 32/11, ARG/gas 33/11, ARG/com 34/11, ARG/com 35/11) sono pubblicate sul sito www.autorita.energia.it.

Il comunicato pone l’accento sul fatto che il rincaro sia motivato dagli incentivi sul FV. Insomma, agli italiani nei prossimi mesi spetteranno bollette rosse e il rincaro sarà falsamente giustificato dal dover sovvenzionare quelle fonti che dovrebbero liberare  dal giogo dei costosi idrocarburi. “E questo è solo l’inizio di ciò che i cittadini dovranno pagare se non si interviene su una rimodulazione degli incentivi”, afferma Pietro Giordano, Segretario Nazionale Adiconsum. Secondo Adiconsum infatti, è necessario “modificare gli articoli 27 e 28 del DL, nei quali si prevede di gravare sulle tariffe del gas per incentivare l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili termiche”.

L’AEEG omette tuttavia di dire che sulla bolletta inciderà in modo molto più significativo l’incentivo CIP6 sulle fonti rinnovabili assimilate.

Il CIP6 è una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi adottata il 29 aprile 1992 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n°109 del 12 maggio 1992) a seguito della legge n. 9 del 1991, con cui sono stabiliti prezzi incentivati per l’energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili e “assimilate”, termine che intende indicare inceneritori e centrali a carbone in zone disagiate.
La dizione “assimilate”, infatti,  fu aggiunta alla previsione originaria in sede di approvazione del provvedimento per includere fonti di vario tipo, non previste espressamente dalla normativa europea in materia.
In conseguenza della delibera “CIP6″, chi produce energia elettrica da fonti rinnovabili o assimilate ha diritto a rivenderla al Gestore dei Servizi Energetici a un prezzo superiore a quello di mercato.
I costi di tale incentivo vengono finanziati mediante un sovrapprezzo del 7% del costo dell’energia elettrica, che viene addebitato direttamente ai consumatori finali nel conteggio di tutte le bollette (componente A3 degli oneri di sistema). Il valore dell’incentivo CIP6 viene aggiornato trimestralmente e i valori (in €/MWh) sono pubblicati sul sito del GSE (Gestore dei Servizi Energetici). Per il 4º trimestre 2010 l’importo era pari a 69,96 €/MWh.

Inoltre sulla bolletta ricadono ogni anno i costi di stoccaggio temporaneo delle scorie nucleari di centrali nucleari sperimentali chiuse da oltre 20 anni. Gli italiani spendono per queste scorie, di cui ancora non si conosce il destino definitivo, circa 200 milioni di euro l’anno. Infatti paghiamo nei cosiddetti oneri impropri della bolletta elettrica la componente A2 (una tassa che ognuno di noi paga per la dismissione delle centrali nucleari costruite in Italia fino all’approvazione del referendum del 1987 e per lo smaltimento delle scorie fino ad allora prodotte).

Tempi duri aspettano gli italiani e per citare ancora una volta Pietro Giordano “si vuole scaricare sulle bollette uno dei pochi oneri rimasti nel bilancio dello Stato a favore dell’efficienza energetica, e si rischia di distruggere uno dei pochi settori che produce davvero benefici risultati!”.

Fonte: R&tia SrL