Tag Archive for 8R

Aside

Partiamo da un dato: tra il 1990 ed il 2000, solo negli Stati Uniti, si è gettato un tal numero di lattine di alluminio che, se recuperate, si sarebbero potuti rimpiazzare 316.000 Boeing 737 ovvero 25 volte l’intera flotta aerea civile mondiale.

Oltretutto il riciclo dell’alluminio permette di risparmiare fino al 95% dell’energia elettrica necessaria alla sua produzione.

Tuttavia dal 2000 ad oggi la situazione negli Stati Uniti, e nell’intero Pianeta, non è migliorata.

Questo ci fa riflettere sulla stupidità umana e sulle potenzialità economiche e di risparmio del riciclo dei materiali.

Verrebbe da pensare che non si voglia, per motivi economici e politici, definire strategie incentivanti il riciclaggio. Da una parte perché si andrebbero a ledere gli interessi dei grandi gruppi multinazionali che detengono il controllo del mercato delle materie prime. Dall’altra perché siamo governati, non solo in Italia, da una classe politica completamente disinteressata a questi temi.

Se a livello europeo esistono esempi positivi, come il bioparco industriale di Terneuzen in Olanda (di cui abbiamo già parlato), rimangono molte le zone grigie dello spreco dei rifiuti. Per quanto riguarda casa nostra si pensi ad esempio alla situazione della spazzatura napoletana, che dimostra la totale incapacità politica di voler prendere decisioni drastiche di fronte ad una emergenza ormai cronica.

Nel 2008 l’allora Governo Prodi aveva dato ai comuni dell’area Vesuviana quattro mesi di tempo per avviare la raccolta differenziata, scaduti i quali i Comuni inadempienti sarebbero stati commissariati. Nel frattempo il Governo Prodi è caduto ed è subentrato il Governo Berlusconi che ha annullato tutto.

Verrebbe da chiedersi quanta energia si sarebbe potuta risparmiare e quanto materiale si sarebbe potuto riutilizzare se quell’azione di Prodi, per il Vesuviano, fosse  stata messa in atto.

Una seria politica del riciclaggio potrebbe essere quella di prevedere maggiori sgravi fiscali per le aziende che utilizzano nei propri cicli produttivi materiale riciclato e nel contempo incrementare gli incentivi per coloro che rilavorano materiali riciclabili.

Credo che un’azione coraggiosa, come quella intrapresa da Prodi, sia ancora oggi la strada giusta da seguire: la politica deve intervenire, con tutti gli strumenti che ha a sua disposizione, affinché sia chiara la strada che va perseguita.

E’ quindi necessario imporre ai comuni la raccolta differenziata spinta, penalizzando economicamente quelli che non raggiungono in tempi certi (e rapidi) alti livelli di differenziata.

“Il riutilizzo” in questa catena virtuosa si posiziona prima del riciclo. Lo si può definire il tentativo di dare una nuova vita ad un oggetto destinato alla discarica.

I veri nemici del riutilizzo degli oggetti usati sono l’obsolescenza programmata e, ancora una volta, l’ignoranza dell’uomo.

L’obsolescenza è un elemento importante del sistema economico basato sulla crescita illimitata. Oggetti programmati per rompersi dopo un preciso periodo di utilizzo creano infatti la necessità di nuovi acquisti, poiché la loro riparazione è diventata anti-economica.

Chi di noi non si è trovato nella situazione di dover rottamare un oggetto poiché aggiustarlo è troppo costoso o perché si è rotto un componente di cui non esiste il ricambio, o ancora perché non si trovano più artigiani in grado di eseguire un tale intervento?

In secondo luogo poi va detto che la nostra società ci ha abituato a rincorrere l’ultima novità lanciata dalla moda, impedendoci di utilizzare e sfruttare meglio e più a lungo quello che abbiamo. Inoltre parlare di “riutilizzo”, di “seconda mano” o di “usato” evoca spesso pratiche del passato che molte volte vengono collegate a situazioni di arretratezza, povertà o incapacità di stare al passo con la modernità.

In realtà riutilizzare non solo è uno dei sistemi più immediati per risparmiare denaro, per ridurre l’inquinamento e per limitare la propria impronta ecologica, ma è anche, per i più romantici, la capacità di dare nuova energia ad un oggetto, amplificandone l’essenza del suo passato. E’ un po’ l’obiettivo del progetto DePuRiAmo (Denaro Pulito Rigenerato con Amore – www.depuriamo.it) che ci invita ad accompagnare l’oggetto usato che vogliamo donare, barattare o vendere da un cartellino o un’etichetta dove “scrivere la storia dell’oggetto, a chi è appartenuto, come è stato costruito, un augurio per il suo utilizzo e tutto ciò che ci viene in mente per arricchire l’oggetto di magia e amore”.

Nel “riuso” l’iniziativa privata si è messa in moto da tempo, con ottimi risultati. Ormai in tutte le città esistono botteghe dell’usato ove è possibile trovare di tutto: dagli indumenti agli elettrodomestici, dai libri ai mobili.

In queste realtà, che di norma si comportano come veri negozi, sovente è possibile portare la propria merce, che rimane esposta in conto vendita per un periodo e ad un prezzo concordato.

Anche i grandi gruppi commerciali hanno intuito le potenzialità del riuso. Ne è l’esempio Ikea, che con l’iniziativa Usa&Riusa permette prima di tutto la raccolta di fondi destinati ad enti benefici, ma di riflesso la rivendita di materiale usato, la fidelizzazione dei clienti (tramite un buono d’acquisto ottenuto in cambio del mobile usato consegnato a Ikea) ed infine pubblicità per la catena di negozi.

E tu come ti comporti davanti al riuso?

Aside

Quando si parla di “Ridurre” si intende principalmente la riduzione degli sprechi. E’ ormai cosa nota che la società occidentale si basa sul concetto di benessere sostenuto dal ciclo della sovra-produzione, del sovra-consumo e dello spreco.
E’ una questione su cui riflettere.
Ognuno di noi infatti ha un peso ecologico. In concreto ogni azione che compiamo nel nostro quotidiano si ripercuote, quasi sempre negativamente, sull’ecosistema. L’uso sconsiderato dell’acqua e dell’energia elettrica,  lo shopping sfrenato, l’aggiornamento continuo del cellulare o del computer sono tutti elementi mossi, molte volte, da falsi bisogni creati ad arte dall’efficacissima azione fuorviante della pubblicità.
Tutte azioni queste che incrementano il nostro peso ecologico. Questo peso, la nostra impronta ecologica, varia a seconda del Paese in cui viviamo: per soddisfare le esigenze di un italiano servono 4 pianeti, 9 per un americano e meno di uno per un indiano.
Il “fabbisogno” di pianeti è destinato purtroppo a crescere in quanto ognuno di noi, anche il più fervido ecologista/ambientalista, ha un concetto di “necessario e di “superfluo” che è tutto impregnato della cultura consumistica occidentale, e risulta falsato.
Provate a pensare a voi una quindicina di anni fa. Sicuramente non avevate il cellulare. Oggi non riuscite a farne a meno e anche se pensate di potervi rinunciare, sarà la cerchia dei vostri amici, parenti colleghi ad imporvene l’uso. Questo esempio potrebbe essere esteso a decine di oggetti e servizi che oggi “completano” la nostra esistenza.
Come ci ricorda Serge Latouche, il “Ridurre il nostro consumo materiale fino a che ritroviamo l’impronta ecologica corrispondente a un pianeta” è oramai diventata una necessità imprescindibile. Riduzione che non implica necessariamente rinunce e sacrifici, se si parte dalla comprensione dei nostri reali bisogni.
La pubblicità crea tutta una gamma di bisogni e per farlo entra nel nostro privato utilizzando tutti i mezzi comunicativi che ha a disposizione: dalla televisione alla radio, da internet alle email, dal telefono al passaparola. Le strade, e si pensi ad esempio al nostro percorso quotidiano casa-lavoro, sono oramai un unico cartellone pubblicitario inutile e antiestetico.
Subiamo da parte della pubblicità un’aggressione quotidiana e a questo assalto si deve rispondere con una duplice azione: contenere e disincentivare l’uso della pubblicità con mezzi legislativi e attuare forme di resistenza individuale basate sulla sobrietà e  sul buon senso.
Di certo voler ridurre gli sprechi non è cosa semplice in quanto, come abbiamo già accennato, la nostra cultura ne è impregnata e quindi in alcuni casi è veramente difficile individuarli.
Dobbiamo prima di tutto partire da noi stessi: ridurre i nostri sprechi individuali perché, diciamocelo francamente, siamo dei potenziali spreconi. Solo un’ attenta analisi che parta dall’acquisto (valutando quindi l’effettiva necessità dell’acquisto, il tipo di imballo utilizzato o la provenienza geografica), che pensi alla durata dell’oggetto o del servizio che dobbiamo comperare (considerandone a priori l’obsolescenza o la possibilità di riciclo), può esserci d’aiuto in questo difficile percorso.
Ridurre però non significa semplicemente fare le stesse cose che facciamo oggi con meno merci, ma è importante arrivare a fare le cose che veramente ci interessano con quanto realmente ci serve. Ridurre non è nemmeno un “ritorno al passato”. Nessuno ha in mente di tornare a lavare i panni al lavatoio pubblico. Quello di cui abbiamo bisogno è ricreare un nuovo senso comune senza sprechi, senza il superfluo e l’inutile.
Solo con una reale volontà di cambiare il mondo che ci circonda, modificando prima di tutto noi stessi, possiamo realmente evitare che il 60% del cibo prodotto a livello mondiale venga ancora sprecato, scartato (1)  o, come ci racconta Adrea Segrè, presidente della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, impedire che, solo in Italia, vengano buttati annualmente 238 mila tonnellate di beni alimentari recuperabili che potrebbero sfamare 620 mila persone (2).
Non dimentichiamo poi la necessità di ridurre il consumo di energia, la riduzione dei trasporti di merci e persone, la riduzione dei rifiuti e dell’obsolescenza degli oggetti ed in fine la riduzione del tempo dedicato al lavoro. Tutti argomenti che affronteremo nei prossimi numeri.

Note:

1) Il mondo alla rovescia – Michele Buono e Piero Riccardi . edizioni per la decrescita . Pg 182

2) op. cit. – pg. 181

Aside

La globalizzazione, intesa come la concentrazione del potere economico e finanziario in mano a poche entità e l’agire di queste sulla quotidianità di ognuno di noi, ha lentamente cancellato nelle realtà locali il concetto stesso di “locale”. Pensiamo alla spersonalizzazione delle identità culturali delle comunità avvenuta tramite il consumismo. E’ così intensa che oggi è praticamente impossibile distinguere a colpo d’occhio un ragazzo di Milano da uno di Berlino: vestono allo stesso modo, hanno lo stesso taglio di capelli, hanno lo stesso atteggiamento e, magari, parlano la stessa lingua. Si considerino poi le innumerevoli attività industriali controllate dai grandi gruppi multinazionali che sono presenti in tutte le nostre città, o alle attività commerciali che vedono particolare sviluppo nelle cattedrali del consumismo che sono i “centri commerciali”. Questi ultimi sono la più evidente dimostrazione della spersonalizzazione dell’economia locale. Nei centri della grande distribuzione si pratica l’omologazione del prodotto venduto e raramente esiste un legame diretto con la produzione agroalimentare locale; sono una delle cause del deflusso di denaro dal territorio verso altre regioni o addirittura verso altri Paesi; sono la principale causa della morte delle piccole attività commerciali di prossimità. Tralasciamo altre note negative come la precarietà del lavoro e il grande flusso di merci intorno al mondo, con sprechi e inquinamento. A questo proposito, ci ricorda Latouche che “se le idee devono ignorare le frontiere, al contrario i movimenti di merci e di capitali devono essere limitati all’indispensabile”.

Solo negli ultimi anni si sta prendendo coscienza dell’importanza della definizione di strategie che permettano di ritrovare un “ancoraggio territoriale” per la cultura la politica, l’economia ed il senso della vita di ogni individuo.

Facciamo nostre le parole di Takis Fotopoulos, filosofo ed economista greco: “La rinascita politica culturale della realtà locale è nel contempo un obiettivo in sé per tornare a provare piacere della vita in tutte le sue dimensioni e uno strumento per rilocalizzare l’economia, nel senso di una ricollocazione della sfera all’interno della società locale e non di una ristrutturazione economica del territorio[...] É dunque importante invertire la rotta partendo innanzitutto dal rilocalizzare la sfera politica, per esempio inventando, o reinventando una democrazia di prossimità”

Purtroppo molte volte “utilizzare la creatività popolare e locale per cercare di risvilupparlo” lascia spazio a speculazioni di carattere politico ed economico, indebolendo l’azione di rilocalizzazione della vita. Abbiamo, ad esempio, già visto la speculazione politica che alcune forze politiche fanno sul tema del federalismo, proponendone una versione quanto meno ingannevole.

Per ciò che attiene all’economia, quando si parla di rilocalizzazione, s’intende principalmente la necessità di produrre a livello locale la massima parte dei prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione.

Le aziende, se ne deduce, divengono il motore di questo processo di ristrutturazione. Anzitutto il sistema produttivo deve poter attingere al credito di rete locale, cioè finanziato dal risparmio collettivo raccolto localmente, così come i canali di distribuzione e la rete commerciale devono avere carattere locale.

Va da sé che, vista l’importanza della rilocalizzazione economica poiché fondamentale per il sostentamento della società locale, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale.

Il rilancio dell’economia locale, ha evidentemente una ricaduta positiva sull’economia globale e può essere intrapresa attraverso molteplici strade.

Si pensi ad esempio ai Distretti Economici Solidali, diretta conseguenza dei Gruppi di Acquisto Solidale, oppure alle monete locali, che sono particolari tipi di moneta complementare intesa come strumento di scambio con cui è possibile ottenere beni e servizi affiancando il denaro ufficiale.

A questo proposito è interessante l’esperienza degli Šcec (acronimo di Solidarietà CheE Cammina). Lo Šcec non è altro che una riduzione di prezzo che gli associati si autoimpongono e che si traduce in un concreto atto di solidarietà verso la propria comunità. Le monete locali, così intese, aumentano il potere di acquisto delle famiglie e agganciano il denaro al territorio incentivando l’acquisto di beni locali e sostenendo il tessuto commerciale di prossimità.

Lo Šcec è presente in 11 regioni grazie ad una rete di associazioni riunite sotto il coordinamento nazionale di Arcipelago Šcec.

Fondamentale è il supporto delle Amministrazioni. Tra queste ritengo interessante segnalare il Comune di Tarvisio che ha attivato la moneta complementare nel 2010 dando un concreto sostegno al progetto e quindi favorendo l’economia locale.

E sul tuo territorio quali sono i progetti per la rilocalizzazione dell’economia? Prova a guardarti attorno e comunicaci cosa vedi.

Aside

Le azioni di buon senso nascono  talvolta come una necessità di risparmio, soprattutto nelle famiglie un po’ numerose, cioè quelle famiglie composte da almeno 3, 4 o addirittura 5 componenti come nel caso della mia.

Ho iniziato quindi a praticare l’arte del riciclo di abiti per i miei bambini un po’ di anni fa, quando mia cognata mi passava quasi tutto il necessario per abbigliare i miei figli, che sono cresciuti negli abiti e nelle felpe e tutine dei loro cugini.

Man mano che andavano crescendo poi a mia volta li riciclavo, girandole ad ad altre persone che avevano bambini, in certi casi li spedivano con un pacco postale nei paesi d’origine, del Sud America, così questi vestitini facevano il giro di mezzo mondo ed erano ancora quasi perfetti e ben conservati grazie alla cura e alla valorizzazione per  rendere ancora utile ciò che a noi può sembrare superfluo e  degno di finire in cassonetto.

Così ho fatto cominciando da un semplice gesto quella che ora è un nuovo modo di pensare educare e inizio di quello che chiamiamo piccoli gesti di amore per la natura, cioè valorizzare, riciclare, e ridistribuire e anche educare in un ottica di riciclo creativo. Infatti i miei figli hanno colto questo nuova opportunità espressiva dell’arte del riciclo cimentandosi nella produzione di oggetti nuovi ottenuti attraverso un piccolo modo nuovo di reinventare le cose dandogli nuova vita, una nuova forma e utilità.

Sara 20 anni vive a Belino e studia lingue, ha iniziato 2  anni fa a inventato un porta monete ricavato dalle vecchie e obsolete cassette audio degli anni passati, che smontate e liberate dai nastri e foderate, incernierate diventano dei nuovi accessori ,apprezzati soprattutto in Germania, e ne ho vendute alcune anche io a Salina l’estate scorsa a degli svizzeri e dei francesi, che evidentemente hanno un gusto particolamente attento alle novità che sanno di vintage.

Giovanni 23 anni vive a New York, studia e lavora, ha seguito l’esempio della sorella e ha fatto la stessa cosa, raccogliendo dagli amici le vecchie audiocassette, le ha riconvertite in portamonete, e le ha vendute nei più ricercati negozietti  ricavando anche  un po’ di soldi.

Valentina 25 anni Brescia. Ha creato I teatrini di Kartina sono un lavoro di arte del riciclo ottenuto da ritagli di giornali e riviste e sono realizzati su base in cartoncino, si aprono come treatrino e danno con la loro tridimensionalità l’idea di un piccolo palco di teatro, aggiungerei della fantasia.

La mia produzione consiste nella realizzazione di borse con tessuti di riciclo e riutilizzo di tessuti che in genere sono gettati via perchè troppo piccoli ,oppure  scarto di lavorazioni di altri artigiani, o vecchi campioni di tessuto per tapezzeria.

Sono molto originali, colorate e davvero uniche .ho intenzione di continuare con questo lavoro che può essere per me una nuova fonte di guadagno.

Non so se con queste azioni abbiamo contribuito al benessere generale e alla salvezza del nostro pianeta, ma sicuramente abbiamo compiuto un piccolo gesto creativo che in se ne presuppone tanti altri come la rivalorizzazione e la  ridistribuzione, e anche compreso che si può prendere in carico una piccolissima porzione del pianeta che ci viene virtualmente assegnata e della quale diveniamo responsabili, della sua conservazione, integrità, e come una quota della bellezza del mondo da preservare, per chi c’è ora e  per chi verrà dopo di noi.

 

Teatrini di kartina

 

Per gentile concessione dell’autrice Rosanna Pisani

Aside

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

Articolo 5 della Costituzione Italiana

Nel percorso di analisi del circolo virtuoso delle “8R” che abbiamo intrapreso ci appare subito chiaro come il tema della rilocalizzazione sia di fondamentale importanza poiché, il locale è la dimensione territoriale e politica più vicina alla vita quotidiana dell’individuo.

E’ nel locale infatti che ognuno di noi può trovare la migliore espressione di se stesso. In questo ambito ciascuno legittimamente aspira a creare i propri rapporti relazionali e lavorativi. Per questo è inscindibile la rivoluzione culturale, così com’è stata delineata nei precedenti articoli, con lo spazio in cui questa deve avvenire.

La rilocalizzazione, o in altre parole l’azione del riportare in senso compiuto la nostra vita nel locale, trova applicazione essenzialmente nell’attività economica e sul piano politico.
Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, che intendiamo qui analizzare, va chiarito subito che, parlando di “politica”, s’intende l’attività di chi prende parte alla vita pubblica in tutti i suoi ambiti ed in modo particolare in quello civico, quello sociale e organizzativo.

Rilocalizzare la politica significa definire nuovi sistemi di partecipazione civica all’interno di una forma organizzativa dello Stato, tali da permettere l’esercizio del potere localmente da parte del cittadino.
Va da sé che se si accetta questa definizione verrà naturale pensare che i singoli comuni dovranno necessariamente ritrovare una loro forma di autonomia economica e politica.

Nella sostanza diviene inevitabile il passaggio da una forma di democrazia rappresentativa, così come la conosciamo oggi, ad una partecipativa, che deve necessariamente poggiare sulla partecipazione diventando, come ricorda Paola Bonora, “guardiana e promotrice dello spirito dei luoghi” e su “un progetto collettivo radicato in un territorio inteso come luogo di vita comune e dunque da preservare e da curare per il bene di tutti”(1).

Credo, anche alla luce degli aspetti economici, sociali ed organizzativi, sia doveroso evidenziare come dovrebbe mutare il concetto di “Comune” rispetto a come lo conosciamo oggi. Non più esclusivamente un luogo con una connotazione geografica di carattere prevalentemente storico, ma un’area omogenea sotto l’aspetto culturale, economico e sociale, con limiti geografici tali da permettere una reale implementazione di una rete di relazioni personali ed economiche.

Va poi definita l’interazione di queste realtà autonome con lo Stato. Proviamo a pensare allo Stato inteso come una rete, non gerarchica, di municipalità autonome, formate a loro volta da reti concentriche di comuni più piccoli, dove sia possibile attuare una “democrazia di prossimità” ovvero una più avanzata forma di governo popolare che permetta ai cittadini di partecipare a tutti i livelli dei processi decisionali.
Si otterrebbero così piccole unità politiche interconnesse tra loro, direttamente controllate dai cittadini, inserite in realtà più grandi, le municipalità, che a loro volta andrebbero a formare lo Stato.

Va rilevato che il concetto di “rete”, sia delle Municipalità sia dei Comuni, indica la chiara volontà, ci ricorda Giulio Marcon, “di non rinchiudersi nella dimensione localistica e autocentrata, ma di costruire a partire dal proprio frammento un disegno comune di trasformazione e di innovazione sociale  e politica”(2).

Se preferite è possibile definire la forma organizzativa dello Stato appena abbozzata come “federalismo”.

Nonostante se ne parli da alcuni decenni, la classe politica italiana non ha saputo cogliere la vera essenza della rilocalizzazione ed ha permesso ad alcune forze politiche di impossessarsi di termini quali “locale” e “federalismo” travisandone completamente il significato. Infatti ad oggi, come unico risultato concreto, i “popoli del nord” hanno ottenuto imbarazzanti richiami a radici più o meno presunte che risalgono ad antichi popolazioni, cercando di riportare alla memoria, e all’occorrenza inventando, usanze che poco o nulla hanno a che fare con la nostra storia, e l’apertura verso una secessione di tipo finanziario, che in seguito sarà di tipo geografico, delle regioni del nord dallo Stato centrale. Non per niente quello che si sta approvando in Parlamento è definito “federalismo fiscale” assai lontano dal quel federalismo che è attuato, con diverse configurazioni, in varie parti del mondo. Ci ricorda Marco Vitale nella presentazione del saggio di Luca Meldolesi – Federalismo democratico. Per un dialogo tra uguali (Rubbettino Editore, 2010) che: “Al di là delle differenti forme di federalismo, esiste un elemento comune che tutte le lega e caratterizza: la volontà di stare insieme o di mettersi insieme nonostante le diversità. Se non c’è questa volontà non c’è federalismo. Parlare di federalismo mentre si pensa alla separazione o secessione e per esse si lavora, è semplicemente una truffa”.

Inoltre chi dai banchi del Parlamento oggi parla di federalismo dimentica di raccontarci come dovrebbe cambiare la quotidianità di noi cittadini una volta applicata questa nuova forma organizzativa. Forse non è una dimenticanza perché è chiaro a chi non si accontenta di slogan e vuole uscire da un localismo asfittico, che nulla muterà: quello leghista non è altro che un “federalismo di stato” che produrrà, usando le parole di Alberto Magnaghi, “nuove forme “decentrate” di accentramento e esclusione nel sistema decisionale”(3). Le persone oneste continueranno a pagare le tasse e a subire i disservizi, i Comuni continueranno a perdere sempre più sovranità (si pensi oggi alla “Legge Obiettivo”). Continueremo a votare e non avere interazioni con la politica nei momenti decisionali. Non avremo un controllo reale del futuro del nostro territorio. Ci ritroveremo ben presto a dire, parafrasando un noto slogan padano: “Milano ladrona”.
Sarà così perché la classe dirigente non ha un progetto chiaro di evoluzione della  nostra società e, di conseguenza, della struttura dello Stato. I politici sono parte integrante di quell’universalismo che si alimenta di una crescita economica illimitata. Non hanno la capacità e la volontà di innescare la rivoluzione culturale che potrebbe suggerire nuove forme di organizzazione amministrativa.

Esiste tuttavia, per nostra fortuna, un’altra Italia, diversa da quella che propone il federalismo leghista. Un’Italia che si sta organizzando sulla base del buon senso e che si pone come obiettivo una reale rilocalizzazione della politica e dell’economica. Un’Italia in cui vengono poste in atto certe azioni perché il termine “locale” è inteso come luogo fatto di terra e di uomini di cui prendersi cura per permetterne la quotidiana rinascita politica e culturale. Un’Italia dove, come ci spiega Magnaghi, “la comunità è una change, non un dato storico riservato agli autoctoni, ma un progetto delle genti vive, degli abitanti del luogo […] che sono in grado di reinterpretare l’anima del luogo[…]. Dunque il luogo appartiene a chi se ne prende cura” e non solo a chi in quel luogo è nato e forse risulta essere tra i primi ad adattarsi ad un “localismo vandalico” ovvero il consumo scriteriato e autodistruttivo delle proprie risorse patrimoniali(4).
Sto parlando di reti di comuni, come ad esempio quelli aderenti all’Associazione dei Comuni Virtuosi, che promuove nuovi stili di vita più ecosostenibili; la rete del Nuovo Municipio; la rete delle Cittaslow, che ricalcano la filosofia di Slow Food puntando su una vita all’insegna di ritmi più umani; La rete dei Comuni Solidali; la rete dei comuni aderenti a DE.CO. per la valorizzazione e la certificazione dei prodotti alimentari locali.

A questo punto sarebbe troppo facile muovere una critica a molti degli amministratori locali che noi tutti conosciamo e che sulla strada della rilocalizzazione della politica poco o nulla hanno prodotto. Credo sia più giusto riflettere sul comportamento dei cittadini e sulla necessità che ognuno di noi si riappropri del luogo in cui vive partecipando alla vita comunale in tutte le modalità possibili: assistendo ai Consigli Comunali, diventando membri attivi di associazioni che promuovo, in tutte le sue forme il territorio, fino ad arrivare a candidarsi alle elezioni locali.

Solo con una cittadinanza attiva orbitante intorno a forme di autogoverno locale sarà possibile attuare un federalismo compiuto. Il resto, quello che vediamo oggi, è solo uno specchietto per le allodole, che porterà inevitabilmente alla formazione di una nuova casta di politici padani, e di questo francamente non abbiamo proprio bisogno.

Note:
(1) Paola Bonora – Sostemi locali territoriali, transcalarità e nuove regole della democrazia dal basso. In Il progetto di territorio nella città metropolitana a cura di Marson.
(2) Giulio Marcon -  Introduzione, in E. Lombardi e G. Naletto, Comunità partecipate. Guida alle buone pratiche locali, Roma, Manifestolibri
(3) Alberto Magnaghi – Democrazia e diritto nr. 3/2006

 

Foto: Denis Nordmann

Aside

«Memorie di un dialogo con Serge Latouche, in un pomeriggio parigino di pioggia fine, tra mito della caverna e sogno di decrescita». La giornalista freelance Pierangela Fontana (*) descrive il suo incontro con Serge Latouche in un articolo pubblicato sul sito Peacelink.
Ore 14.  Appuntamento al Café du Métro, quinto arrondissement, con Serge Latouche, padre del pensiero della decrescita. “Ah, così lei è tarantina dunque! Ci sono dei bei versi di André Chénier dedicati ad una giovane tarantina, sa? “, e declama :« Elle est au sein des flots, la jeune tarentine. Son beau corps a roulé sous la vague marine…» Ahia: triste presagio?! – mi dico – e sperando di non essere destinate, tutte noi tarantine, alla fine patetica della bell’eroina non mi soffermo, “Si, lo so, e lei sa che c’è anche una meravigliosa scultura al Museo D’Orsay dedicata alla giovane tarantina, vero?”. E conveniamo sull’autentica bellezza dell’opera neoclassica.
Ho chiesto al professor Latouche di incontrarci prima che partisse per Taranto, per avere una conversazione amichevole, curiosa anche di sapere se conoscesse un po’ il contesto e per sapere di cosa esattamente avrebbe parlato nella mia città. Lui mi dice di esser stato più volte in Puglia ma di non aver mai visitato veramente Taranto. “Perché è troppo lontana da Bari”. Io lo correggo subito. “Ma no: le assicuro che non è affatto lontana, è solo molto mal collegata. Viviamo un problema di continui tagli dei trasporti pubblici; per noi ecologisti, in particolare ciclisti, è una violenza subita”. Una delle tante.
E siccome non conosce molto della mia città, gliela racconto in breve: “Professore, la situazione attuale è semplice: siamo agli antipodi della decrescita felice”.
A Taranto, gli indicatori di benessere alternativi (condizioni di lavoro, salute, aria, alimentazione, habitat, spazi verdi, luoghi pubblici di cultura e di svago) sono sotto zero. Ma, ad esser sinceri, anche gli indicatori economici tradizionali sono al limite dell’infelicità, e con essi mercato del lavoro e sistema delle imprese. “C’è qualcosa che non va, professore”, e forse il problema è proprio quello di una crescita inutile e dannosa. “La crescita è sempre inutile e dannosa” incalza lui. Si, nel nostro caso sembra più che mai.
Finora ci hanno, e ci siamo imposti, di continuare a subire questo modello di sviluppo economico vetusto e in fase terminale. Siamo un po’ carnefici di noi stessi e un po’ servi volontari. E nessuno è realmente innocente. Preferiamo la certezza presente di un inferno possibile all’incertezza futura di un paradiso perduto. Taranto rappresenta un po’ il platonico mito della caverna. Solo che ormai in molti abbiamo visto la luce del sole, fuori, e non ne possiamo più di vivere in quest’oscurantismo.
“Beh, sembra perfetto, – mi dice- sono stato invitato a parlare del mio libro, quindi ovviamente parlerò della scommessa della decrescita. Allora andrò a disseminare qualche piccolo seme di conoscenza sperando che il terreno sia fertile”.
Si, benissimo! Ma vede, professore, parlare della scommessa della decrescita serena in una città che da anni vive una (finta) crescita infelice è una vera e propria sfida politica. E quindi bisogna rivolgersi direttamente agli attori politici. Perché noi, platea di cittadini ed associazioni, la decrescita la vogliamo da tempo, eccome! Ma per ora la possiamo solo sognare. O urlare.
Per fortuna, deve sapere che le associazioni del territorio sono fantastiche, un’alta marea irrefrenabile. Guerrieri che si battono come delle fiere; studiosi che propongono soluzioni alternative ad un’economia castrante; chiedono che sia la popolazione a decidere sul proprio futuro; esigono un registro dei tumori; sviluppano analisi private per verificare lo stato di contaminazione delle acque, della terra, degli animali. Perfino del latte materno. “Ci rendiamo conto? E Lei che scrive nel suo libro che la ricchezza di un uomo inizia dal seno materno e finisce con la mano dell’infermiere che lo cura…Noi siamo allora molto poveri, caro professore”.
La cosa peggiore è che neanche il diritto riesce a trovare applicazione. Si confezionano perfino leggi e poteri che, anziché aiutare a salvaguardare i diritti fondamentali ci condannano ad una morte lenta, silenziosa. Non c’è nulla e nessuno politicamente che abbia davvero il coraggio e la voglia di tutelarci fino in fondo.
Quindi non ci resta che continuare a lottare. Solo con la lotta, la disobbedienza civile e le denunce si otterranno risultati importanti. Per esempio, che non si perdano i diritti di risarcimento per danni ambientali o per danni alla salute. O che si effettui un’indagine epidemiologica per verificare lo stato di salute dei tarantini, come hanno chiesto ultimamente i Verdi.
E’ fondamentale questo accertamento, tutto parte da qui: dal riconoscimento di un danno e dal suo risarcimento, lo dice anche Lei nel suo saggio. Un risarcimento che farebbe bene anche alle casse della città, che si dice siano sempre in bancarotta. “Ah, questo non lo sapevo!” si sorprende “Bancarotta, inquinamento, siderurgia, raffineria, inceneritori, avete proprio tutto allora!”, “Si non ci facciamo mancare nulla del peggio”. Asserisco, vergognandomi profondamente.
“Lei – continuo- dice che il principio di una svolta giusta sarebbe cominciare a far pagare, semplicemente, il costo dell’impatto ambientale”. “Vero- mi dice lui- è il programma con cui mi ero presentato alla presidenza francese. Ma Lei lo sa, siamo tutti certi che i politici con un simile programma provocatorio sanno di non poter rispettarlo a meno di essere assassinati il giorno dopo. E nessuno vuole essere martire!”.
Si. Ma neanche noi però vogliamo esserlo all’infinito, e non è giusto che a pagare le conseguenze siano sempre e solo gli inquinati, e mai gli inquinatori. Dobbiamo avere il coraggio di convincerci tutti che è necessario liberarci dal gran ricatto: il pugno di benefici economici che riceviamo non vale il costo pazzesco che sosteniamo in termini di perdita di natura, cultura e salute e di mancato guadagno a livello sociale e ambientale.
Per questo allora, professore, se mi permette, lei deve andare a Taranto a seminare come un giardiniere con tanta pazienza. Perché qui il terreno è molto fertile. Taranto è un perfetto laboratorio del dopo-sviluppo, e proprio da qui si può provare a sperimentare l’applicazione del suo modello delle 8 R: rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Ecco, io voglio coniare una nuova R per Taranto : Rinascimento. Noi vogliamo rinascere.
E il cambiamento, come dice lei, per essere tale dovrà essere radicale: perché qualsiasi compromesso sarà ancora una volta una compromissione. Perché finché non si esce da questo sistema di disvalori che ci autodistrugge non ci sarà spazio per la realizzazione di economie di decrescita. Perché se non si parte dal rispetto del sacrosanto dogma del “chi inquina paga”, il pensiero ecologico non fiorirà mai, a nessun livello.
Latouche è una persona amabile, disponibile e affascinante, non posso fare a meno di permettermi di scherzare con lui e osare. Gli prometto, nel mio idealismo visionario, che il giorno in cui Taranto vivrà la sua decrescita, gli daremo la cittadinanza onoraria. Per quel tempo, allora, la meravigliosa sede dell’Università della città vecchia sarà aperta, e quindi lo insigniremo anche del titolo di professore emerito, ospitandolo per le sue preziose conferenze in un bel residence studentesco del borgo ristrutturato. Ovviamente, gli regaleremo una bicicletta, per poter girare per le strade di un centro storico finalmente nobilitato, dove regna l’obbligo della zona pedonale e la raccolta differenziata. Ed a partire dal quale potrà, con una pista ciclabile, circumnavigare il Mar Piccolo, le cui immagini lagunari stimoleranno ancor più la sua profonda riflessione filosofica. Non è un sogno ad occhi aperti. L’alternativa alla catastrofe è la strada della decrescita, un sentiero piccolo piccolo che cattura il mio sguardo e mi invita a percorrerlo. Ed io ho troppa voglia di camminare. Da subito.

Per gentile concessione dell’autrice, Pierangela Fontana

Aside

Nei primi anni settanta il Club di Roma commissionò ai ricercatori del Massachusetts Institute of Tecnology una ricerca sulla crescita economica costante ed infinita. I risultati furono pubblicati nel libro “I limiti dello sviluppo” del 1972. Già in quegli anni era chiaro quanto non fosse percorribile la strada della crescita illimitata in un pianeta con risorse naturali limitate. Nel testo pubblicato si faceva particolare riferimento alla crescita esponenziale dei consumi energetici che ci attendevano ed in parallelo alla limitatezza delle fonti fossili, insufficienti per il fabbisogno mondiale già nei primi cinquant’anni del nuovo millennio.
“I limiti dello Sviluppo” fu l’apertura di uno squarcio nel pensiero unico economico nato attorno al 1880, quando furono rimossi artificiosamente i limiti fisici alla crescita illimitata, tagliando qualsiasi rapporto tra la produzione economica ed il pianeta Terra. Tutt’oggi viene esclusa dalle valutazioni sul processo economico qualsiasi implicazione sull’utilizzo delle materie prime, come se queste fossero inesauribili, senza nemmeno tener conto delle conseguenze derivanti dal processo stesso, come l’inquinamento ed i rifiuti.
E da qui il passo per giungere alla società dei consumi è breve. La nostra società è basata su di un’organizzazione che ruota attorno l’accumulazione illimitata, ciò impone una crescita costante. Non appena la crescita si ferma, o semplicemente rallenta, si è in crisi e si moltiplicano gli appelli a consumare anche l’inutile pur di consumare.
A sua volta la società dei consumi si fonda su tre pilastri: la pubblicità, il credito e l’obsolescenza.
Senza entrare eccessivamente nel dettaglio, credo sia sufficiente ricordare come la pubblicità abbia il compito di farci desiderare ciò che non possediamo e di non apprezzare ciò che abbiamo. Crea falsi bisogni, insoddisfazione e desideri frustrati, portandoci ad acquistare prodotti completamente inutili o con caratteristiche non rispondenti alle nostre reali necessità. Il credito permette l’acceso al consumo a coloro che non hanno un reddito sufficiente. Infine l’obsolescenza dei prodotti è programmata in modo da permettere un riciclo continuo del prodotto stesso escludendo di fatto la riparazione dello stesso che diviene non tecnicamente possibile o se possibile con costi superiori all’acquisto di un nuovo oggetto.
Viene quindi a crearsi un circolo vizioso che ci impone di indebitarci per acquistare prodotti di cui non abbiamo bisogno per alimentare la società dei consumi, che permette all’economia tradizionale di crescere illimitatamente, senza tener conto dei limiti del nostro Pianeta e delle conseguenze di un sistema produttivo poco attento alle tematiche ambientali.
Per spezzare questo ciclo vizioso e per cercare di invertire il senso di marcia è necessaria una vera e propria “rivoluzione culturale”
E’ nel locale che questa “rivoluzione culturale” deve vedere la luce e per locale intendo sia il nucleo primordiale di società, ovvero la famiglia, che le piccole comunità.
Compito di ognuno di noi è interrompere nelle azioni della propria vita quotidiana questo pericoloso circolo, ri – programmando la propria vita nel senso della sobrietà, del buon senso e del buon gusto. Un lavoro sicuramente non facile, ma che si rende ormai inevitabile. Un lavoro che deve passare necessariamente attraverso un altro circolo, questa volta virtuoso, conosciuto come circolo “delle 8 R”:
Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser modificati e rafforzando quelli che devono essere rafforzati.
Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso.
Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società diversa dall’attuale.
Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale.
Ridistribuire. Garantire a tutti l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose.
Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre che l’impronta ecologica personale e quella della nostra comunità.
Riutilizzare. Riparare e riutilizzare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli.
Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.
Dal prossimo numero proveremo ad analizzare nel dettaglio ognuna di queste fondamentali 8 R.

Aside

Persino all’osservatore poco attento non sarà sfuggito che le soluzioni proposte dal mondo politico-economico per risolvere i problemi sociali, economici ed ambientali che affliggono l’uomo contemporaneo sono di pura facciata. Non sono risolutive in quanto non analizzano, e quindi non affrontano in modo pregnante, le cause dei problemi stessi.

Stiamo vivendo in un momento di particolare difficoltà non tanto per le perduranti situazioni negative, ma perché non c’è la sufficiente capacità di definire serie soluzioni. Ed il tempo per propone rimedi credibili è oramai veramente poco.

Del resto, ricordando il celebre aforisma “ogni popolo ha il Governo che si merita”, per cambiare ed esigere il cambiamento della classe politica, che tali soluzioni dovrebbe elaborare, dobbiamo lavorare intensamente su noi stessi.

Abbiamo ad esempio già parlato della “rivoluzione culturale” necessaria per smarcarci dal consumismo, che sta portando al tracollo non solo l’economia della società dei consumi in cui viviamo, ma soprattutto sta sovrasfruttando il Pianeta.

Serve una rivoluzione che parta necessariamente dal locale, inteso sia come individuo (e nucleo famigliare) che come comunità.

Un percorso interiore non semplice certo e che spesso necessita di una guida.

Il circolo virtuoso conosciuto come quello delle “8R”: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare e riciclare, ideato dall’economista e filosofo francese Serge Latouche,  può essere il giusto punto di partenza.

Consideriamo ora le due prime “R”: rivalutare e ricontestualizzare (o se preferite “ridefinire”), esse sono i punti fondamentali per articolare la decolonizzazione dell’immaginario personale e collettivo dai valori consumistici, che sono parte di ognuno di noi e, conseguentemente, della nostra società.

E’ necessario partire riconsiderando i valori su cui basiamo la nostra vita, rafforzando quelli che permettono di coltivare stili di vita più sobri, di intensificare i rapporti con gli altri, di migliorare e progredire come essere umani.

L’altruismo e la fratellanza devono imporsi sull’egoismo, la collaborazione sulla competizione, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la centralità dei legami affettivi famigliari e sociali sull’individualismo, la generosità, il dono e la gratuità sul consumo, la partecipazione sull’indifferenza.

Non va sottovalutato o banalizzato quanto appena letto. Questo è il punto di partenza e sicuramente è di difficile applicazione. Tutti noi siamo impregnati di una cultura standardizzata frutto di decenni di esperienze personali e siamo certi che il nostro modo di vivere rappresenti la giusta via, o quanto meno il “meglio possibile”. Provare ad analizzare, e magari criticare, ogni nostro singolo comportamento, ogni scelta quotidiana non è certo semplice quando ci si deve confrontare con noi stessi, partendo per esempio da nuovi punti di osservazione.

Parallelamente a questo lavoro di rivalutazione dei valori fondanti della nostra persona è necessario ridefinire il significato di alcuni concetti, ovvero ricontestualizzarli (la seconda “R”). Ad esempio la “ricchezza” e la “povertà” dovrebbero non essere pensate esclusivamente sotto l’aspetto economico, così com’è ora. Ricorda infatti l’economista francese Arnaud Berthoud che “ricco è l’individuo che possiede ciò che gli è sufficiente per vivere e godere la propria vita”.(1) Ecco allora che la quantità, la qualità e la varietà dei rapporti che intessiamo e coltiviamo nella nostra vita coniugale, familiare e sociale diventano importanti nella considerazione di quanto un uomo sia “ricco” o “povero”.

Anche il binomio “abbondanza-scarsità” richiede una nuova definizione in quanto, come scrive Jean-Pierre Dupuy(2), “l’economia attuale [...] trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione”.(3)  Per comprendere questa posizione si pensi alle motivazioni pro-OGM riguardanti la fame del mondo. Secondo i sostenitori degli OGM l’ingegneria genetica è l’unico modo per soddisfare i bisogni alimentari, presenti e futuri, in quanto si parte dall’assunto che la carenza di cibo sia direttamente collegata all’incremento demografico. Eppure molti studi dimostrano che non esiste un connessione tra carenza di cibo e crescita demografica. E’ invece confermato il contrario ed è bene sapere che alcuni studi dell’ONU dimostrano che una corretta programmazione agricola mondiale, unita ad una riduzione dello spreco di cibo, permetterebbe di sfamare 12 miliardi di persone, esattamente il doppio degli attuali abitanti del pianeta!(4)

Con l’ingegneria genetica quindi, scrive Latouche, “i contadini vengono espropriati della fecondità naturale delle piante a vantaggio delle imprese  agroalimentari” (5)

Il concetto di lavoro stesso, ad esempio, deve essere valutato nell’ottica di una crescita interiore e non come mero sforzo da sostenere per poter soddisfare nuovi desideri di consumo.

Il contributo che un’amministrazione comunale può dare per aiutare a  far nascere e crescere la “rivoluzione culturale” dei singoli non sia da sottovalutare.

Può ad esempio promuovere presso la cittadinanza l’adozione di stili di vita sobri e sostenibili tramite progetti specifici di formazione e informazione. A questo proposito vale la pena di ricordare l’esperienza “Cambieresti?”portata avanti dal Comune di San Felice del Benaco in collaborazione con alcuni cittadini nel 2007.

Il progetto aveva lo scopo di promuovere abitudini e comportamenti virtuosi, stimolando i partecipanti a rimettere in discussione le proprie abitudini e convinzioni partendo proprio dalla rivalutazione dei propri valori.

La riproposizione di questa esperienza, con il coinvolgimento di altri comuni, e penso ad esempio all’Unione dei Comuni della Valtènesi, potrebbe essere uno strumento perfetto per attivare le coscienze verso una critica al cosumismo sfrenato, ma forse proprio per questo non se ne farà nulla.

Altra cosa che una buona amministrazione può fare è creare luoghi e momenti di incontro e socialità. Luoghi dove i cittadini possono scambiare idee ed esperienze riguardanti la propria “rivoluzione”. Purtroppo anche in quest’ambito gli amministratori gardesani non hanno dimostrato la necessaria sensibilità: si scambiano feste e sagre, che tutti conosciamo e che costano decine di migliaia di euro pubblici, per momenti di aggregazione. Lo sono solo marginalmente ed in fondo fanno parte di quello spirito consumistico che si vorrebbe superare. Spesso hanno il solo scopo di mera promozione commerciale, se non di promozione dell’amministrazione stessa.

NOTE

(1) A. Berthoud, Una philosophie de la consommation. Agent économique et sujet moral, Presses universitaire du Sptention, Villeneuve d’Ascq 2005
(2) Jean-Pierre Dupuy (nato il 20 febbraio 1941), ingegnere minerario, è un insegnante di francese e ricercatore presso il Centro per lo studio di lingua e di informazione (CSLI) alla Stanford University, California. E’ anche filosofo della scienza, e ha insegnato filosofia sociale e politica e l’etica della scienza e della tecnologia fino al 2006 presso l’Ecole Polytechnique.  E ‘membro dell ‘Accademia della Tecnologia di Francia.
(3) Paul Dumouchel e Jean-Pierre Dupuy, L’enfer des choses, Le Seuil, Paris; Jean Pierre Dupuy e Jean Robert, La Trahison de l’opulence, PUF, Paris, 1976
(4) fonte Slowfood (http://www.slowfood.it/sloweb/ita/dettaglio.lasso?cod=SW_00756) e Jean Ziegler, UN Special Rapporteur on the Right to Food (http://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Ziegler) e sito ONU (http://www.ohchr.org/en/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=9781&LangID=E) e documento ONU (http://ap.ohchr.org/documents/E/HRC/resolutions/A_HRC_RES_10_12.pdf)
(5) Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Bornghieri

Aside

La rivoluzione culturale che ognuno di noi deve intraprendere per contribuire alla creazione di una nuova società smarcata dal consumismo e dalla crescita illimitata parte da un cambiamento di valori, di stile di vita e di mentalità tali che difficilmente può trovarsi in sintonia con l’attuale sistema produttivo.

Si rende necessario quindi, come ricorda Serge Latouche, “adattare il sistema di produzione ed i rapporti sociali in funzione di un cambiamento di valori”(1) in modo da permettere alla società di uscire dalla logica della crescita illimitata e per ridurre l’impatto delle aziende e dell’uomo sul pianeta.

Si deve partire necessariamente da un riconversione dell’offerta passando, lo scrive Maurizio Pallante, “dalla commercializzazione di beni durevoli alla commercializzazione dei servizi che offrono. [...] non si comprano fotocopiatrici, ma il servizio di fotocopiatura; [...] non si comprano combustibili ma il servizio calore”. (2)

Diviene auspicabile quindi ottenere un sistema produttivo che sposti, quando possibile, la domanda dai beni materiali verso lo sviluppo di beni relazionali intesi, loricorda Mauro Bonaiuti, “come quel particolare tipo di “beni” che non possono essere goduti isolatamente, ma solamente nella relazione tra chi offre e chi domanda. Esempi di questo tipo di “beni” sono i servizi alla persona (cura, benessere, assistenza), ma anche l’offerta di servizi culturali e artistici”.(3)

Altro passo necessario è quello di effettuare una vera e propria riconversione di alcune tipologie di industria, come ad esempio quella automobilistica che, se rivista almeno in parte, può contribuire alla costruzione ed alla diffusione micro-cogeneratori utili per la produzione contemporanea di calore ed energia elettrica. Analogamente è auspicabile una riconversione dell’industria agroalimentare, così come la conosciamo oggi, verso un modello centrato sull’idea che il cibo deve sfamare l’uomo e non può essere considerato solo una merce. Il cibo deve ridiventare, riproponendo lo slogan di Slow Food, “buono, pulito e giusto”.

Considerando poi la valenza del “locale” nel circolo virtuoso delle 8R ci sono almeno due aspetti da tener presenti in fase di pianificazione ed attuazione della ristrutturazione produttiva.

Il primo riguarda l’aspetto della rilocalizzazione delle imprese (discorso che riprenderemo con l’analisi della quinta R: rilocalizzare), che prevede di produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione.

Il secondo aspetto impone l’analisi delle realtà produttive esistenti e riconvertite in uno specifico ambito territoriale, al fine di passare dal concetto di “distretto industriale” a quello di “bioparco industriale”, sull’esempio di  Terneuzen in Olanda. In un bioparco le aziende sono interconnesse tra loro e oltre ad avere in comune una serie di servizi (come ad esempio i trasporti alleggerendo sensibilmente i costi ed il numero di mezzi circolanti), pianificano e gestiscono i rifiuti in modo che gli scarti di lavorazione di una azienda siano la materia prima di un’altra,  con notevole riduzione  dell’impatto ambientale del complesso industriale. Proviamo a pensare, ad esempio, cosa potrebbe significare realizzare un network tra le aziende dell’area dove viviamo. Mettere in comune logistica,  servizi e scarti di produzione, al fine di reinserirli nel ciclo produttivo. Una sfida che potrebbe essere raccolta da un consorzio fra Comuni, Provincia, Associazioni di categoria e dal gestore dei rifiuti.  Un sogno? forse, ma a Terneuzen ci sono riusciti.

La ristrutturazione dovrà ovviamente affiancarsi alla rivoluzione culturale dell’individuo stesso andando a modificare i rapporti sociali di produzione.

Il produttivismo, che sia di stampo capitalistico o marxista, ovvero l’idea che quanto più si crescano le forze produttive, tanto più l’umanità progredisce, non lascia spazio ad un miglioramento dell’elemento umano e sociale presente nell’organizzazione del lavoro.

E’ necessario adottare forme di lavoro che prevedano una sensibile riduzione dell’orario di lavoro, il part-time ed il telelavoro, per permettere una diversa gestione del tempo dell’individuo.

Va seriamente valutata e perseguita l’idea di rinunciare, quando sia effettivamente possibile, alla produzione di massa di beni e servizi a favore di forme alternative di organizzazione aziendale, che mirino alla  realizzazione di prodotti utili e necessari nonché duraturi nel tempo. Vanno altresì incentivati quei settori produttivi che si sviluppano all’interno di una economia fondata sulle energie rinnovabili. A questo proposito sono particolarmente interessanti quelli individuati dall’economista americano Lester Brown: la produzione di mulini a vento e delle relative turbine, l’industria della bicicletta, la produzione di pannelli fotovoltaici, la produzione di idrogeno e dei relativi motori, le metropolitane leggere, l’agricoltura biologica e l’attività di riforestazione.

Ed è proprio con una ristrutturazione del sistema produttivo che preveda una riduzione dell’orario di lavoro e la creazione di nuove professioni legate ai settori ecosostenibili, che possiamo ottenere una ridistribuzione del lavoro con un incremento dell’occupazione.

Il concetto di “ridistribuire”, presente nel circolo virtuoso delle 8R, rimanda all’etica della spartizione, che diventa inevitabile richiamare se pensiamo che l’occidente con il proprio 20% della popolazione mondiale consuma più dell’80% delle risorse naturali. Infatti con “ridistribuire” si intende una nuova ripartizione delle ricchezze e dell’accesso al patrimonio naturale tra il Nord e il Sud del mondo, ed a cascata all’interno di ciascuna comunità, garantendo condizioni di vita dignitose per tutti.

NOTE
(1) Serge Latouche – La scommessa della decrescita – Feltrinelli – 2006
(2) Maurizio Pallante – Proposta per un programma politico per la decrescita – internet
(3) Mauro Bonaiuti – Per una decrescita sostenibile, pacifica e conviviale: un approccio sistemico – internet