Attenti ai falsi profeti!

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Prendo spunto dall’articolo in cui Manuel Castelletti (http://www.decrescita.com/news/?p=5426) ha letteralmente massacrato, dialetticamente parlando si intende, le fragili critiche di Bagnai alla decrescita.
La crisi economica scoppiata tra il 2007 e il 2008, va riconosciuto, ha avuto il merito di restituire un po’ di vitalità a un dibattito fossilizzato da troppi anni sull’esaltazione acritica dei dogmi del pensiero unico neoliberale; se non altro, i soliti mantra e le consuete giaculatorie vengono di tanto messe in dubbio da argomentazioni di carattere differente. Il problema però è che stanno alzando un po’ troppo orgogliosamente la testa anche intellettuali, soprattutto economisti, che chiamerei – mi si passi l’espressione biblica – ‘falsi profeti’. Intendiamoci: si tratta di persone assolutamente oneste, leali e animante da buone intenzioni (del resto di che cos’è è lastricata la strada che porta all’inferno?), che sostengono in molti casi verità sacrosante ma che, ahimé, commettono il fatale errore di scambiare le cause con le conseguenze; un abbaglio di cui mi ritengo molto esperto, visto che da giovane no global mi è capitato piuttosto spesso.
Cosa c’è di sbagliato in gente rispettabilissima come Joseph Stiglitz, Jean Paul Fitoussi, Paul Krugman, Loretta Napoleoni, Alberto Bagnai e gli studiosi neokeynesiani sponsorizzati in Italia da Paolo Barnard? I decrescenti rimproverano sicuramente il fatto stesso che siano degli economisti ‘tradizionali’ i quali, pur ammettendo alcune storture del concetto di PIL, rimangono ancorati a una visione benessere=crescita economica. Potremmo chiudere qua il discorso, ma credo sia interessante approfondirlo, evitando di parlarci addosso ripetendo a più riprese cosa pensiamo ‘noi’ e cercando invece di ragionare come su come riflettono e agiscono ‘loro’, ossia gli attori politici ed economici che muovono le fila del pianeta.
Tutte queste lagnanze sulle “teorie economiche errate che hanno prodotte politiche errate” (Stiglitz), le profezie di sventura per cui “puntare sulla crescita con l’austerity si rischia nuova recessione” (Fitoussi), i rimproveri pedanti “affinché i nostri governi spendano di più, non di meno perché quando la domanda privata è insufficiente, questa è l’unica soluzione” (Krugman) e infine le tirate d’orecchi all’establishment perché “perché nessuno ha guardato i fondamentali dell’economia” (Napoleoni), tutto questo produce in me due reazioni diverse ma complementari: da una parte mi ricordano l’ammonimento di mio nonno Alfredo (R.I.P.) sul pericolo di considerarsi più furbi degli altri, dall’altra mi viene da sorridere per l’ingenuità insiste nelle osservazioni di cotanta Accademia.
Ne ho trattato diffusamente in Svolta radicale ma credo sia utile insistere. Si può parlare di politiche ‘sbagliate’ solo se queste ottengono effetti diversi da quelli preventivati; quindi, prima di parlare di ‘fallimento’ sarebbe bene interrogarsi su quali erano i fini che ci si era proposti. Al di là dei proclami pubblicitari e delle metafore pseudo-artitsiche (vi ricordate la “marea che avrebbe alzato tutte le barche, yacht e barche a remi comprese” o “le briciole che sarebbero cadute sempre più grosse dalla tavola dei ricchi a beneficio dei poveri”?) lo scopo conclamato del neoliberismo è sempre stato quello di integrare i mercati mondiali, liberalizzare i commerci e le manovre finanziarie, privatizzare servizi e risorse, tutto ciò favorendo le grandi oligarchie economiche transnazionali. Ora, malgrado i recenti scossoni finanziari, non mi sembra eccessivo sostenere che la maggior parte degli attori del cosiddetto ‘impero’ – come lo chiamavano Hardt e Negri – in particole le imprese multinazionali e i colossi bancari, se la stiano passando piuttosto bene; certo forse la ‘locomotiva cinese’ è sconfinata dai binari previsti, e le famose istituzioni internazionali guru della globalizzazione (Banca Mondiale, FMI, WTO) hanno perso molto dell’antico splendore, ma queste erano sempre state considerate un fine e non un mezzo. Insomma, nel complesso chi doveva realmente arricchirsi ha raggiunto pienamente il proprio scopo, con buona pace di alcuni danni collaterali come il fallimento di Lehman Brothers, e non sembra particolarmente minacciato dalle politiche di risanamento dei debiti statali, che hanno nel mirino ben altri obiettivi.
Ecco quindi che, facendo autocritica, non posso più ritenere, come ai tempi della giovinezza, l’establishment incapace, irrazionale e criminale: al più posso conservare solo l’ultimo apprezzamento. In realtà, in base ai fini proposti, l’establishment ha dato prova di discreta capacità e di grande razionalità. Si badi bene che parlo di ‘razionalità’, non di ‘ragionevolezza’: il sistema è intrinsecamente irragionevole perché basato sul tirare a campare in barba a tutte le contraddizioni sociali e ambientali, ma non si può negare la ferrea logica su cui è concepito. E poca importa, almeno finché tutto sembra funzionare a dovere, se questa razionalità assomigli alla insensata determinazione del capitano Achab contro Moby Dick o ai patetici quanto geniali sforzi tecnologici di Willy il Coyote per catturare Beep Beep.
Forse è meglio presentare qualche dato concreto per non scadere nel bieco complottismo. Gli storici sono oramai concordi nel definire il neoliberismo un’ideologica politica ed economica che risale all’inizio degli anni Settanta, che ama presentarsi come naturale conseguenza dello sviluppo tecnologico (dell’informatica in primis) ma che invece sembra frutto di analisi e scelte fatte a tavolino, per nulla improvvisate e dovute al caso. Ed ecco che il monito di mio nonno rivolto agli economisti ‘di opposizione’ finisce per ricadere anche sui sostenitori della decrescita.
Tornando indietro agli anni di gestazione del neoliberismo, parlare di “ignoranza dei potenti della Terra” come siamo soliti fare sembra totalmente fuori luogo. Anzi si direbbe proprio che abbiano compreso in pieno la crisi della società del boom economico. Nel 1971, l’Amministrazione Nixon mette fine unilateralmente alla conversione del dollaro in oro e agli accordi di Bretton Woods, che erano alla base del sistema economico socialdemocratico-keynesiano; nel 1972 il Club di Roma pubblica il rapporto I limiti dello sviluppo, prima importante constatazione del problema ecologico; e nel 1975 la Commissione Trilaterale pubblica La crisi della democrazia, in realtà preoccupata disamina dell”eccesso’ di democrazia che aveva contraddistinto gli anni Sessanta e interessante analisi delle ripercussioni della dirompente crescita economica sulla società occidentale.
Insomma, il neoliberismo è stata una risposta – sicuramente insostenibile, ingiusta e in definitiva inconsistente – a un’analisi di problemi reali di cui la Sinistra (tranne alcune frange avanguardiste) non si è accorta o non ha voluto prendere atto, rilanciando dogmaticamente l’utopia (negativa) della socialdemocrazia, il paternalismo statale, la crescita economica e il lavoro come mezzo di emancipazione sociale.
Preso atto del rallentamento della crescita dopo il boom e delle prime avvisaglie di deterioramento del pianeta, il neoliberismo è assurto a credo neo-darwiniano e ha ufficializzato la fine della promessa di prosperità e sviluppo per tutti i popoli della Terra – di cui l’Africa è stata la prima vittima – ha battezzato la speculazione finanziaria come nuovo alfiere della crescita, incaricandosi di eliminare tutte le resistenze – politiche, sociali, culturali – alla mercificazione di ogni risorsa del pianeta e di ogni aspetto della vita umana; nel fare questo ha puntato tutte le sue chance di sopravvivenza su di uno sviluppo tecnologico frenetico e intensivo, quasi cieco nella sua ossessione di potenza e efficienza spesso null’altro che fini a se stesse. E si deve riconoscere che per un po’ di tempo, almeno dal crollo del muro di Berlino fino alla grande contestazione di Seattle 1999, il neoliberismo è riuscito veramente a dare l’illusione della ‘fine della storia’ e della panacea economica universale.
Oggi quindi, con buona pace degli onesti grilli parlanti (1), bisogna seguire la via di quei ‘profeti’ autentici che, partendo dalla stessa analisi dell’establishment, negli anni Sessanta e Settanta hanno proposto una via di libertà e di riconciliazione con la natura e l’umanità. I nomi noti al pubblico sono sicuramente quelli di Jacques Ellul, Ivan Illich, Pier Paolo Pasolini, Murray Bookchin, André Gorz, Hannah Arendt, Fritjof Capra e molti altri.
Ma prima di mettersi armi e bagagli a studiare (cosa che non fa mai male!) forse sarebbe bene prima compiere un importante atto di pulizia mentale imparando a distinguere metodicamente le cause dalle conseguenze. Abbiamo ogni ragione di criticare la corruzione e le deficienze della casta politica, l’Euro e la mancanza di sovranità monetaria, la politica dei tagli, la distruzione del diritto del lavoro, il consumo di territorio: ma guai a pensare che si tratti semplicemente di inefficienze e storture del sistema create “senza tener conto dei principi della teoria economica e della teoria monetaria”, per usare le parole della Napoleoni; peggio ancora, non pensiamo di riproporre ricette di un passato che non può tornare. Bisogna invece rigettare il sistema stesso con tutte quelle forme di economia, di scienza, di convenzione culturale, di istituzione politica buone forse per il dominio ma non per il benessere generale e duraturo, e riscoprirne e crearne di nuove.
La decrescita ha avuto il grande merito di squarciare il velo quantomeno sull’inganno economico e tecnologico; per rimuoverlo completamente su tutti gli altri aspetti occorrerà agire con acutezza, immaginazione e, aggiungerebbe mio nonno, con una buona dose di umiltà e autocritica (2).

(1) Nessun riferimento a Beppe Grillo, anche se il suo blog spesso pubblicizza molti degli intellettuali citati in questo articolo e il comico genovese sia amico personale di Stiglitz. Onestamente ci vedo qualche incongruenza con alcuni degli scopi dichiarati del programma del M5S.

(2) Auspicio rivolto a me medesimo per primo. Miriam Corongiu, in un commento ad alcune mie considerazioni sull’articolo di Tabellini, ha scritto: “Io, socraticamente, so perfettamente di non sapere, cosa che dovrebbe donarmi un’aura di saggezza, ma che in realtà, in questo mio personale momento di risveglio (più che intellettuale) direi neuronale, mi getta in uno stato dubitativo notevole”. È una sensazione che conosco molto bene, dei 35 anni della mia vita ne ho trascorsi almeno una ventina sbattendo la testa qua e là cercando di capire qualcosa su come funziona il mondo, con grandissimi momenti di confusione e scoramento. Oggi posso dire che, grazie ad alcuni privilegi di cui ho goduto sul piano umano ed economico, sono in grado di dipanare almeno un po’ di filo dal groviglio, e di poter condividere questa esperienza con altri.

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

4 Commenti

  1. Il capitalismo (di cui il neo-liberalismo ne è la più moderna espressione) è alla continua ricerca di “terre vergini” da sfruttare, da mettere a coltura. La tecnologia è stato il più grande volano di tutto questo processo, che ha però danneggiato il pianeta e l’umanità intera (mi sembra ormai chiaro a tutti!). L’alternativa partorita dall’illuminismo (il comunismo) sembra essere addirittura peggiore (allo sviluppo sfrenato si accosta la completa perdita delle libertà più banali).

    Occorre un nuovo paradigma, una nuova ideologia forte. Forse questa scaturirà dal crollo dell’attuale sistema socio-economico (la scienza non ci salverà tutti per il semplice fatto che non è nemmeno in grado di risolvere oggi i problemi creati dalla scienza di ieri).

    Il dogma della decrescita sarà forse in grado di preparare il terreno per un domani colmo di nuove idee, idee che mancano ormai da troppo tempo (più che di nuovi ingegneri o esperti di bio-genetica avremmo forse bisogno di nuovi filosofi, ma si dice in giro che l’ultimo filosofo partorito dall’Occidente sia stato Heidegger).

  2. Igor, leggo che trascrivi il mio pensiero in questo tuo post 🙂 Coglierò il tuo suggerimento fino in fondo. Non sarà affatto semplice fare tabula rasa di tutto ciò che mi hanno sempre insegnato, preservando comunque ciò che conta per me, né sarà facile farmi strada, con indipendenza di pensiero, nella pletora di urla e mormorii che sento ogni giorno e che è così difficile non ascoltare.
    E’ una svolta che richiede tanta determinazione, tanta onestà intellettuale, tanta empatia con le leggi naturali, tanto cuore (perché è un atto d’amore) e, per me, tanto studio. Si, perché abbraccio la decrescita, ma ad un amore a prima vista, perché possa essere duraturo, deve seguire una forte condivisione di ideali.

    P.S. Ho appena finito di leggere il tuo “Svolta radicale”!
    Ci ho messo un po’, perché leggere viaggiando sui mezzi pubblici di Napoli, credimi, è un’impresa epica.
    Come ti ho già scritto, l’ho trovato arduo e bellissimo: ma non sono così le vette? Per me è stato un po’ come scalarne una.
    La chiusura l’ho trovata strepitosa.
    Quindi grazie, mi si è aperta davanti una pluralità di mondi possibili e tutti i loro contrari…o forse solo il mio, parafrasando, per l’appunto, Novalis.
    Noi ci autodefiniamo una famiglia di Api, ma far crescere la mia bimba anche come un colibrì, forse è il più grande atto di coraggio a cui io mi sia mai sentita chiamata. Avverto quel senso di smarrimento che prelude un profondo cambiamento.

    • Ti ringrazio ancora moltissimo Miriam! Mi commuove l’idea del libro letto su mezzi pubblici perché anche io sono stato un lettore di quel genere, ma non avrei immaginato che qualcuno lo avrebbe fatto su uno scritto mio! Se anche una sola persona l’ha trovato interessante, vale la pena averci dedicato tanto tempo!

  3. questa tesi della premeditazione su quanto accaduto nel progetto neoliberista che, di fatto, ha raggiunto gli obbiettivi prepostisi (concentrare sempre più ricchezza nelle mani di poche élite selezionate) come dici, giustamente, è stata alimentata anche dall’immobilismo complice dei movimenti politici a larga base sociale che soprattutto (secondo me) dagli anni 80 hanno lasciato carta bianca ai modelli reganiani e tatcheriani che, dietro la mission della lotta al comunismo (x taluni aspetti sacrosanta), hanno di fatto sciolto le briglie alla finanza virtuale che è diventata sempre più simile al gioco del monopoli ……ed il raddoppio della base monetaria giapponese ne segna l’epilogo. A questo scenario già di per se tetro aggiungiamoci la vicenda italiana che da baluardo di confine (fantoccio nelle mani Usa) contro la vecchia unione sovietica ha visto screscere una classe dirigente “dopata” da corruzione ed antimeritocrazia e che negli ultimi venti anni ha prodotto una società allucinata dai modelli di vita proposta dalla pubblicità della “civiltà” dei con su mi . A

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