Che cosa uscirà dalla COP23 (Max Strata)

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Ringraziamo ancora una volta Max Strata di aver scelto DFSN per diffondere le sue riflessioni: questa volta l’argomento riguarda la conferenza sul clima COP23, che mentre pubblichiamo il pezzo è in corso a Bonn

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Mentre è passata sostanzialmente inosservata la Conferenza mondiale sul clima
delle Nazioni Unite tenutasi nel 2016 , dal 6 al 18 novembre si terrà a Bonn in
Germania la Cop 23 (cioè la 23esima Conferenza delle parti) che si pone come
obiettivo quello di rendere operativi gli impegni sulla riduzione delle emissioni
climalteranti presi nella tanto celebrata Cop 21 svoltasi a Parigi nel 2015.
Il punto è sempre quello, impedire che entro la fine del secolo l’aumento della
temperatura media globale superi i 2 gradi centigradi rispetto al periodo
preindustriale (meglio se 1,5).
Dopo l’uscita degli Usa dal gruppo dei Paesi più importanti per la realizzazione
di questo obiettivo, la Cina (che si propone sempre più come capofila) l’India, e
l’Europa “sembrano” spingere affinché questa volta l’accordo diventi realmente
operativo.
Scrivo “sembrano” perché per la stessa struttura e per le modalità organizzative
dell’accordo (che di fatto non è vincolante), la triste realtà è che tranne alcuni
singoli Paesi che si sono messi da tempo sulla strada di un serio contenimento
delle emissioni legiferando in materia e facendo rispettare le normative
approvate, tutti gli altri appaiono giocare un ruolo politico e strategico più che
lavorare concretamente
per un vero cambiamento di rotta.
L’Italia, eterno fanalino di coda anche in questa partita decisiva per le sorti degli
ecosistemi, dell’umanità e delle altre specie viventi, arriva all’incontro senza
neppure avere delineato con chiarezza gli interventi da realizzare nei prossimi
anni ma favorendo, per dirne una, la combustione di gas metano nella
produzione di energia elettrica piuttosto che sostenere le rinnovabili e
disincentivare l’uso di tutti i combustibili fossili.
Dunque, nonostante l’enorme partita in gioco, ci troviamo nuovamente di fronte
ad un “gioco delle parti” che rischia di diventare drammatico in considerazione
del fatto che il riscaldamento globale e il conseguente caos climatico stanno
evolvendo con un ritmo ben più rapido di quanto era stato previsto anche solo
due anni fa.
La percentuale di 403 ppm (parti per milione) di CO2 attualmente presenti in
atmosfera (400 ppm nel 2015) e l’innalzamento della temperatura che sta
marciando pericolosamente verso la prospettiva dei 3 gradi in più, indicano
chiaramente questa impennata .
Del resto, decarbonizzare l’economia mondiale significherebbe non solo mettere
fuori gioco le grandi aziende multinazionali pubbliche e private del settore, ma
riscrivere completamente il tipo di economia (e di società) della produzione e del
consumo che ci ha trascinato in questa condizione.
Se consideriamo quanto la classe politica internazionale sia legata a doppio filo
agli interessi economici dei grandi gruppi che orientano i mercati mondiali,
razionalmente, c’è ben poco da sperare.
Ecco perché, a mio avviso, nonostante tutta la gravità della situazione, anche
questa volta assisteremo a un incontro non decisivo e alla fine ogni Paese si
muoverà per proprio conto in un ordine sparso assolutamente insufficiente
rispetto all’unità di impegni di cui invece avremmo bisogno.
Questo pericolosissimo stallo mi convince ancora di più del fatto che solo le
comunità locali possono fare la differenza, organizzandosi in modo resiliente,
modificando la propria economia e non aspettando le decisioni dei governi e
delle Conferenze Internazionali, che nella loro inettitudine, semmai possono solo
beneficiare dei progetti su piccola scala e delle iniziative promosse dai cittadini.
Teniamo presente che non si può tornare indietro e che gli impatti negativi a
tutti i livelli che il caos climatico sta determinando e determinerà con maggiore
intensità nei prossimi anni, saranno una costante planetaria di lungo termine
(secoli) specialmente se, ed è esattamente il percorso che stiamo seguendo, la
temperatura media schizzerà ben più in alto di quanto indicato dagli accordi
simbolici fin quei sottoscritti.
In conclusione, dobbiamo prepararci al peggio senza per questo rinunciare a
fare la nostra parte, come singoli, come gruppi e come società.
Ci sono molti ostacoli da affrontare, esterni ed interni , la non corretta
informazione e la voglia di rimanere attaccati alle nostre abitudini per fare un
esempio, e se non ci decidiamo a rimuoverli in fretta, letteralmente sbatteremo
violentemente contro un muro.
Ma come sempre, cambiare si può e per cambiare è necessario passare dal
nostro attuale stato di “inconsapevolezza” a quello di una responsabilità attiva.
Questo non è il caso in cui si può delegare qualcuno a risolvere un problema, o ci
occupiamo in prima persona del nostro futuro e di quello delle giovani
generazioni, o il peggio non avrà fine.

Max Strata

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