Covid-19, restrizioni e mancanza di un senso

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“Non si preoccupano che le persone muoiano per questa malattia, è straziante da guardare. Temo che ci stiamo dirigendo verso un disastro. Poi vedi le folle che si comportano in questo modo. Sono davvero devastato e disgustato”.

Così un medico di Liverpool ha commentato la festa improvvisata per le strade della città inglese la sera prima del lockdown deciso dal premier Johnson, quando orde di persone si sono radunate senza mascherine e rispetto del distanziamento sociale.

Ovviamente, sconforto e indignazione sono pienamente comprensibili. Come ecologista, mi sento di provare molta solidarietà, pensando ad anni di continui ammonimenti sulla distruzione della biosfera e sui conseguenti rischi caduti nell’apatia più generale.

In queste situazioni, l’amarezza ti porta a pensare male dell’intero genere umano, ma la ragione ti fa capire che tale atteggiamento presuntuoso si deve a una reazione consolatoria di tipo narcisistico, che lenisce il nostro fallimento facendoci sentire speciali rispetto alla massa.

Del resto, la storia racconta di tanti esempi di abnegazione e sacrificio (non entro nel merito delle cause per cui sono stati spesi) da parte di homo sapiens identici ai festaioli di Liverpool, a tutti gli indifferenti alle norme anti-Covid o al collasso ambientale. Quindi, senza voler addurre alcun giustificazionismo o sminuire la gravità di certi comportamenti, mi sento di proporre una spiegazione un po’ più elaborata di quelle semplicistiche che stanno attualmente proliferando.

Come ha spiegato l’amico Jacopo Simonetta in uno dei suoi articoli più riusciti, “la più peculiare delle prerogative umane, quella che più ci distingue dagli altri animali, è la necessità che abbiamo di dare un significato ed uno scopo alla nostra vita. Tutti gli altri esseri vivono, godono e soffrono; poi muoiono e basta. Noi no. Se non siamo in grado di assegnare un significato ed uno scopo alla nostra esistenza semplicemente non riusciamo a vivere. Depressione, droga, autolesionismo, violenza gratuita e molti altri sono i sintomi di questo tipo di patologia”.

Ciò è vero anche (e soprattutto) a livello collettivo, nessuna società umana può creare un saldo vincolo tra i suoi membri basandosi esclusivamente sulla sua perpetua riproduzione e sussistenza: occorre trovare un senso in grado di tracciare un orizzonte più vasto e, in presenza di forti squilibri interni, capace di legittimarli smussando gli inevitabili attriti. Da questo punto di vista, credo che la pandemia stia portando alla luce pericolose criticità.

Forse Marcuse ha un po’ forzato la mano con la visione dell’uomo a una dimensione – vittima di una società falsamente libertaria che appiattisce l’uomo al ruolo di consumatore, euforico e ottuso, la cui libertà consiste solo nel scegliere tra molti prodotti diversi – ma non più di tanto. Sicuramente, siamo in presenza di un sistema che legittima il suo autoritarismo-totalitarismo strisciante attraverso l’elargizione di comfort e la ricompensa edonistica, di cui gli spensierati e ora tanti biasimati frequentatori della movida hanno sempre rappresentato i cittadini ideali.

Quale autorevolezza possono vantare i governanti di una società basata sulla promessa di comfort ed edonismo se questi vengono a mancare? Con quale legittimità i sommi sacerdoti del produci-consuma-crepa (CCCP santi subito!) possono ora pretendere sacrifici cercando oltretutto di fare leva sul moralismo spicciolo –  “Dovremo incidere anche su quella parte della vita non essenziale delle persone“, ministro Speranza in versione stato etico  dixit – presentando il Covid come una sorta di bizzosa e crudele divinità veterotestamentaria, che ti punisce se osi divertirti e si mostra invece mite benevolo se rendi la tua esistenza inutilmente scomoda portando le mascherine anche in situazioni in cui non esiste alcun fondamento scientifico per indossarle? (oppure se non bevi alcolici dopo le 21 o le 22. Il Covid-19, evidentemente, nutre particolare predilezioni per astemi, islamici e straight edge punk).*

Insomma, si è rotto il patto sociale governanti-governati che ha caratterizzato l’ultimo secolo, almeno per quanto riguarda l’Occidente. Dove trovare allora la motivazione per sopportare le nuove restrizioni, insieme ai probabili successivi ‘giri di vite’? Mi vengono in mente solo tre possibilità:

  •  appellarsi all’incolumità individuale: vuoi evitare il rischio di una polmonite interstiziale? Pensi sia più scomodo indossare una mascherina o essere intubato? Preferisci vivere o morire? L’istinto di conservazione e sopravvivenza ovviamente gioca un ruolo importante, ma tirare a campare per tirare a campare difficilmente riesce a dare senso all’esistenza individuale, figuriamoci se è in grado di costruire significato a livello sociale.
  • promettere sacrifici temporanei per poi ‘tornare a correre’ e riconquistare il Bengodi perduto, tirare la cinghia oggi per godere di più benessere domani. Potrebbe sembrare allettante, se non fosse per un piccolo problema: è da ben prima del Covid, almeno dalla fine degli anni Ottanta, che fasce sempre maggiori di popolazione si vedono costrette a crescenti concessioni con la promessa di laute ricompense che non arrivano mai, finendo così per perdere fiducia. La ‘camicia di forza’ neoliberista ha prodotto prosperità solo nella mente dei suoi più fanatici apologeti, la gente se n’è accorta e si sta facendo più diffidente ogniqualvolta deve barattare un bene un diritto o una tutela per un ipotetico (e sempre più distante) futuro rose e fiori.
  • basare il proprio impegno a rispettare le regole facendo riferimento a una cultura profondamente diversa dall’ideologia sociale dominante, ponendo così questa scelta all’interno di una logica di opposizione a quel sistema schizofrenico capace di passare senza soluzione di continuità dal promettere Disneyland ad assumere atteggiamenti alla Savonarola.

L’ultima opzione rappresenta la ragione per cui io e tantissimi altri ci atteniamo alle regole ma senza la minima esitazione a uscircene con “polemiche, discorsi astratti e dibattiti” tanto sgraditi a Conte ogniqualvolta ne sentiamo la necessità.

A tal proposito, chiudo proponendo un ‘discorso astratto’ forse meritevole di attenzione. L’accettazione di sacrifici che vadano a inficiare pesantemente la vita sociale e affettiva sarebbe forse più semplice se, invece di proseguire con uno stato di emergenza a oltranza, si fissassero dei paletti temporali per poi optare in favore di un piano B assai differente: il Covid-19 è un problema, ma anche il distanziamento sociale lo è, se da triste (ma temporanea) necessità si trasformasse in provvedimento semi-permanente i danni che provocherebbe alla lunga sarebbero persino peggiori di quelli del virus. Se la popolazione fosse consapevole che trattasi di una misura limitata con un termine esplicito, vivrebbe in maniera molto diversa la sopportazione del distanziamento.

Sta circolando in Rete la cosiddetta Dichiarazione di Great Barrington, presa di posizione di di epidemiologi delle malattie infettive e di scienziati della salute pubblica in favore di un sistema di protezione focalizzato, con lo scopo di ridurre al minimo la mortalità e i danni sociali fino a raggiungere l’immunità di gregge. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il prof. Piero Sestili dell’Università di Urbino caldeggia seriamente questa proposta; ne sono venuto a conoscenza perché è stata condivisa sulla pagina Facebook ‘Pillole di ottimismo’ da Guido Silvestri, per capirci il socio di Roberto Burioni nell’associazione Patto trasversale per la Scienza. Insomma, non stiamo parlando di ciarlatani del Web o di particolari anticonformisti.

Riporto un estratto particolarmente significativo dell’intervista.

«Non è negazionismo», dice il docente di Farmacologia all’Università di Urbino, «ma un’analisi dell’evoluzione della malattia. Ora abbiamo più conoscenze sul virus rispetto allo scoppio della pandemia, i numeri attuali indicano che l’aumento dei contagi, scoperti grazie a un maggiore numero di test, non corrisponde a un incremento proporzionale di ricoveri, ingressi nelle terapie intensive e decessi. I motivi sono vari, ma ciò deve far capire a decisori politici e comitati tecnici che il rischio non è diminuito solo peri lockdown». È una posizione simile al rischio calcolato che si è assunta la Svezia all’inizio dell’epidemia. «È stato un azzardo, in Svezia è andata bene ma ora con condizioni cambiate non è da scartare l’idea di arrivare all’immunità di gregge prima della disponibilità di un vaccino, che non sarà a breve». Qual è allora la migliore strategia che in questa fase dovrebbe adottare l’Italia? «Va attuata una protezione mirata sulle fasce più a rischio», afferma Sestili. «Invece ci siamo concentrati sull’iperprotezione della categoria meno a rischio: i più giovani. Si è dedicata tanta energia a proteggere gli studenti più che alla gestione precoce dei pazienti Covid con la modifica delle linee guida ferme ad aprile. Non possiamo puntare solo su vaccini e anticorpi se no, come ha detto anche il Papa, tagliamo fuori 80% del mondo che non se li può permettere .A chi deve prendere decisioni importanti consiglio di leggere con attenzione questo appello e non liquidarlo in fretta come banale e sciocco».

 

*Il culmine della farsa è stato raggiunto dalla Conferenza delle regioni che da una parte ha contrattato con il governo misure al ribasso contro la famigerata movida, dall’altra, non avendo adeguatamente riorganizzato e potenziato il sistema dei trasporti, ha chiesto la chiusura delle scuole superiori, cioé luoghi frequentati da ragazzi nella fascia di età meno a rischio di tutte e da adulti che, salvo particolari situazioni (dove comunque vige un regime di igienizzazione continua e si utilizzano tassativamente protezioni facciali) possono facilmente rispettare la condizione di non trovarsi per quindici minuti continuativi a meno di due metri da chicchessia (necessaria per attivare una notifica dell’App Immuni, che a questo punto pare completamente sorpassata, se si vuol far passare l’idea che il solo incontrare un passante per strada senza mascherina sia sufficiente per il contagio).

 

 

 

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

1 commento

  1. Caro Igor, questo più che un commento è un plauso. Sottoscrivo al 100% quello che hai scritto. Mi hai dato lo stimolo per scrivere un contributo per DFSN che da un po’ mi gira in testa. Aggiungo solo che la tua riflessione meriterebbe una platea vasta di lettori, perché purtroppo fa parte del “pensiero debole” quello che non ha visibilità o che viene snobbato con stupida supponenza. Per fortuna qualcosa sta cambiando, come dimostra un ottimo intervento fatto da Massimo Cacciari (pensatore che ho sempre stimato per l’intelligenza e l’autonomia di testa che dimostra) a RAI3. Metto qui il link alle sue parole, che come puoi immaginare hanno suscitato un certo vespaio https://www.youtube.com/watch?v=E3ZYTRJco74

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