Crimini e misfatti

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Guardiamo allo scenario peggiore che ci viene mostrato con le anticipazioni dell’ultimo report dell’ONU sui cambiamenti climatici. Tecnicamente si chiama RCP8,5 ma questo poco importa, importa invece quanto ci dice sul come e perché a fine secolo gli eventi climatici avranno ridisegnato la vita sul pianeta. La concentrazione dei gas serra, il crescendo generalizzato delle temperature e il conseguente collasso funzionale degli ecosistemi, cancellerà un gigantesco numero di specie viventi e forse anche la nostra che, nel migliore dei casi, potrebbe risultare “solo” fortemente ridimensionata. Ma come è possibile questa certezza ? Infatti non si tratta di certezza ma di elevata probabilità. La scienza, a questi livelli, funziona così e non potrebbe fare diversamente: facciamocene una ragione. Consideriamo piuttosto che i report ONU possono risultare addirittura meno severi della realtà. Questa constatazione è importante e sta alla base di comunicazioni intermedie tra un report e l’altro che “aggiornano” lo stato delle cose in attesa della successiva pubblicazione. In questo del 2021, ad esempio, si conferma che c’è stata una evidente accelerazione nel riscaldamento globale così come stimato solo 6 anni fa . Perché parlare dell’RCP8,5 e non degli altri scenari meno impattanti? Per il semplice motivo che questo è quello a cui stiamo andando incontro. Falliti miseramente gli accordi internazionali di Parigi del 2015, gli impegni di riduzione della Co2 praticamente non hanno trovato conferma e nei pochi casi in cui si sono concretizzati lo hanno fanno in minima parte. Poiché gli scenari si fondano sui numeri è bene sapere quanto segue. Le emissioni di gas serra sono aumentate da una media annuale di 11,4 miliardi di tonnellate (Gt) negli anni ’60 dello scorso secolo, ad una media annuale di 34,4 Gt nel periodo 2008-2017. Da quest’ultima data si è calcolato un “carbon budget”, ovvero la quantità di emissioni che l’umanità può ancora rilasciare in atmosfera per non sfondare la soglia, già importante ma ancora di “relativa sicurezza”, di + 1,5°C.

Questa quantità è stata indicata in 300 Gt.

Nel 2019 le emissioni di gas serra prodotte da fonti fossili di energia e dall’industria hanno però raggiunto 37,1 Gt che arrivano a 41,6 Gt se si aggiungono quelle derivate dall’uso dei cambiamenti del suolo come la deforestazione per uso agrozootecnico (minore assorbimento di Co2) e dagli incendi boschivi (maggiore emissione di Co2 e successivo minore assorbimento). Nel 2020, causa Covid c’è stato un rallentamento dell’economia mondiale che ha provocato un – 8% di emissioni “industriali” rispetto al 2019 e che ha evidenziato, se ce ne fosse stato bisogno, il nesso tra emissioni climalteranti e la crescita economica. Considerato che i leader politici mondiali stanno facendo di tutto per far tornare i livelli di produzione industriale e di scambio commerciale a quelli del 2019 (e possibilmente oltre) dobbiamo attenderci che già quest’anno si raggiungano emissioni tali da contrarre ulteriormente i tempi di superamento del carbon budget. Il calcolo effettuato dal prestigioso team internazionale del Prof. Johan Rockström, che ci ha spiegato come il riscaldamento globale è l’apice del superamento dei limiti planetari con cui abbiamo generato la crisi attuale, ci informa che considerando ora una media di emissioni di 40 Gt di Co2 all’anno, abbiamo solo 7 anni per ridurre i gas serra in modo tale da rimanere entro la soglia di + 1,5°C .

Ora, con tutta la buona volontà e la valanga di ottimismo e di fiducia che ciascuno di noi può metterci, considerate realistico che ciò possa avvenire?

Il punto è, con rarissime eccezioni purtroppo ininfluenti su scala globale, che nessun governo è disposto ad imporre una diminuzione annuale nell’uso dei combustibili fossili pari a quanto necessario per rimanere entro la soglia sopra indicata (-7% rispetto al 2017). Per farlo bisognerebbe togliere i sussidi diretti e indiretti al petrolio e agli altri combustibili fossili, tassare le emissioni di gas serra e spingere tantissimo sulla riconversione elettrica dell’apparato industriale fatta con fonti rinnovabili, ricordandoci però che l’intensità energetica del petrolio ha un suo corrispondente solo nell’energia eolica. In concreto ciò porterebbe almeno per un certo tempo ad una sensibile riduzione della produzione industriale e dei relativi consumi, con un decremento nell’estrazione di materie prime e nella circolazione delle merci. In contemporanea bisognerebbe agire sul contenimento delle nascite per contenere la sovrappopolazione, tutelare i beni comuni, proteggere la biodiversità, piantare miliardi di alberi, adottare misure per ridurre drasticamente l’allevamento intensivo e il consumo di carne, latte e pesce che provocano una importante percentuale di emissioni.

In un sistema economico come il nostro tutto ciò produrrebbe immediatamente disoccupazione e conflitto sociale, contrasti culturali e religiosi, cospirazioni e tensione tra Stati ben oltre quello che già vediamo.

Per fare cose del genere ci vuole lungimiranza, capacità e determinazione, una corretta comunicazione, una programmazione efficace, la capacità di contrastare con decisione i vergognosi profitti delle imprese multinazionali e della finanza speculativa, oltre che una strategia di riorganizzazione a livello locale dell’economia per creare nuovi posti di lavoro e per dare un sostegno concreto alle fasce di popolazione più debole. Ci vuole inoltre la disponibilità a fare tutte queste cose insieme, intendo dire almeno con i Paesi economicamente più importanti, gli stessi che non sono in grado di assolvere agli impegni contratti a Parigi.

In sostanza bisognerebbe rinunciare agli oligopoli, alle rendite di posizione, alla struttura stessa dall’economia di mercato capitalistica.

Visti questi presupposti mi pare evidente che la transizione ecologica, come qualcuno la chiama, semplicemente non si farà o comunque non si farà nei modi e nei tempi richiesti.

Se accettiamo questa logica dobbiamo accettarne le conseguenze.

Se vogliamo parlare di responsabilità nelle scelte, visto che i grandi gruppi del settore dell’energia da fonti fossili (big oil private e di stato) difendono a denti stretti le loro posizioni, visto che come singoli individui coscienziosi e disponibili a cambiare i nostri comportamenti possiamo fare ben poco se non ci trasformiamo in una moltitudine che prende in mano il proprio destino, è chiaro che le scelte che contano restano solo nelle mani della classe politica.

Se tuttavia guardiamo al comportamento dei decisori politici (salvo qualche rara eccezione), vediamo che le loro scelte sono uniformemente puntate alla conservazione dello status quo e del consenso elettorale. Le promesse, gli impegni, le parole profuse nei programmi su quanto sia urgente e necessario intraprendere un percorso di cambiamento su questa fondamentale materia, restano lettera morta e non trovano riscontro nei fatti, nelle disposizioni di legge. Le norme, quando ci sono, consistono in nuovi supporti alla grandi aziende, in stratagemmi per dilazionare i tempi e continuare a bruciare qualcosa, o in piccoli e insostanziali accorgimenti green. Guardate ad esempio il piano energetico nazionale: un disastro in cui c’è solo una traccia di quanto effettivamente bisognerebbe fare.

E intanto il tempo passa inesorabilmente, indifferente alla pressioni delle lobbies, alla cattiva informazione dei media, alla superficialità della gran parte dei cittadini e alle decisioni utili NON prese dai governanti.

Il peso storico, morale, esistenziale, di queste scelte NON fatte, non grava sulle spalle di chi invece dovrebbe sentirne tutta la responsabilità. Per convenienza, per ignoranza, per complicità, questi individui tirano avanti per la loro strada.

Che cosa fare dunque? C’è molto da fare, lo evidenziano le ricerche, lo si scrive nei libri, lo si mette timidamente in atto in alcune circostanze, con progetti e alcune sperimentazioni di successo, ma di fronte all’inazione o meglio ai crimini a cui assistiamo quotidianamente, quella che ancora chiamiamo politica e la collettività nel suo insieme non sembrano in grado di reagire per mutare questa situazione.

Il tempo a disposizione sta per scadere e sostituire un sistema in forma non violenta e su base condivisa per realizzarne uno ecologicamente compatibile su scala mondiale, richiede un impegno gigantesco, mai visto prima e ovviamente pieno di incognite.

Allo stato attuale e senza la prospettiva di cambiamenti significativi questo è quello che ci aspetta: + 1,5°C saranno raggiunti in 7-8 anni o forse meno (ne gusteremo gli effetti), i + 2°C arriveranno in poco più di una ventina mentre i +3°C potrebbero farsi sentire fra sei decenni e raggiungere +5,4°C.

Teniamo conto che si tratta di temperature medie il che significa che per i Paesi dell’area Mediterranea dobbiamo prevedere oscillazioni maggiori e temperatura ben più elevate, essendo quest’area un “hot spot” globale. Consideriamo infine che questo scenario tiene conto solo in parte dei fenomeni di accelerazione improvvisa del riscaldamento causato da fattori che si mettono in moto a causa della sempre più elevata concentrazione di gas serra, come ad esempio la diminuzione della capacità degli oceani di assorbire Co2 o dei ghiacciai di riflettere la radiazione solare.

Scriveva Tiziano Terzani che senza una rivoluzione interiore non possiamo realizzare un autentico cambiamento nella società: ora più mai questa verità dovrebbe ispirarci e spingerci ad unire le forze per dare un futuro accettabile alle nuove generazioni.

Muoversi adesso in modo radicale e su più livelli, non significa evitare i drammi a cui stiamo andando incontro ma cercare di evitare il disastro totale.

Auspicabile, improbabile forse ma in ogni caso un fatto è certo, se il cambiamento non arriverà dal basso questa classe politica non lo farà.

Fonti

IPCC ONU

Potsdam Institute for Climate Impact Research

1 commento

  1. Ottimo articolo, anche se inevitabilmente deprimente. La sensazione finale è che ci sia qualcosa di sbagliato nella forma mentis del genere umano. Qualcosa di sbagliato fin dalle origini, che potremmo definire come incapacità di mettersi in una relazione responsabile e fruttuosa con l’ambiente e con le altre specie viventi. Questa tracotanza innata (i Greci la chiamavano “Ubris”) è passata inosservata per circa 3000 anni, un tempo brevissimo per il pianeta, ma ora i nodi vengono al pettine e l’effetto antropico sull’ambiente si sta manifestando con un’accelerazione progressiva. Personalmente credo che noi (inteso come comunità umana nel suo complesso) non abbiamo la capacità di invertire la tendenza. Sia per mancanza di sensibilità e di coscienza etica, sia perché biologicamente inadatti ad affrontare un problema di questa portata. la durata media della nostra vita ci induce inconsciamente a non preoccuparci (o per lo meno a sottovalutare) quello che accadrà tra duecento anni…. Come ben dici nulla si può sperare dalla classe politica, ma molto poco anche dai sudditi, visto che hanno permesso e perfino favorito l’instaurarsi di questo sistema socio-economico. Possiamo solo impegnarci in una coerenza individuale, in scelte di vita che ci facciano sentire in pace con la coscienza e in sintonia con l’ambiente e con gli altri esseri viventi, consapevoli però che quelli che si impegneranno saranno una ristretta minoranza.

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