Critica della ragione agroindustriale #2: le cause della fame (prima parte)

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(Critica della ragione agroindustriale #1)

IL LATO OSCENO DELL’AGRICOLTURA

Per assurgere a perfetto manifesto della logica agroindustriale, all’intervento della Cattaneo riportato alla puntata precedente manca solo un mantra fondamentale, quello relativo al bisogno di sfamare una popolazione mondiale in crescita contenendo al massimo l’impiego di nuovi terreni agricoli. Delle tante fonti autorevoli citabili per ovviare alla lacuna, ne propongo una che pochi penserebbero sensibile al problema, essendo la sua missione decisamente più legata all’affamare i popoli che a nutrirli; mi sto riferendo alla NATO:

Immaginate fra 40 anni altri due miliardi di persone sul pianeta, tutti bisognosi di cibo, acqua e di un tetto, mentre i cambiamenti climatici accentuano questi fondamentali bisogni umani.
Se non si agisce ora, miliardi di persone nel mondo si troveranno ad affrontare sete, fame, condizioni di emarginazione e conflitti quale conseguenza di siccità, scarsità di cibo, degrado urbano, migrazioni e sempre più scarse risorse naturali, mentre la produzione cerca di fronteggiare la domanda.
E la crescita prevista della domanda è sconcertante. Più bocche da sfamare e cambiamenti nelle preferenze alimentari implicheranno:
  • un raddoppio della produzione agricola in quattro decenni,
  • un aumento dei consumi idrici del 30% entro il 2030, e
  • entro la metà del secolo, sistemazioni urbane per tre altri miliardi di persone.

Dopo l’esordio quanto mai allarmato, la più potente alleanza militare della storia assume toni decisamente più rassicuranti:

Attraverso l’applicazione di soluzioni ingegneristiche come la biotecnologia, l’accresciuta meccanizzazione e automazione, la riduzione degli sprechi, un migliorato sistema di stoccaggio e di distribuzione e una migliore gestione delle risorse idriche, si possono fornire più che sufficienti risorse alimentari per fronteggiare la prevista domanda.1

Tale visione, coincidente con la vulgata massmediatica, viene accettata come auto-evidente da milioni di persone, nonostante presenti un carattere intrinsecamente contraddittorio. Si prospetta infatti un futuro da incubo – contrassegnato da guerra, clima estremo e scarsità di risorse – ma allo stesso tempo ancora abbastanza confortevole per aggiungere senza battere ciglio altre due miliardi di umani. Ma c’è incoerenza ancora più inquietante: se già ora disponiamo della tecnologia per sfamare 9-10 miliardi di bocche, perché l’inedia è ancora un problema assillante?

Il ‘mistero’ della denutrizione

E’ indubbio che, a partire dagli anni Sessanta, l’implementazione sistematica della Rivoluzione Verde – l’innovazione agronomica valsa al suo ideatore, Norman Borlaug, il premio Nobel per la pace – abbia aumentato esponenzialmente la produzione di cibo, esorcizzando gli incubi malthusiani di carestia e scarsità. Il nuovo paradigma agricolo ha impresso una svolta talmente radicale che già nel 1974 un altro Nobel per la pace, sebbene dalla reputazione più inquietante e meno filantropica – Henry Kissinger – pronosticava la fine della fame nel mondo nel giro di un decennio.2

Benché menzogna e ipocrisia imperversino nei discorsi pubblici del segretario di stato di Nixon e Ford, qui forse non si deve dubitare della sua sincerità perché, con l’aumento della produttività agricola superiore al tasso di crescita demografica, la conquista dell’agognato traguardo pareva ridursi a un banale calcolo matematico. Invece, all’alba del 1984, non si verificano né la distopia orwelliana del Grande Fratello né il sogno del cibo per tutti: malgrado le performance della Rivoluzione Verde non abbiano deluso le attese, il numero assoluto dei denutriti risulta solo leggermente calato.

La lotta non si interrompe, anche perché a inizio anni Novanta il crollo del socialismo reale promette la fine dell’incubo dell’olocausto nucleare e la riconversione a scopi pacifici del progresso tecno-scientifico che, sotto la guida del capitalismo liberaldemocratico uscito vincitore dalla guerra fredda, potrà finalmente concentrare tutte le sue potenzialità per il benessere umano (Francis Fukuyama docet). Nel 2000, tutte le allora 189 nazioni componenti l’ONU sottoscrivono gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, con il punto 1 che recita: “Ridurre della metà, fra il 1990 e il 2015, la percentuale di popolazione che soffre la fame”; l’esperienza ha insegnato che è più prudente contenere la hybris di debellare completamente il fenomeno. Al termine della campagna, la FAO festeggia per i 72 paesi capaci di centrare un traguardo sulla carta alquanto agevole, con una produzione alimentare triplicata dall’avvento della Rivoluzione Verde a fronte di una popolazione ‘solo’ raddoppiata (figura 2); contemporaneamente, però, l’agenzia dell’ONU si duole del fatto che 800 milioni di persone – lo stesso numero di inizio anni Settanta – concentrate nell’Africa sub-sahariana e in zone dell’Asia meridionale, patiscano la sottonutrizione cronica.3(figura 3).

Figura 2. Fonte: UNEP

Figura 3

Le cifre per altro sono contestate perché nel 2011 la FAO ha modificato la metodologia di calcolo dei denutriti, adattandola alle caratteristiche di una dieta consona a una vita sedentaria (la meno esigente di calorie), come se stesse cercando di edulcorare statistiche altrimenti poco lusinghiere.4Con il varo dei nuovi Obiettivi di sviluppo sostenibile (2016), l’impegno per un mondo senza fame viene posticipato al 2030, cioé a 56 anni di distanza dai proclami di Kissinger: oramai, sembra di assistere all’eterna rincorsa di Achille alla tartaruga.

Con cibo già sufficiente per sfamare almeno una decina di miliardi di individui e tenuto conto di situazioni tragicomiche quali lo storico sorpasso operato nel 2006 dagli obesi ai danni dei sottoalimentati,5 dalla fine degli anni Novanta la lente d’indagine del problema alimentare ha abbandonato gradualmente l’approccio produttivista malthusiano per adottarne uno di stampo marxista – promosso dai movimenti di contestazione alla globalizzazione neoliberista, saliti alla ribalta dopo le manifestazioni contro il vertice della World Trade Organization (WTO) del 1999 a Seattle – dove si punta il dito sulle storture che impediscono alle fasce più povere della popolazione mondiale di accedere a risorse altrimenti disponibili. Del resto, il caso eclatante della Repubblica Popolare Cinese, capace di combattere fame e povertà senza il sostegno di organismi internazionali, attraverso un approccio autonomo ed economicamente eterodosso rispetto alle strategie mainstream, ha messo a nudo le debolezze dei meccanismi del libero mercato nel risolvere tali problemi, evidenziando anzi una certa tendenza a crearli e ingigantirli.

Ad esempio, un momento storicamente decisivo per le sorti alimentari viene identificato nello sconvolgimento provocato nel 1979 dal governatore della Federal Reserve Paul Volker, il quale, aumentando a sorpresa i tassi di interesse nonostante il periodo di stagnazione, mise in crisi molti paesi in via di sviluppo che avevano approfittato delle condizioni favorevoli degli anni precedenti per contrarre ingenti prestiti. Per risarcire tali debiti, gran parte decise di aderire ai progetti di aggiustamento strutturale promossi da Fondo Monetario e Banca Mondiale, che proponevano finanziamenti condizionati all’attuazione di politiche successivamente note come ‘Washington Consensus’ (dal nome attribuito loro nel 1989 dall’economista John Williamson) o ‘neoliberismo’, finalizzate all’abolizione delle restrizioni all’importazione e alla libertà d’impresa delle compagnie straniere, alla privatizzazione delle aziende statali, alla liberalizzazione dei servizi, al rispetto del pareggio di bilancio, al contenimento dell’inflazione e al riorientamento della produzione nazionale privilegiando le esportazioni. Il Washington Consensus diventerà poi l’ideologia fondante della WTO, creata nel 1995 allo scopo di liberalizzare i mercati a livello globale.

Premesso che i fragili stati usciti dal colonialismo erano giunti all’indipendenza troppo tardi per ripercorrere il percorso dello sviluppo occidentale, questo fardello ha di certo condizionato molto negativamente il loro avvenire. Tarpando le ali all’industria locale e inficiando pesantemente le misure di promozione sociale tentate subito dopo la decolonizzazione, si è impedita qualsiasi parvenza di transizione demografica che avrebbe almeno parzialmente contenuto gli effetti nefasti dell’attuale sovrappolazione; in agricoltura, il Washington Consensus ha significato un importante ridimensionamento (se non proprio il completo accantonamento) dei progetti di riforma agraria per la ridistribuzione delle terre, nonché scelte deleterie improntate alla priorità di esportare: così facendo, paesi oppressi dalla fame hanno sostituito colture fondamentali per l’esistenza quotidiana con altre appetibili per i mercati stranieri (famoso il caso dei fiori kenioti).6La campagna Make Poverty History, promossa tra il 2005 il 2006 – coalizione internazionale di ONG, gruppi religiosi, sindacati, aziende e celebrità – ha dato ampio risalto al ruolo del debito nel favorire povertà e oppressione, chiedendo e ottenendo una parziale cancellazione,7 mentre le associazioni contadine del sud del mondo (come Via Campesina) hanno nel tempo modificato approccio passando dal passivo ‘diritto di accesso al cibo’ alla più militante ‘sovranità alimentare’, proprio allo scopo di enfatizzare le cause politiche della denutrizione.

Se a tali ingiustizie si aggiungono altre deficienze del sistema alimentare – in particolare il 30% circa di spreco produttivo dovuto a un mix di pessimi sistemi di stoccaggio post-raccolto, dissennate strategie gestionali della grande distribuzione organizzata e abitudini poco oculate dei cittadini dei paesi più ricchi8 – viene ulteriormente corroborata la sensazione che la quadratura del circolo consista in una ripartizione più equa dei frutti della Rivoluzione Verde. Resta quindi da capire dove finiscono le enormi quantità di cibo non impiegate per sfamare il pianeta. (continua)

1www.nato.int/docu/review/2011/Climate-Action/Population_growth_challenge/IT/index.htm. Mi ha altrettanto incuriosito trovare pubblicate su questo sito delle previsioni sull’incidenza dei cambiamento climatici sulla produzione alimentare realizzate da Bjørn Lomborg, studioso notoriamente polemico nei confronti delle teorie antropiche sul global warming e vero e proprio idolo per molti gruppi che gridano alla cospirazione climatica artificiosamente creata dalle élite per dominare il mondo. Chissà come reagirebbero sapendo che il loro beniamino rientra addirittura nelle grazie della NATO!

2Patel e Moore 2017

6Caparròs 2015

7Con la parziale ripresa dell’economia mondiale a partire dal 2012, la situazione dei paesi debitori si è paradossalmente aggravata perché ha segnato il rialzo dei tassi di interesse unitamente alla rivalutazione del dollaro e al crollo dei prezzi della materie prime.

8Stuart 2009

Fonte immagine in evidenza:FAO

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

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