Decrescita e incomprensioni. Una risposta ad Antonio Pascale

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Ne La Lettura del Corriere è apparso un prezioso articolo del giornalista Antonio Pascale “Gli egoisti della decrescita”, che permette di affrontare e continuare il dibattito sulla decrescita in un luogo così prestigioso come Via Solferino.
Cerco di leggerlo alla luce degli ultimi saggi sul tema. A voi lettori le eventuali correzioni dei miei errori.

La critica che muove l’autore del pezzo si basa attorno la coppia sensibilità/egoismo del benestante di sinistra che non ha sostenuto esami di micro/macro-economia. Dopo aver elogiato sarcasticamente i sacerdoti della decrescita evidenzia come il loro eloquio sopperisca le manchevolezze tecnico-scientifiche delle proposte. Nel mirino troviamo Serena Dandini, Luca Mercalli, Carlo Petrini, Marco Cassini, Daniel Pennac, Maurizio Pallante oltre allo stesso Serge Latouche.

Dopo aver esemplificato la mattinata di un consumatore di fronte al bidone dell’immondizzia, richiama la formula keynesiana della ricchezza (Y=C+I+G+X) deducendone -cito- decrescere è facilissimo: basta autoridursi lo stipendio (..) Meno reddito, minor produzione, consumi più bassi. Ci toccherà fare un gesto coraggioso: andare dal nostro editore e chiedere di meno.
Analizzando in termini puramente matematici, Pascale, evidenzia come “de-crescere” porterebbe soltanto crisi economica e riduzione del reddito. Nulla di più vero se consideriamo l’uomo un soggetto economico anziché una persona e il Mondo come un piano cartesiano anziché Gaia. Il problema centrale rimane sempre linguistico ed ideologico-culturale. La decrescita non è strettamente un concetto economico, o meglio la decrescita proposta da Illich, Castoriadis, Mauss non si risolve in una formula linguistica o economica, è piuttosto un ampio ed eterogeneo progetto culturale di accorgimento sull’attuale malattia produttivista – di cui è affetto il mondo occidentalizzato – e di rivoluzione sociale seguita da un’evoluzione di pensiero (come poeticamente afferma Franco Battiato).

Un altro dubbio che solleva Antonio Pascale è sull’organizzazione pratica di tale proposta decrescente. Legittimo e puntuale. La risposta non potrà essere – ovviamente – altrettanto sintetica data l’importanza dell’argomento, ma anche qui il problema sta più sull’oggetto dell’osservazione: il significante al posto del significato. Decrescere non significa nulla, o meglio la sommatoria delle lettere di cui è composta la parola non significa alcunché, anzi si porta dietro infelicemente ciò che vorrebbe eliminare: il produttivismo. Tale progetto deve essere letto attraverso un’analisi che coglie l’intenzione e non si fermi alla glossa letterale. Dopo aver dato una possibilità all’immaginario (dopo Hollywood è più facile credere/immaginare che possano scendere gli alieni dal cielo piuttosto che l’uomo si salvi dallo sviluppo) per esempio guardano il film di Coline Serreau, Il Pianeta Verde, consiglio alcune proposte concrete -realizzabili ed in parte già realizzate- che hanno come obiettivo l’obbiezione di crescita: Comuni Virtuosi, SEL, AMAP, monete alternative, slow cities, città in transizione, città postcarbonio, eco-villaggi e bio-regionalità. Tutto ciò reperibile facilmente on-line.

Altra questione è sul presunto “diritto di crescere” dei paesi del Sud. Fresco della lettura dell’ultimo volume di Latuche “Per un’abbondanza frugale” lo sfoglio e arrivo alla pagina 116. Come risolvere con la decrescita il problema della miseria nei paesi del Sud.
Molto coerentemente, chi sostiene l’aumento del PIL come strada per eliminare la povertà del Nord, lo propone come via imprescindibile anche per i paesi del Sud. Purtroppo tale è l’ideologia della Banca mondiale e del FMI, quell’insieme di proposte che si racchiudono nel trickle down effect; l’obbiettivo non è l’autonomia del Sud ma è come poter continuare a sfruttarlo vendendogli la “libertà occidentale”.
Parlare di diritto alla crescita occidentale è come istituire il diritto alla psicosi da consumo. Una metafora azzeccata è di Matthieu Amiech e Julien Mattern secondo cui far entrare il Sud nella società dei consumi è come essere a bordo di un’auto lanciata a tutta velocità contro un muro, e domandarsi come far salire più gente possibile, anziché pensare a come evitare la catastrofe.
Per i paesi come l’Africa non significa nulla parlare di Decrescita se non in maniera indiretta: se l’attueranno i paesi del nord essa sarà condizione per l’affermarsi di una vera alternativa per il Sud. Se la finiremo di ingrassare il bestiame da macello con la soia prodotta grazie agli incendi della foresta amazzonica, il Sud potrà avere l’autonomia concreta per realizzare la sua “abbondanza frugale”, fatta di proprie tradizioni locali, economie informali, identità e valori antieconomici oltre ai saperi ancestrali.
Voler – al contrario – introdurre la logica della crescita al Sud con il pretesto di farlo uscire dalla miseria, può soltanto avere l’effetto di occidentalizzarlo sempre più, con tutte le conseguenze critiche che ciò comporta. Non si può curare il male con la fonte della malattia. Nel Sud la decrescita potrà chiamarsi con vari nomi tra cui swadeshi-sarvodaya (miglioramento delle condizioni di tutti), bontaare (star bene insieme), sumak kausai (vivere bene). Le parole sono solo lettere se sotto non vi è un preciso significato che fa da denominatore comune: la rottura con l’opera di distruzione che si perpetua sotto la bandiera dello sviluppo e della globalizzazione.

Conclude, Pascale, toccando la questione dell’innovazione e della tecnologia.
La posso interpretare come condizioni che permettono lo “sviluppo durevole” e/o tutte quelle teorie di green-economy che criticamente Latouche boccia sotto l’etichetta di green washing. L’ideologica che sorregge il turbo-capitalismo è per usare parole di Slavoj Zizek post-ideologica, ossia è svuotata di contenuto, è neutra nel senso che sta bene sotto qualunque programma politico (vedasi la deriva socialdemocratica). Il consumo verde è peggiore del consumo tout court poiché elimina la colpa nel predatore esorcizzando il suo comportamento ad atto benefico. “Acquista le nostre scarpe e per ogni paio ne doneremo uno al Terzo mondo”. “Acquista il nostro prodotto e contribuirai alla rigenerazione della foresta”. Esempi ce ne sono migliaia e vengono forniti dal marketing al quale rimando tale compito.

Rimane indossoluto il mantra della crescita, la psicosi da produttivismo, l’illogica razionalità post-umana dove si produce tutto fuorché l’essenziale per l’Uomo, anzi la difficoltà di poter avere ancora un sogno concreto e riunirci in un Gruppo – nell’accezione sartriana – sta nel fatto che la realizzazione del programma della crescita economica ci ha arricchito materialmente, in maniera direttamente proporzionale al nostro impoverimento umano.

14 Commenti

  1. Il problema non può prescindere da due cose che siamo chiamati a risolvere o democraticamente o perchè è il pianeta stesso che lo richiede, indipendentemente dalle interpretazioni di una decrescita di sinistra di Latouche. La prima è il picco del petrolio del 2008 e la seconda sono i mutamenti climatici causati dai combustibili fossili e bsogna tenere presente che i due problemi sono strettamente connessi.
    Chi sostiene la crescita non intende minimamente risolvere i due problemi ma ha esclusivamente l’obiettivo di mantenere il sistema economico così come’è il più a lungo possibile e con ogni mezzo necessario.
    Costoro utilizzeranno qualsiasi fonte energetica compreso il carbone pur di mandare avanti lo show.
    Se questa loro intenzione fosse applicata su larga scala, come è prevedibile perchè questi stolti purtroppo pensano di riuscire a sostituire l’energia che ci da il petrolio quando questo finirà, questo avrebbe un impatto ambientale catastrofico che provocherebbe un collasso sociale di proporzioni tali che nessun economista o politico riuscirebbe più a risolvere.
    Ci faranno piombare in un nuovo medioevo, una barbarizzazione del mondo.
    Non so se sia meglio il medioevo in cui ci porteranno i sostenitori della crescita cioè 900 anni fa o una società pre-petrolifera che non è certo la povertà ma qualcosa che assomiglia all’Europa di 150 anni fa circa quando ancora non si era scopetro il petrolio.
    Più che altro il fatto che l’interpretazione della decrescita di Latouche non sia condivisibile non vuol dire che la decrescita e soprattutto la decrescita energetica non sia la risoluzione dei due colossali problemi che faremmo meglio ad affrontare per risolverli piuttosto che rimandare in un eterno consumismo, in una impossibile eterna crescita.
    Purtroppo l’economia contrariamente alla società che comincia a capire che deve sviluppare la resilienza, si sta muovendo in modo reattivo a questi problemi mentre dovrebbe muoversi in maniera proattiva.
    Sperano nell’elisir miracoloso, una nuova fonte energetica in grado di non inquinare che non esiste, oppure hanno fede cieca nella tecnologia ma se non si decresce altro che impoverimento e stipendio ridotto si rischia di prendere parte a quella che Dick Cheney ha definito “la guerra che non avrà fine nell’arco della nostra vita”, la guerra per accaparrarsi le rimanenti scarse risorse del pianeta a partire da quella per gli idrocarburi che ha già coinvolto Iraq, Libia, Afganistan e tra non molto Iran.
    Meglio la decrescita.

    • john ha perfettamente ragione! mi permetto di andare oltre le sue parole interpretando il suo pensiero..

      Dovremmo arrivare ad un ecumenismo dei vari movimenti (dalla transizione, alla decrescita, passando per lo zeitgheist movement, i permacutori, ai sostenitori delle monete alterative e agli altir mille lodevoli movimenti ). Percepire la comune ispirazione ad un mondo migliore, non governato dalla logica del massimo profitto, ma dalla centralità dell’essere umano in equilibrio col pianeta che ha la sventura di ospitarlo.

      quando tutti noi che seguiamo i diversi torrenti delle varie filosofie di “cambiamento” ci percepiremo come un fiume che va verso un unico mare, raggiungeremo una massa critica a livello di consapevolezza, di discussione, di proposte, di impegno ed energie tale da rendere inevitabile il cambiamento.

      ho molto apprezzato il commento di john perchè va in questa direzione.

      è fondamentale, che non si discuta solo tra persone dello stesso movimento, ma che tutti i movimenti si contaminino

  2. Da un lato questo sistema economico ci stringe, ci soffoca; ci porta alla critica. Dall’altro ogni azione di cambiamento ci conduce a sognare felici utopie. Entrambi paradossi (a loro modo) positivistici che si scontrano con la realtà. Di sicuro le contraddizioni di questo capitalismo ci saturano di nausea ma se siamo qui a scrivere, attraverso parole digitali, è grazie al PIL che negli ultimi anni è cresciuto. Se parliamo così è solo grazie al boom economico che ci ha permesso di pensare una rivolta, grazie alla cultura data da un sistema che aveva soldi da poter spendere in ricerca. Rinnegare il sistema tout court è ipocrita e poco onesto, oltre forse ad essere irrealista. Però perseverare nel difetto è non vedere il limite di certe nozioni. Ecco, secondo me la parola cardine per fuggire dalle critiche degli “sviluppisti integralisti” non è tanto decrescita quanto nel limite. Il problema non è tanto nel capitalismo in sè nè nel consumismo: noi tutti nel nostro piccolo beneficiamo dei vantaggi di queste “culture” e comportamenti. Il problema è nel fatto che non si intravede il limite. Non occorre necessariamente vivere di tuberi per vivere “bene” e “liberi”, così come non occorre costruire ogni mese un centro commerciale nuovo per rilanciare l’economia. Occorre la capacità di riconoscere il limite e gestirlo, da un punto di vista economico il limite ha un nome: stagnazione. Il gioco delle contrapposizioni non porta da nessuna parte, non è lo scontro tra eremiti e finanzieri, si tratta solo dello sviluppo del buonsenso. Fa bene Latouche a parlare di “cambiamento culturale”, è questo a farci ride-finire il limite. Lui stesso a ben vedere non mi sembra molto ottimista sul futuro, se, com’è, parla di “paradigma della catastrofe”. Il messaggio è un po’ questo: “fa bene parlare della decrescita ma ci siamo tutti dentro fino al collo, nessuno rinuncerà al proprio per un futuro Altro. E’ più facile sopravvivere nello status quo, poichè ribellarsi può voler dire la ricostruzione di un’oligarchia (la storia ce lo dimostra) o l’anarchia; credere nel cambiamento dal di dentro può voler dire cambiare troppo poco per l’entità di quello che andrebbe fatto. Insomma, solo una catastrofe ci può ridisegnare futuri inaspettati”.
    Ripartire dalla ridefinizione del limite vuol dire innanzitutto rivedere il mondo della comunicazione, dove l’eccessiva informazione porta alla disinformazione e il disorientamento regna sovrano. Quindi qua mi stoppo, ma non prima di aver notato che in questo ostentato economicismo Pascale ha torto: in questo caso qualità oltre un certo punto non va di pari passo con quantità. Eppure la nozione di “punto di pareggio” ci è data dall’economia.

    • Cerco di risponderti per brevi punti che si evidenziano nel tuo intervento:

      1)Capitalismo Onnicomprensivo: tale opinione è vera solo se consideriamo gli ultimi 15 anni di critica no-global e/o altermondialista, ma critici del Pensiero Unico occidentale fioriscono agli inizi del 900 con Oswald Spengler (Il tramonto dell’Occidente) – per non contare la stessa analisi di Marx. Volendo considerare solo i contemporanei non possiamo non trovare le basi di tutto ciò che stiamo dicendo in autori come Guy Debord (La società dello spettacolo), Jean Baudrillard (La società dello spettacolo) e per rendere ancora più evidente ciò che voglio intendere richiamo l’episodio cinematografico “Il pollo ruspante” di Ugo Gregoretti (1963). Il problema è proprio il capitalismo che ingloba tutto pure il suo contrario, riducendo la critica a momento dell’effimero. Io sono obbligato a scrivere su queste “colonne” digitali poiché sono gli strumenti del nostro tempo e gli unici che ci permettano la condivisione, ma tornerei ben volentieri alla lettera su carta spedita ai quotidiani se costoro riprendessero a fare il loro mestiere di “informatori”.

      2) Decrescita è limite: la decrescita è un contenitore di opportunità che possono variare anche molto, si consideri che viene proposta tanto da sinistra quanto da destra; ma non potrebbe che essere “ossimorica” la decrescita, in quanto il suo contenuto essenziale è proteso alla Rivolta contro l’istituito, all’organizzazione in Gruppi che non siano mere serie di aggregati individuali. L’infelice termine “decrescita” serve solo a noi occidentali ma altrimenti non significherebbe nulla: i pomodori devono crescere, così le zucchine ed i cetrioli, e crescono per natura. Non deve essere confusa con “terrorismo decrescente” bensì in “Crescita Naturale” propria dell’essenza del bene stesso. Ma ciò che è importante è la sua impossibilità di realizzazione in un paradigma sviluppista, come quello attuale. La decrescita non è il capitalismo etico, verde, leale ecc ecc!!

      3) Pedagogia della Catastrofe: troppo poco se ne parla, ma uno sconvolgimento economico come la fuoriuscita dal mercato globale porta con sé inevitabilmente una rottura politica, sociale e non voglio meravigliare alcuno affermando che può generare una guerra. Ciò è un’eventualità – catastrofica – se prima di allora [questo “allora” che ahimè è ormai prossimo] non ci saremmo attrezzati adeguatamente. Come? Massimo Fini, provocatoriamente consiglia di prendere un pezzo di orto e un fucile per difendersi. La Barbarie non si scaccia con il caos/violenza ma lo scenario proposto da Fini sarà tristemente reale se non capiremo – concretamente – che non è più possibile continuare in tale modo!

      Esempi concreti: non mi meraviglierò se non potrò mangiare la carne, i miei bisnonni del ‘800 la vedevano col cannocchiale e pure hanno vissuto entrambi 90 anni (forse proprio per questo!); non mi meraviglierò se non potrò usare l’aereo, ma quanto è bello andare in bicicletta? Vittorio Veneto ha una splendida pista ciclabile accompagnate da campi ed un fiume e se voglio vedere le nuvole basta che alzo lo sguardo. Non potrò scrivere con frequenza su questo sito perché devo raccogliere le patate? Ben venga tale momento. Ma ci crediamo liberi perché possiamo scrivere su internet? Un internet oltretutto privatizzato e commerciale che ha occupato con logiche mercatiste pure la virtualità, soffocando in ogni modo la condivisione orizzontale e gratuita [che invece tale sito tutela e garantisce]

      Sempre aperto al dialogo sensato, concludo (per ora!).

  3. ….mi irrita la parola Decrescita che svuota di valore il concetto. Preferisco di gran lunga usare Crescita Consapevole. A presto

  4. Sì, il mio intervento era teso a riflettere sul paradosso di un discorso della decrescita nato da un mondo che fa retorica e pratica della crescita. Mi convinco sempre più che:
    1) Per dirla con parola “altre”: “anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti” (è forse questa la “storia di un impiegato” vittima di un modo globalizzante e crescente?…Siamo tutti impiegati).
    2) Le alternative (realistiche) a questo futuro (e non è per fare il pessimista) è proprio nella “pedagogia della catastrofe”, difficile al momento vedere germi di cambiamenti culturali (pacifici) di massa.
    3) Anche se questo modello economico secondo me non funziona non bisogna pensare che non va bene tutto (per questo forse l’alternativa non è fare l’eremita).

  5. Mi pare che nella critica, tutta formale, alla parola “Decrescita” si evidenzi il peso nefasto che il marketing ha assunto nella nostra epoca. Così come per scegliere il leader di un partito – perché i partiti non esistono più – se ne valuta più la “fotogenicità”, il sorriso, la/il compagna/o, l’aggressività… anziché le idee ed i programmi. Così quì, maliziosamente formali, si evocano gli scenari di miseria che una decrescita, contrapposta, alla messianica crescita, promette. Miseria. Miseria, in particolare e demagogicamente, per i più poveri. Per coloro che devono, ad ogni costo ambire ad avere un pezzetto di tutto. “Stai sputando sul… computer da cui contesti!” Sembrano rinfacciare. Non importa se si tratta di beni tarocchi, di seconda mano, talmente fast da essere volatile, durevoli come uno sbadiglio. Meglio una vita consumata a crescere trascorrendo i fine settimana di riposo dentro un outlet che fermarsi a pensare un’altra vita.
    Grazie a tutti coloro che hanno la forza di fermarsi a pensare.
    Lorenzo Scian

  6. Devono consolarsi? Convincersi? Perché se lo dicono e se lo tornano a dire? Non lo sanno, non lo sappiamo tutti, che i primi a godere la crescita della ricchezza sono i ricchi?

    Io mi guardo indietro, e piango i paesi poveri, le nuvole e il frumento; la casa scura, il fumo, le biciclette [..]

    Piango un mondo morto. Ma non son morto io che lo piango. Se vogliamo andare avanti, bisogna che piangiamo il tempo che non può più tornare, che diciamo di no a questa realtà che ci ha chiusi nella sua prigione…

    [..]

    Pier Paolo Pasolini, “Significato del rimpianto” – 1974

  7. “consiglio alcune proposte concrete -realizzabili ed in parte già realizzate- che hanno come obiettivo l’obbiezione di crescita: Comuni Virtuosi, SEL, AMAP, monete alternative, slow cities, città in transizione, città postcarbonio, eco-villaggi e bio-regionalità. Tutto ciò reperibile facilmente on-line.”

    sono riuscito a trovare informazioni su tutto tranne “amap” e “sel” a meno che quest’ultimo, come mi auguro, non si tratti dell’acronimo del partito politico.
    mi potete aiutare a trovare informazioni?

    • SEL significa “Sistemi di Scambio Locali” l’acronimo è francese. AMAP è priva di note e non riesco a risponderti attualmente. Spero di completare la tua ricerca dandoti un altro riferimento: REPAS (= reti di scambio delle pratiche alternative e solidali).

      A presto

  8. Sono entrato in contatto con il dibattito scaturito dall’articolo di Pascale (http://lettura.corriere.it/debates/gli-egoisti-della-decrescita/). Ho letto prima tutti i commenti (anche su siti diversi: http://www.decrescita.com/news/?p=1695 http://www.decrescita.com/news/?p=1658 …e i commenti dei commenti…) Poi ho letto l’articolo di Pascale. L’idea dell’articolo che mi ero fatto leggendo i commenti si è rivelata diversa da quella suscitatami dalla sua successiva lettura. Brutto segno! Ho fatto gran fatica a muovermi tra l’enorme quantità di “citazioni” cercando di non lasciarmi “attrarre” dal ricercare la particolare interpetazione che ogni commentatore ha usato del pensiero dei diversi autori citati. La sensazione che mi ha lasciato “il tutto” è quella di un tipico dibattito della post-modernità -non esiste la verità ma solo interpretazione dei fatti- Ho avuto quella fastidiosa sensazione del trovarmi in presenza di “n” affermazioni dell’IO che contraddice, come sempre, il suo parlare “per e di” “comunità”. Indubbiamente questo è il frutto del mio “sentire umano” alla “Centochiodi di Olmi”, mi son detto! Eppure mi ha colpito provare questo disagio, che in genere mi assale alla lettura dei dibattiti “di sistema” anche nei confronti di temi che in teoria ne sono o dovrebbero essere al margine, costituendone addirittura un’avanguardia (ops!) Come se l’IO che critica il Sistema non fosse, per la sua natura totalizzante, diverso dall’IO stesso di sistema. Insomma dall’IO non si esce. Dal post-moderno non si esce, dall’interpretazione non si esce! Il tutto con una sempre contraddittoria e spessa dimensione metafisica. Tutti troppo convinti di sè, della propria rappresentazione -linguistica ma sempre falsificabile!- della realtà e del suo metafisico senso, fine e valore di verità. Non diversamente dai miei conoscenti piccoli imprenditori veneti… Tutti con IO, idee e verità “perfomanti”. Chi con il mito della crescita chi con quello della decrescita. Tutti, comunque, in nome dello sviluppo dell’umanità …dell’umanità dell’IO. Eppure continuo a sentire che nessuna idea ha più valore di “un caffè con un buon amico”!

    • Mi sento chiamato in causa e forse ti sorprenderà che la pensi come te. I limiti del linguaggio che rispecchiano i limiti del nostro pensiero mi sono noti e ti sottolineo una frase scritta nell’articolo su Pasolini e la Decrescita:

      Come avrai potuto leggere sul Corriere ed in altri siti come il Post le critiche sono numerose ma tutte si fermano all’individuo in quanto soggetto economico e come può realizzarsi nel mondo semplificato positivisticamente in un piano cartesiano. è questa la prima assurdità del modello di sviluppo occidentale supportato dalla socialdemocrazia. Il problema, come evidenzi tu stesso è anzitutto filosofico, culturale ! Non posso che essere d’accordo su questo. Mi ripeto: decrescita non significa nulla -ahimé- è un semplice significante attorno al quale si sta evolvendo un pensiero che spazia dalla filosofia all’economia passando per la giustizia ambientale per ridefinire lo stesso concetto di Uomo. Pertanto mi viene da sorridere a chi critica che la decrescita non sia realizzabile all’interno di tale sistema senza sconvolgere tutto. Certo, è un movimento culturale che ha come obiettivo un’autentica rivoluzione sociale, un “Gruppo” sartriano!! Se vuoi aiutarci offrendo il tuo capitale di esperienza accademico-umana sei il benvenuto!! Io uso tale termine “decrescita” come sintesi di un progetto che però è un divenire, che si sta creando grazie alla riflessione continua. Ti vorrei tranquillizzare dicendo che non è un dogma e come ti sarai accorto tra gli stessi autori le divergenze non sono poche. A presto. Ti ringrazio del commento.

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