Decrescita e liberalismo: paradosso o necessità?*

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la-strada-immersa-nel-verde-460x250Limitando lo sguardo ai media generalisti si può avere l’impressione che la decrescita, come progetto politico, rientri pienamente nell’area ideologica della sinistra estrema collettivista. A seconda dell’articolo di giornale o del servizio televisivo esaminato può capitare di vedere le tesi dei decrescentisti assimilate di volta in volta al corpus teorico dell’anarco-comunitarismo, del socialismo, del comunismo o altro ancora. E invero leggendo le opere di alcuni esponenti di spicco del movimento è evidente come l’analogia, seppur limitativa, in taluni casi non sia del tutto fuori luogo.

Ciò tuttavia rischia di precludere la presa in considerazione di tutta una serie di scenari futuri alternativi che attengono a un differente spettro politico, quello liberale e libertario. Qui voglio spezzare una lancia in favore di questa seconda via maestra, spesso trascurata all’interno del movimento per la decrescita, che condivide con la prima gran parte dell’analisi sui problemi del presente, nonché la necessità di uscire dalla crescita e dalla logica del consumo ipertrofico, ma che propone rispetto a quest’ultima obiettivi e modalità per realizzarli differenti, sebbene non del tutto incompatibili.

L’idea centrale è che tanto i fini della decrescita quanto i mezzi per realizzarli debbano preservare l’integrità delle istituzioni liberali. Questa è una premessa necessaria affinché entrambi (mezzi e fini) siano alternativi al consumismo per cultura e al collettivismo per struttura e istituzioni. Si tratta di un punto essenziale: difficilmente una cultura della libertà individuale (e una cultura dei diritti, di cui la libertà rappresenta una componente centrale) potrà svilupparsi in un contesto istituzionale orientato all’egualitarismo coatto; al contrario, una cultura dell’altruismo (che sanzioni socialmente comportamenti egoistici) all’interno di un contesto istituzionale liberale è possibile e, nella prospettiva della decrescita, auspicabile.

La libertà individuale garantita dallo stato di diritto, la  divisione e l’equilibrio dei poteri e una legislazione di orientamento tendenzialmente liberale costituiscono le basi politiche della maggior parte delle democrazie occidentali, le quali indirettamente hanno agevolato lo sviluppo del capitalismo e degli stili di vita centrati sui consumi. Il fatto che l’edificio stia crollando, tuttavia, non dipende da tali basi, bensì dalla scarsa qualità della costruzione che vi si erge sopra, e dai rifiuti che gettiamo dai suoi piani più alti e che si accumulano a terra, insidiando, quelli sì, le fondamenta stesse.

E così si viene a porre il problema della libertà in un contesto mondiale caratterizzato da risorse sempre più scarse ed ecosistemi sempre più compromessi, nonché la questione strettamente correlata dei danni che l’inquinamento provoca alla salute delle persone (indipendentemente da quanto queste lo stiano causando a livello individuale o, se vogliamo, indipendentemente dal piano dell’edificio in cui ognuno di noi alloggia). Ma quello del capitalismo basato sul consumo ipertrofico non è l’unico edificio costruibile a partire da quelle fondamenta. E quelle fondamenta costituiscono nondimeno una premessa e una promessa per un edificio migliore, una conquista a cui non si dovrebbe rinunciare alla leggera e senza riflessioni.

L’equità per cultura, la libertà per struttura, è possibile unicamente in un ambiente istituzionale liberale, giacché una struttura liberale può consentire a una cultura e a delle pratiche sociali improntate all’equità di svilupparsi, non già come equità imposta, che incatena le menti nell’omologazione, bensì come esito creativo di un sentimento comune, dettato dall’esigenza di impedire la catastrofe ecologica da un lato, e di farlo tutti insieme dall’altro.

Un altro punto importante riguarda la responsabilità. Forse si tratta del punto più importante in assoluto. Se il consumismo ha le sue radici nel consumo individuale (sebbene numerosi studi di matrice non economica abbiamo svelato l’importanza delle sue componenti sociali e relazionali), il problema è in primo luogo culturale, non politico. Occorre evitare che lo stato diventi il capro espiatorio dei nostri stili di vita insostenibili, ma al tempo stesso occorre fare sì che esso non divenga il padrone delle nostre vite. Il primo concetto ha natura sostanziale (lo stato come matrice di tutti i mali) il secondo ha natura prescrittiva (uno stato paternalista come soluzione a tutti i mali), ma entrambi condividono la stessa idea di fondo: la responsabilità è di qualcun altro.

Uno stato che non obbliga tuttavia non è uno stato necessariamente inattivo. Un liberalismo dei diritti basato sul principio libertario di non aggressione potrebbe anche essere il migliore dei sistemi politici possibile, ma solo in un mondo utopico caratterizzato da risorse infinite e assenza di inquinamento. Purtroppo non è il nostro mondo. Tuttavia se lo stato (o altre istituzioni, sovra o sub-nazionali) è legittimato a porre vincoli di sostenibilità alle libertà individuali (ed è legittimato a farlo solo se noi – in quanto cittadini e abitanti di questo piccolo, precario mondo – attribuiamo valore alle vite degli individui delle generazioni future), ciò nondimeno tali vincoli dovrebbero essere tanto meno lesivi delle libertà individuali quanto possibile, e soprattutto dovrebbero essere adottati come ultima soluzione, qualora provvedimenti meno lesivi si rivelino impraticabili o inefficaci.

L’idea che per rinunciare al consumismo e alla crescita ipertrofica si debba rinunciare alla libertà degli individui è diffusa capillarmente, ma una tale visione separa drasticamente libertà e responsabilità, diritti e doveri. Il fine della decrescita non dovrebbe essere quello di sacrificare i primi per i secondi, buttando via il bambino con l’acqua sporca, ma di cercare – strenuamente, perché davvero non c’è niente di più importante – una nuova conciliazione fra questi falsi opposti.

*il presente articolo costituisce un estratto modificato di un saggio in corso di redazione. Il testo completo sarà reso disponibile gratuitamente una volta terminato.

 

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Federico Tabellini
Autore de 'Il Secolo Decisivo: storia futura di un'utopia possibile'. Nato a Brescia nel 1988. Da anni si interessa di tematiche ambientali, economiche e sociali. In passato ha pubblicato due paper su temi inerenti alla decrescita: "Degrowth and Sustainable Human Development: in search of a path toward integration" (Paper presentato alla Conferenza Internazionale sulla Decrescita, Venezia 2012) e "Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione" (Vincitore della prima edizione del "Giorgio Rota Best Paper Award", Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, 2013). È laureato in Scienze Politiche, in Sociologia e in Linguistica Applicata. Attualmente vive a Barcellona.

5 Commenti

  1. Grazie per l’articolo!

    Detto in altri termini “trovare i minor doveri che ci portano alla decrescita” .

    A livello pratico faccio fatica a immaginare con quali mezzi e con che livello di condivisione, “l’autorità” sceglie i doveri che ci limitano la libertà.

    Se poi aggiungiamo che le forze politiche che tendono, per definizione di politica, a proteggere o aumentare delle posizioni di privilegio (in termini di risorse di qualunque natura) a danno di altre.

    Avendo chiaro questa “deviazione” la politica deve diventare solo definizione di priorità: qual’è la più importante/prioritaria stress ambientale da risolvere?

    Passare da una politica di “spostamento/redistribuzione” di risorse ad una di definizione di priorità non è facile: faccio fatica ad immaginare il percorso, ma la strada è obbligata. Il percorso è ostacolato non poco anche dall’economia monetaria e dal profitto che vanno in direzioni opposte.

    Ne approfitto per chiederti un giudizio sul movimento Zeitgeist e “culture in decline”.

    GRAZIE!

    • Grazie a te per il commento.

      “A livello pratico faccio fatica a immaginare con quali mezzi e con che livello di condivisione, “l’autorità” sceglie i doveri che ci limitano la libertà.”

      Non sono sicuro di avere inteso bene il senso della frase. Se intendi dire che è difficile avere un’idea di giustizia condivisa che orienti la scelta pubblica, il problema mi sta davvero a cuore ed è al centro sia del saggio che sto scrivendo (di cui l’articolo costituisce un piccolo estratto molto generale), sia dell’ultimo paper che ho scritto con Patrizio Ponti, che se ti va posso passarti per e-mail.

      C’è sicuramente, come dici, la questione della corruzione della classe politica, ma anche gli stessi interessi di breve termine che caratterizzano tutti i sistemi democratici (l’orizzonte politico spesso non va oltre le scadenze elettorali, mentre la tutela dell’ambiente richiederebbe riforme strutturali e di lungo periodo, che sul breve pagano poco) sono un problema (probabilmente anche maggiore).

      “Avendo chiaro questa “deviazione” la politica deve diventare solo definizione di priorità: qual’è la più importante/prioritaria stress ambientale da risolvere?”

      La definizione delle priorità è senz’altro importante, ma per essere svolta come si deve sono necessarie a mio parere almeno due condizioni:

      1) Deve esserci una preventiva definizione degli obiettivi di lungo periodo che fornisca una scala di misurazione per l’attribuzione di diversi livelli di importanza ai problemi pubblici e alle policy da progettare e implementare per risolvere quei problemi.
      2) La soluzione dei problemi del presente non deve generare problemi maggiori nel futuro. Il gioco della “palla avvelenata” in politica rischia di condannare gli ecosistemi e l’ambiente al superamento di soglie di resilienza oltrepassate le quali le soluzioni (sempre che esistano) divengono molto più onerose (non solo in termini economici).

      “Passare da una politica di “spostamento/redistribuzione” di risorse ad una di definizione di priorità non è facile: faccio fatica ad immaginare il percorso, ma la strada è obbligata.”

      Sono d’accordo con te. Ma se ognuno darà il proprio contributo credo che nulla sia impossibile.

      “Il percorso è ostacolato non poco anche dall’economia monetaria e dal profitto che vanno in direzioni opposte.”

      Anche qui sono d’accordo con te. Ci sarebbero molte cose da dire a proposito ma questa non è la sede adatta. Avevo anche iniziato a scrivere un saggio in proposito (“la trappola della crescita”, di cui trovi le prime tre parti su questo stesso sito), ma sarebbe da rivedere in molte parti, oltre che da ultimare, e per ora ho lasciato in sospeso la questione… Di certo le dinamiche finanziarie e monetarie sono poco trattate dai principali teorici della decrescita, e su questo ci sarebbe molto da scrivere e su cui riflettere.

      Per quanto riguarda Zeitgeist e “culture in decline”, devo ammettere che non li conosco bene. Ho visto il primo (se intendi il film-documentario) e mi è parso un po’ troppo approssimativo e superficiale. Per il secondo non so darti un giudizio perché non ho visto quasi nulla, ma cercherò di informarmi meglio in futuro! A presto 😉

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