Decrescita e Sud del Mondo

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Lo sviluppo e la crescita economica di cui l’Occidente ha goduto e sta godendo, si sono raggiunti anche grazie al continuo sfruttamento dei paesi del Sud del mondo, controllati e gestiti con la chimera dell’occidentalizzazione delle società e, nel periodo più recente, dell’esportazione della democrazia. Paesi a cui è stato impedito, grazie ad un moderno colonialismo, di seguire una propria strada di sviluppo, al fine di poterli utilizzare quali fornitori di manodopera a basso costo, o come fonte di materie prime da depredare a vantaggio dei paesi industrializzati. In tempi più recenti sono diventati la pattumiera dell’occidente, attraverso immense discariche a cielo aperto, con conseguenze disastrose sia per gli abitanti che per l’ambiente di quelle zone. Senza contare del fenomeno del land grabbing: secondo le stime della Banca mondiale il fenomeno ha coinvolto fino a 80 milioni di ettari nel Sud del Mondo dove le multinazionali prendono in affitto enormi appezzamenti a prezzi irrisori per investire in agricoltura e biocarburanti.

Di fatto abbiamo scaricato su questi paesi i vincoli ed i costi ambientali del nostro benessere. Un benessere spesso effimero e del quale non vogliamo ancora pagare direttamente le conseguenze.

I sostenitori della Decrescita sono accusati di voler negare a questi paesi la possibilità di aspirare ad una vita migliore. Questa comune accusa viene mossa da chi ancora oggi non vede come la situazione attuale sia insostenibile (e lo dimostrano le migrazioni che sono in atto) e come non sia perseguibile la “crescita per la crescita”, quale unica via percorribile per raggiungere la “salvezza”. Una via che in quei paesi ha creato più danni che benefici.

Ciò che forse non si vuole comprendere è che parlare di Decrescita, intendendola come un modello unico da attuare in modo uniforme nelle società del mondo, è sicuramente non corretto. Questo progetto politico-economico-sociale presenta forme di attuazione differenti in base al contesto locale nel quale lo si vuole avviare e percorrere. Il modello decrescente da attuare nel mondo occidentale non può essere il medesimo di quello da applicare nei paesi poveri. Se è indispensabile, anzi obbligatorio come ormai evidente a tutti, ridurre l’impronta ecologica dei paesi sviluppati, questo non è auspicabile e neppure necessario per quei paesi poveri. Ricorda bene Serge Latouche come “mantenere, o peggio ancora, introdurre la logica della crescita nel Sud, con il pretesto che così si potrà uscire dalla miseria che questa stesa crescita ha creato, non può che occidentalizzare ulteriormente questa parte del pianeta”[1]

Ciò di cui c’è bisogno è prima di tutto deoccidentalizzare l’immaginario comune, rompendo il paradigma della “crescita” e quindi permettendo a questi paesi di “riprendere il filo della loro storia interrotto dalla colonizzazione, dallo sviluppo e dalla globalizzazione”, riappropriandosi “della propria specifica identità culturale. […] Reintrodurre i prodotti specifici dimenticati o abbandonati e i valori ‘antieconomici’ legati alla propria storia è parte di questo programma così come recuperare tecniche e abilità tradizionali” [2]

Si rende quanto mai urgente un’azione di decolonizzazione, che rompa con la dipendenza economica e culturale di questi paesi con l’occidente. Lo ricorda in modo efficace il leader contadino guatemalteco, citato da Alain Gras: “lasciate i poveri in pace e non parlate loro di sviluppo”[3]. In queste parole, ma anche in quelle della più nota Vandana Shiva, è evidente come sia forte la richiesta di autonomia e di autodeterminazione. Un’autonomia che, ad esempio, si può concretizzare attraverso la sostituzione delle produzioni oggi destinate ai mercati occidentali, con colture locali in grado di sostenere in primis la popolazione, il riconoscimento di prezzi equi per le materie prime, la rinuncia del controllo politico e militare di quei paesi, da parte dell’occidente. Una indipendenza che si traduce anche con il rispetto dei commerci locali. Ne è un esempio importante quanto accade in Ghana con il mercato del pomodoro[4].

Tutto ciò sarà possibile “perseguendo l’obiettivo di una società di sobrietà e di condivisione, nella quale l’impatto ecologico dei paesi industrializzati si ridurrebbe fortemente, mentre i paesi del Sud troverebbero una strada diversa da quella della “crescita”, del produttivismo e dell’industrialismo per soddisfare i loro bisogni e i loro desideri”[5]

“Dato che le ricchezze naturali sono in quantità finita – e alcune non rinnovabili, prossime all’esaurimento -, l’unica soluzione per vivere in pace è la loro ripartizione equa tra tutti gli umani. Questo progetto ripropone le questioni della giustizia sociale e dei rapporti Nord-Sud su base ecologica, superando dunque la critica puramente economica della sinistra tradizionale, che auspica una giusta redistribuzione di una produzione di ricchezza sempre maggiore.”[6]

Il movimento della Decrescita quindi non si oppone e non frena l’emancipazione dei popoli più poveri, non chiede sacrifici, non chiede di rinunciare alle innovazioni tecnologiche e nemmeno alla ricchezza delle tradizioni. Al contrario disegna un nuovo modello economico-sociale inclusivo e sostenibile, che spinge verso la nascita di comunità resilienti e autonome. Un modello che vede al suo centro, non tanto la crescita per la crescita, ma l’uomo, il suo benessere ed il rispetto della natura.

NOTE

[1] Serge Latouche – La scommessa della decrescita

[2] Serge Latouche – La scommessa della decrescita

[3] Alain Gras Fragilié de la puissance, Fayard, 2003

[4] http://archivio.internazionale.it/webdoc/tomato/

[5] Yves Cochet  – Dove va il mondo – Un decennio sull’orlo della catastrofe

[6]  Yves Cochet  – Dove va il mondo – Un decennio sull’orlo della catastrofe

2 Commenti

  1. Condivido totalmente e sono felice che la “decrescita” vada oltre l’aspetto ambientale e si occupi dei problemi che la “crescita” delle società avanzate induce nelle zone svantaggiate del mondo.

  2. Lo vado scrivendo anche io da diversi anni; il concetto chiave è: basta con il neo-colonialismo. Decine di nazioni del sud del mondo sono sotto il giogo di dittatori che fanno l’interesse dell’Occidente (cioè noi “ricchi” abitanti del nord del mondo).
    L’ho scritto anche a Maurizio Pallante un anno fa; se non si tiene conto di questo fatto determinante, la decrescita rimarrà un fenomeno marginale, una moda per radical-chic.
    Dobbiamo approfittare dell’appello di Papa Francesco, tramite l’Enciclica Laudato Sì, per combattere lo sfruttamento del sud del mondo.

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