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C’è molto poco da gioire per la vittoria di Donald Trump, specialmente per chi sostiene l’ambiente e la decrescita.

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

3 Commenti

  1. Ciao Igor
    Penso che ai fini della decrescita sia importante osservare quanto farà Trump a difesa delle produzioni interne agli Stati Uniti.
    Cosa avverrà nelle nazioni che subiranno delle conseguenze negative da quelle scelte?
    Penso a Paesi importanti come il Messico (a cui in passato Trump ha fatto riferimento in merito ai progetti di alcune aziende automobilistiche statunitensi di creare stabilimenti in questo Paese) e la Cina.
    Ci saranno ritorsioni? Ci saranno, in ogni caso, delle conseguenze?
    Penso che in futuro avverranno cose importanti in merito alla decrescita e che bisogna quindi stare attenti a quanto avverrà al fine di calibrare meglio le nostre idee e prospettive.
    Un’altra cosa Igor
    Io ho parecchi anni più di te e ricordo ciò che è successo negli anni settanta. Sembrava che le fasce giovanili fossero fatte solamente da rivoluzionari; erano “duri e puri”, non accettavano compromessi o mezze misure; io li conoscevo da vicino e ti posso assicurare che dire che nella vita concreta erano persone come le altre significa esagerare (per esempio si riempivano la bocca di internazionalismo proletario ma poi quando scendevano nel concreto esprimevano pregiudizi verso quelli della regione a fianco alla loro o del paese vicino); una volta finito il periodo universitario sono diventati chi medico, chi ingegnere, chi ha fatto il commercialista, chi è andato a lavorare in banca, chi nelle reti televisive di Berlusconi, ecc. Ovviamente le idee che li avevano “agitati” fino a poco prima e per cui erano disposti a rivoltare il mondo come un calzino, sono svanite come neve al sole. Di quelle fasce giovanili qualcuno si è preso troppo seriamente e ha preso in mano la pistola e adesso, chi vive ancora, sta ancora piangendo per le cose che ha fatto.
    Igor, voglio dire con queste ultime cose che ho detto che bisogna essere un po’ umili e realisti. Possiamo criticare Trump per le sue idee politiche e per i suoi modi (e io lo faccio come te!) ma poi dobbiamo anche chiederci perché le cose sono andate in questo modo (mi riferisco all’elezione di Trump a presidente degli USA e non solamente).
    Ti saluto affettuosamente
    Armando

    • Ciao Armando,
      parto dall’osservazione finale. Personalmente non ho nulla a che fare con il partito democratico statunitense (così come con quello italiano), finché l’elezione di Trump rimane circoscritta alla sconfitta della Clinton non me ne può veramente fregar di meno. Così come non ho particolari prediche da fare al 25% di americani che ha votato per il tycoon, io stesso non posso dirti che avrei avuto la forza di andare a mettere una croce sul nome della Clinton, fosse stato l’avversario un repubblicano attento all’ambiente come Schwarzeneger anche in questo caso non me ne sarebbe importato granché.

      Quello che semmai mi chiedo è come mai persone quali Giulietto Chiesa o Diego Fusaro e altri soggetti dichiaratamente ‘antiestablishment’ non solo gongolino per la sconfitta della Clinton ma addirittura si spingano a decantare Trump come l’uomo che ha segnato la sconfitta della finanza, la fine del neoliberismo, la rivincita della sovranità popolare e altre sciocchezze simili. Vedo in ciò la degenerazione finale di una forma di pensiero che chiamo ‘rossobrunismo’ e che oggi mi sembra raggiungere le vette di follia. Cerco di spiegarmi meglio con una premessa importante: ero simpatizzante del movimento no global fin da quando facevo le superiori, quindi non è possibile in nessun modo dipingermi come un fautore del neoliberismo. Ora, il ‘rossobrunismo’ vede nel neoliberismo il male assoluto e ricerca la salvezza nel recupero delle ideologie novecentesche, con una particolare strizzata d’occhio ai fascismi che oggi se la passano decisamente meglio del marxismo. Su Megachip ho dovuto leggere un articolo in cui il fascismo veniva presentato positivamente come momento in cui la politica ha ripreso il controllo sull’economia… insomma, aspetto che prima o poi qualcuno se ne esca con ‘meglio Auschwitz che Wall Street’. E sempre sullo stesso sito ho dovuto leggere che le proteste di Portland sono le proteste dell’oligarchia (ho anche letto cose più intelligenti, va detto).

      Non sto dicendo che Trump sia il nuovo fascismo (non ho voglia di dover subire anche qua attacchi dei sostenitori di Trump stizziti) ma l’armamentario razzista e antiecologista che orgogliosamente ostenta è fuori di dubbio e sinceramente le mie preoccupazioni non sono compensate dal fatto che lui voglia rilocalizzare questa o quell’altra attività produttiva. E veniamo a un altro aspetto importante della questione.

      Non so quanto sono superbo, però sono abbastanza umile da sapere che l’establishment può essere criminale ma non stupido e che informazioni che sono di pubblico dominio per me lo sono anche per i suoi membri… E’ uscito un libro molto interessante, La fine della prosperità occidentale, scritto da Stephen King (omonimo dello scrittore di horror), un tizio che collabora per importanti banche d’affari e che ha scritto pagine che sembrano uscite dal blog di Bardi o di ASPO. Insomma, c’è una fetta di establishment che, come dico nel video, ha capito che la torta si è fatta piccola e che bisogna prendere provvedimenti urgenti per difendere determinati privilegi. Fatti come la Brexit e l’elezione di Trump, più che vittorie del nazional-operaismo, mi sembrano rappresentare questa tendenza (non dimentichiamo che il responsabile finanziario della sua campagna elettorale è stato in Goldman Sachs).

      Per finire, il mio ultimo articolo su DFSN l’ho dedicato a Paolo Mieli e, per quanto riguarda i rivoluzionari anni Settanta… direi che non c’è nulla da aggiungere. Non sono duro e puro (anzi, Trump e i suoi seguaci amano descriversi così), la mia vita è fin troppo piena di compromesse, semplicemente se vedo un dirupo non dico che quello è il sentiero della salvezza. E se vedo due dirupi, la stessa cosa. Illustro solo problemi e non presento soluzioni, forse ‘dico solo di no’, come direbbe il nostro piccolo trumpino a palazzo Chigi, ma se non altro non spaccio veleni come antidoti.
      Un saluto altrettanto affettuoso
      Igor

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