Quale progresso?

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Premessa: in termini antispecisti gli esseri viventi senzienti si suddividono in persone Umane e non.

La tecnologia quasi mai serve per migliorare le condizioni di vita, tranne in rari casi serve solo ed esclusivamente per generare profitto e controllo sulle popolazioni (pensiamo solamente alla televisione). Infatti è l’unico settore produttivo che non ha mai crisi ed è in continua crescita. Si investe molto sulla tecnologia proprio perchè da essa si diramano vari settori produttivi. Di recente si stanno sviluppando nuove tecniche per controllare sempre più persone, generalizzando ed estendendo il dominio di massa. Così facendo l’induzione a discapito dei consumatori è più mirata e precisa per produrre fatturati. Purtroppo gli esempi sono in maggioranza negativi (basti guardare la ricerca scientifica a discapito delle persone non Umane). Oggi si muore ancora e purtroppo per cause che potrebbero essere evitate proprio grazie all’uso della tecnologia. Le persone Umane sono solamente utenti di essa e spesso testimoni inconsapevoli di test deleteri. Indubbiamente la tecnologia dovrebbe aiutarle a vivere meglio e a salvare vite, ma la maggior parte di essa (produzione) è in mano alle multinazionali. Quindi come poter sperare in un futuro privo di violenza? 

Le persone non Umane non a caso hanno aiutato la ricerca scientifica e tecnologica pagando duramente con la loro stessa vita un bisogno Umano non necessario. Non a caso Laika, una Cagnetta meticcia dal pelo pezzato età circa tre anni che il 3 novembre 1957 fu lanciata verso lo spazio oltre Terra dal poligono sovietico di Baikonur (ora in Kazakistan), rappresenta un eroina sfortunata che credeva di essere amica del suo padrone Umano. Laika era a bordo della capsula spaziale Sputnik 2 che compì circa 2.570 orbite intorno alla Terra e che drammaticamente (e consapevolmente) bruciò poi mesi dopo al rientro nell’atmosfera. Addirittura si ipotizza senza affermarlo pubblicamente che sia morta dalla paura e dal terrore già subito dopo il lancio, e che in realtà nello spazio non ci sia mai arrivata viva e cosciente!

Riflettendo a priori molte persone Umane uccidono per amore, vendetta, risentimento o rabbia. Le persone non Umane uccidono oltre la loro sopravvivenza? Esiste una rivalità specifica delittuosa tra una persona non Umana ed un altra? Sono condizionate naturalmente dal loro ambiente esterno? E questa influenza è talmente forte e presente da fargli commettere atrocità mortali? Le persone Umane hanno qualcosa di incondizionatamente libero da far presupporre un imput omicida? La società attuale, presunta civile, è talmente plasmabile da indurli in un errore mortale? Anzichè sfruttare le persone non Umane dovremmo imparare da loro, negli atteggiamenti e nelle abitudini. La normale condizione di stress sociale che invade chiunque non permette la comprensione di un crimine pur isolato ma sempre un crimine verso un essere vivente indifeso. Chi uccide è un mostro, e può farlo ancora.

Fin dalla propria nascita ogni persona Umana vive di convinzioni, idee, giudizi, tradizioni, ricorrenze, dogmi profondi…e chissà cos’altro. Nasce, cresce e si sviluppa grazie ad un educazione il più delle volte responsabile, etica e giusta. Ma in altre occasioni non è così. Un antropocentrismo assoluto non ha creato un presente giusto, cosciente, responsabile e ricco di empatia profonda. Oggi come un tempo si commettono ancora tanti gravi errori, crimini diretti ed indiretti, molti anche impuniti che non permettono a pieno di ottenere un concreto benessere collettivo. Ancora oggi un numero imprecisato di persone non Umane occupa la lunga lista di vittime innocenti. Le persone Umane da sempre stentano nel raggiungere un loro concetto personale di soprannaturalità… per fortuna illuso ed utopico. E a beneficio di questo sfruttano ed uccidono i deboli e gli indifesi, confondendo la legge della natura forte a vantaggio di un crimine mortale. Oggi negli anni del miglior progresso scientifico e tecnologico le persone Umane hanno ancora la presunzione di comandare ed usurpare la vita degli altri… dei loro simili e peggio dei non Umani.

Essere nati e cresciuti nel benessere consumista significa farne parte ipocritamente senza capirne le sue origini, e purtroppo gli effetti collaterali. La vita moderna così ricca di tanta tecnologia è un grande compromesso consapevole che giornalmente rischia di far perdere l’identità radicale del messaggio stesso. Non ci sono dubbi a riguardo.

 

Riscaldamento globale e cecità locale (con Max Strata)

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Max Strata, per chi non lo conoscesse già, è un ecologista radicale autore di due libri (Oltre il limite. Noi e la crisi ecologica e Il cambiamento. Natura, consapevolezza e comunità). Parliamo quindi di una persona consapevole del fatto che le recenti ondate di calore estremo non sono un accidente meteorologico bensì il logico corollario di un trend climatico dove l’azione antropica, attraverso l’emissione di ingenti quantità di gas serra nell’atmosfera, ricopre un ruolo determinante.

Con in mente ciò, Max ha scritto un pezzo per un giornale locale che però non lo ha ritenuto meritevole di pubblicazione: evidentemente chi lo dirige ritiene che i veri problemi siano altri oppure, al pari del direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, non sa leggere i grafici degli andamenti delle temperature vedendoci inesistenti raffreddamenti della Terra.

 

 

Qualunque sia la ragione che ha spinto ad accantonare il contributo di Max, siamo felici di ospitarlo su DFSN sperando in futuro in qualche collaborazione, anche saltuaria, con il nostro sito.

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Dobbiamo prepararci ad una nuova sgradita normalità. Questo è quanto ci indica in modo unanime la scienza del clima a livello mondiale. Il progressivo riscaldamento a cui stiamo assistendo su scala globale, è infatti un processo determinato dai gas serra prodotti dalle attività umane che procede senza sosta a causa del palese fallimento degli accordi tra gli Stati.
In poche parole, negli scenari indicati dal tavolo tecnico dell’ONU, ci attende un riscaldamento medio planetario che va da 2 a 6 gradi celsius in più rispetto alla media ottenuta da quando si effettuano le misurazioni. Una delle certezze è che il cambiamento in corso è di portata epocale e che l’aumento costante della percentuale di CO2 presente in atmosfera ha oggi sfondato il tetto delle 400 parti per milione: un fatto che non avveniva da almeno 800 mila anni e su un pianeta molto diverso dall’attuale, senza miliardi di persone in circolazione, infrastrutture, campi coltivati, ecc..
Gli incrementi di temperatura hanno e avranno ripercussioni gravi/gravissime sugli ecosistemi naturali e sulle comunità umane. Siccità prolungate, piogge devastanti, diminuzione drastica della produttività agricola, dell’energia idroelettrica e della disponibilità di acqua dolce, aumento di patologie correlate alla tropicalizzazione, sono alcuni degli effetti più evidenti e il bacino del Mediterraneo e l’Italia sono e saranno una delle aree più colpite.
Colpevolmente, ciascuno di noi e l’amministrazione pubblica ha clamorosamente sottovalutato o, peggio, ha totalmente ignorato i risultati degli studi, delle verifiche e di quanto sta avvenendo. Deve essere chiaro che questa è una crisi che non ha eguali e che è destinata a modificare in profondità le nostre vite e quelle delle giovani generazioni, certamente ben più a fondo di qualsiasi crisi finanziaria, degli attuali conflitti bellici e del terrorismo. Basti pensare al crescente numero dei rifugiati climatici (si stimano in 150 milioni nei prossimi anni) e delle instabilità sociali che il caos climatico sta già producendo in molti paesi del sud del mondo.
Inoltre, a causa della cosiddetta ‘inerzia del processo’ abbiamo a che fare con una crisi che non possiamo fermare ma che possiamo soltanto provare a contenere.
Che cosa c’è da fare é noto. Transitare rapidamente alle energie provenienti da fonti rinnovabili e lasciare sotto terra i combustibili fossili, comprendere bene il concetto di limite delle risorse, ridurre la sovrappopolazione, capire che non è possibile una crescita economica infinita e tornare quanto prima a vivere localmente, in modo semplice e parsimonioso poiché abbiamo anche un problema di progressivo esaurimento di risorse minerarie e perché le energie rinnovabili non sono in grado di sostituire la densità energetica del petrolio e la quantità richiesta per sostenere la nostra insostenibile economia.
Ciò che è sensato fare è dunque l’esatto contrario di quanto ci viene proposto dalla politica e dall’economia: ovvero, continuare a produrre e consumare senza sosta.
Questa volta la scienza, a cui attraverso la tecnologia abbiamo affidato lo sviluppo del progresso materiale, afferma qualcosa che non ci piace e questo fatto non ci va giù. Il nostro comportamento irrazionale ci sta trascinando rapidamente a fondo ma seppure in grave ritardo possiamo ancora agire per cercare di impedire il peggio.
La chiave di volta si chiama assunzione di responsabilità che comporta semplicità volontaria e rapido abbandono del nostro stile di vita. Qualcosa di forte a cui non siamo preparati ma che ragionevolmente rappresenta quanto di meglio possiamo fare.
E’ ozioso dire “si, ma gli altri che faranno?”, oppure “ma da solo cosa posso fare?”. E’ arrivato il momento di agire, a partire da noi stessi, dalle nostre famiglie, dalla nostra comunità. Abbiamo il coraggio di cambiare?

Oltre cospirazionismo e debunking

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Con l’apice dell’aggressione ai tre parlamentari ‘rei’ di aver votato favorevolmente il decreto Lorenzin, si spera che il terrificante (non) confronto ‘no vax/pro legge sull’obbligo vaccinazioni’ ci conceda finalmente un po’ di tregua. Non è infatti mai uno spettacolo edificante assistere a gazzarre esasperate dove le poche proposte ragionevoli vengono completamente trascurate.

Il fronte anti-vaccinazione è stato capace di farmi odiare l’espressione ‘pensare con la propria testa’, che invece dovrebbe essere universalmente apprezzata. Ma come può essere altrimenti quando viene impiegata per giustificare il disprezzo arrogante di qualsiasi competenza, l’attacco personale e gratuito, il doppiopesismo e lo spacciare per luminari individui dalla caratura scientifica incosistente se non proprio abominevole? Per non parlare dell’enfasi posta sulla ‘libertà di scelta’, come se la prole fosse una proprietà privata e la comunità non avesse il preciso dovere di intervenire qualora i genitori espongano i figli a potenziali situazioni di pericolo. Ho già spiegato altrove come tale atteggiamento non abbia nulla da spartire con la critica all’espertocrazia di Ivan Illich.

Sulla sponda opposta abbiamo invece assistito a un debunking che ha avuto vita facile nel ‘blastare’ (orribile neologismo diventato di moda con questa polemica) scienziati improvvisati, leggende metropolitane, ricerche pubblicate su riviste ‘predatorie’ a pagamento o insulsissimi blog. E’ stato però quasi del tutto ignorato che, accanto alla questione prettamente sanitaria riguardante gli eventuali danni da vaccinazione, ne esisteva una non meno importante di carattere politico-sociale legata all’iter processuale del decreto Lorenzin, di cui si poteva comprendere la gravità anche senza aver letto Foucault e filosofeggiare sul ‘biopotere’. Il provvedimento salutato come progresso per la società è infatti diventato legge tramite un diktat imposto con decretazione d’urgenza con tanto di voto di fiducia, ha un carattere palesemente classista (la principale sanzione è di carattere pecuniario) e non a caso porta la faccia di una politicante dal curriculum poco cristallino quale Beatrice Lorenzin, eletta nel centro-destra e poi diventata ministra di un governo di colore opposto, che nel corso del suo incarico si è distinta per campagne informative aberranti come il fertility day e altri interventi discutibili; con una testimonial del genere anche la più nobile delle cause sarebbe compromessa in partenza. Procedendo a colpi di clava, impedendo un serio confronto nelle sedi deputate, si è solamente rinforzata la popolarità della frangia no-vax (altrimenti esigua) con il rischio che il rifiuto alla vaccinazione diventi un atto di opposizione all’esecutivo a guida PD avulso da qualsiasi considerazione sul benessere infantile.

Anche la figura dell’epidemiologo Roberto Burioni, salito alla ribalta nella diatriba, è emblematica: nessuno ne mette in dubbio le qualità di medico, quelle di comunicatore però lasciano decisamente a desiderare. Leggiamo dall’ottimo Manuale della demistificazione pubblicato da Skeptical Science:

Una comune convinzione errata sui miti è che, per rimuoverne l’influenza, sia sufficiente riempire la testa della gente con un maggior numero di informazioni…

Confutare un’informazione  errata implica il coinvolgimento di  processi cognitivi complessi. Per riuscire a trasmettere conoscenze,  i comunicatori hanno bisogno di comprendere come le persone elaborano le informazioni, come modificano le conoscenze esistenti  e come le diverse visioni del mondo influenzano la loro abilità di pensare razionalmente.  Non importa solo cosa pensa la gente ma anche come pensa.

Il post più famoso del suo profilo Facebook è agli antipodi di tali raccomandazioni:

 

Burioni ha perfettamente ragione nel rifiutare ‘contraddittori’ con ricercatori della domenica e nel bannare contenuti falsi e mistificanti, tuttavia non ha capito che sui media digitali (e specialmente sui social network) la forma è sostanza e ottemperare a determinate regole pragmatiche è decisamente più importante della stesura della bibliografia o dell’inserimento di note a piè di pagina, al di là di lauree, master e dottorati. Diversamente da lui, alcuni colleghi lo hanno capito: sono frequentemente in disaccordo con Dario Bressanini, ma non posso negare che nella sua attività di blogger dia prova di conoscere il funzionamento del Web. Se vuoi interagire solo con chi vanta i tuoi stessi titoli tanto vale rimanere nella torre d’avoro dell’accademia e ignorare completamente Facebook, cioé l’antitesi perfetta del pubblico di élite della rivista scientifica; altrimenti fai la figura di un arrogante Marchese del Grillo (il nobile interpretato da Alberto Sordi nell’omonimo film di Monicelli il cui motto è “io sono io e voi non siete un cazzo”) creando con ogni probabilità un clima di repulsione verso la tua persona e i tuoi contenuti, a prescindere dalla loro correttezza e validità.

Quello che il debunking sembra ignorare è che la forza delle tesi ‘cospirazioniste’ non risiede nella letteratura para/pseudo scientifica citata bensì nello stimolare nervi scoperti della gente che, obbiettivamente, non si possono derubricare a semplici deliri mossi dall’ignoranza. Straparlare di Big Pharma per screditare tout court la scienza medica è da idioti, ma si può negare l’ingerenza del lobbysmo nel settore? Richard Horton, direttore di Lancet (forse la più prestigiosa rivista di medicina al mondo) in un’intervista ha sostenuto che, a causa anche del conflitto di interessi tra ricercatori e case farmaceutiche, molti articoli pubblicati su testate accreditate potrebbe non sostenersi su di una seria base scientifica. Persino la blandissima anti-trust italiana ha preso provvedimenti contro due multinazionali del farmaco (Roche e Novartis) per accordo di cartello; ed è ancora viva la memoria delle tangenti intascate dall’ex ministro della sanità De Lorenzo in relazione al vaccino dell’epatite B, senza contare innumerevoli altri scandali che hanno visto coinvolti politici, medici e aziende farmaceutiche. Se fino a 30-40 anni fa la paura verso le vaccinazioni era minimale mentre oggi è più elevata, ciò non sarà dovuto a un calo di fiducia nelle istituzioni competenti, anziché a improvvisi mutamenti antropologici? E siamo sicuri che la saccenza arrogante di un Burioni e l’autoritarismo allarmista di una Lorenzin siano il modo giusto di intervenire?

Allargando la panoramica al di là della querelle sui vaccini, mentre le tesi cospirazioniste dipingono un mondo dove la politica è burattinata dalla finanza e la scienza ‘ufficiale’ è venduta al soldo delle multinazionali, il debunking analizza i fatti dall’ottica di quella che potremmo chiamare ‘narrazione normale’, molto utile per smascherare guaritori, diffusori di xenofobia, sedicenti esperti e cialtroni vari, ma non priva di criticità. Esaminiamo un meme presente nella homepage di BUTAC:

 

 

Effettivamente non esistono studi affidabili che attestino la pericolosità del cibo OGM ed è innegabile che Monsanto venga spesso tirata in ballo a sproposito. Ma le analisi che, numeri alla mano, mettono in dubbio le prestazioni produttive delle sementi transgeniche (come quella tentata dal sottoscritto) rientrano anch’esse nell’oscurantista ‘negazionismo degli OGM’, così come la denuncia dei misfatti dell’azienda statunitense emersi dai Monsanto Papers?

Per reazione alla tendenza ad attaccare in modo indiscriminato multinazionali e mondo scientifico, pare che il debunking si curi poco di analizzare criticamente in quella direzione; per dirne una, sui principali siti antibufale italiani non ho trovato alcun ‘blastamento’ del famigerato intervento in Senato di Carlo Rubbia volto a ridimensionare il global warming. In compenso, ho scoperto un Paolo Attivissimo un po’ troppo propenso a fidarsi delle buone intenzioni della Barrick Corporation e un pezzo di BUTAC che cerca di ridimensionare le preoccupazioni verso un’eventuale approvazione del TTIP. Ne consegue pertanto il rischio di presentare una visione del mondo troppo rassicurante, trasudante di politicamente corretto, dove alla paranoia cospirazionista si sostituisce un’adesione abbastanza fideistica alla lettura mainstream della realtà. A riprova di ciò, una categoria che normalmente rabbrividisce al disvelamento dei fatti – i politici – ha invece mostrato interesse per il debunking, di cui però molti debunker hanno potuto apprezzare la pelosità nonché il desiderio di certificare orwelliane ‘verità di stato’, vedi il DDL Gambaro.

Non esiste la quadratura del circolo, un improbabile punto di incontro tra debunking e fake news, del resto non si possono assimilare verità e menzogna. Tuttavia, nel momento in cui si discute del presunto carattere controproducente del debunking nello sradicamento delle bufale, viene il sospetto che una critica mirata esclusivamente a confutare il singolo fatto falso, astraendolo dal contesto generale che porta molte persone a cavalcarlo (corruzione, incompetenza, commistioni lobbistiche, problemi legati all’immigrazione, invadenza della tecnica nel proprio mondo vissuto, ecc), probabilmente si condanna a una scarsa presa sull’opinione pubblica. Un’alternativa sensata inizierebbe chiedendosi la ragione per cui molta gente flirta con certa disinformazione, evitando risposte snob e riflettendo sulle condizioni per creare un clima dove la ragionevolezza prevalga sulla diffidenza patologica. Secondo il Manuale della demistificazione, una strategia efficace potrebbe consistere nella ridefinizione dei confini sociali:

Quando i membri di due gruppi sociali sono in grado di considerarsi membri di un gruppo comune, stereotipo e pregiudizio possono ridursi in maniera significativa.

Forse spiegazioni accessibili al grande pubblico sulle correlazioni esistenti tra migrazioni, crisi economica e degrado ambientale creerebbero un pubblico più empatico e meno propenso a farsi abbindolare dall’aneddotica razzista e xenofoba. Una scienza che rinunciasse a boriose pretese tardopositiviste, che superasse il corporativismo ammettendo e condannando i puttaneggiamenti con stato ed economia ed evitando di farsi strumentalizzare, sarebbe realmente democratica e percepita come preziosa alleata dai cittadini. E la classe politica può riabilitarsi solo dando il buon esempio, rinunciando in primis a odiosi privilegi (la ratifica da parte del Senato della legge anti-vitalizi al rientro dalla pausa estiva è sicuramente un piccolo banco di prova per un lungo percorso di riabilitazione).

Ovviamente il debunker non ha la bacchetta magica e non può trasformare da solo sistema educativo, mondo scientico e politica; tuttavia, con riferimento a quanto appena scritto, può decidere di problematizzare lo smascheramento delle bufale in una cornice più ampia invece che limitarsi a un semplice esercizio di stile. Sicuramente non attirerebbe l’interesse dei ‘poteri forti’, forse però  riuscirebbe a captare l’attenzione di una fetta di pubblico oggi ostile.

Fonte immagine in evidenza: www.rds.it

 

Consigli di lettura per un’estate decrescente 2017/DFSN TV

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Alcune proposte di lettura da parte di DFSN per l’estate 2017.

La beffa dello specismo

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Oggi lo sfruttamento Animale è talmente radicato, e a tratti mistificato in ogni settore produttivo e sociale, che sembra impossibile stabilire a priori una condotta efficiente e quindi vincente. Scontrarsi di fronte a secoli e secoli di dominio ha determinato uno status di sottomissione estremamente meccanizzato. Nuove tecniche di sfruttamento sono all’orizzonte, ed imporsi un autodisciplina negli usi e nei costumi sembra non bastare di fronte ad un sistema di potere così altamente sofisticato. Ora affermare che il riduzionismo non sia una delle soluzioni possibili può essere una scusante, come può esserlo pensare che l’eliminazione degli allevamenti intensivi possa di colpo annientare la sofferenza degli Animali. L’antispecismo è giovane ed in continua evoluzione proprio perchè il dominio sui deboli adotta nuove e feroci contromisure.  Le opposizioni si scontrano con un sistema altamente mercificante che non lascia spazio a deboli interventi. In passato numerosi individui abili e perspicaci hanno cercato di contrastare le grandi aziende corporative responsabili del genocidio Animale, tramite mosse mirate a creare shock e scoop scandalistici. In parte ci sono riusciti proprio perchè hanno generato una riduzione negli affari di dominio. Ma bisogna andare oltre queste condotte di attacco e portarle più avanti nella loro efficacia e durata, anche se alcuni sono convinti che occuparsi di tutela e rispetto verso gli Animali non dovrebbe riguardare altro, ovvero altri modelli di violenza e sfruttamento o discriminazione. Non si può evitare di parlare di altre ingiustizie, ad eccezione di una vita asociale. La presa di coscienza è unica…non a scompartimenti.

 

 

 

 

 

Ma a prescindere da questo concetto…fino a che punto arriva lo sberleffo? Fino a che livello si utilizzano ipocriti messaggi mirati a scuotere il portafoglio? Ci si chiede se sia necessario utilizzare tali strumenti per indurre i consumatori ad acquistare carni ed affini: è veramente utile ed indispensabile adottare una gigantografia stradale in cui si vuole rappresentare una “braciola di suino”? (così viene chiamata dagli addetti ai lavori). Un Maiale su due zampe in un cartellone 6 mt x 4 sorretto da un macellaio barbuto che fieramente mostra impeto e soddisfazione! Probabilmente la riflessione può apparire estrema ed esagerata solo perchè “professata” da chi non mangia carne? O forse perchè contraria alla logica speculatrice dei supermercati? Ma la sostanza non cambia, e perchè mai (come in altre occasioni) si preferisce evidenziare con così tanta audacia un pezzo di Animale da vendere un tanto al kg? Se a rispondere fossero i destinatari finali compiacenti della promozione…probabilmente ribalterebbero la questione tramite un frutto (vegetale) enorme egualmente. Oppure se a giustificarsi fossero gli autori di tale cartellone pubblicitario…nessuno potrebbe convincerli a desistere in futuro. Non è permesso protestare, e non è permesso ostacolare lo sviluppo commerciale in ogni sua forma. Si è passibili di denuncia se si crea danno e dolo verso chi “onestamente” porta il profitto a casa propria, anche se questo deve rappresentare uno spargimento di sangue (Animale ovviamente, quello Umano è un altra storia).

D’altra parte vendere carne è un lavoro! Infatti nessuno sta chiedendo di non farlo, nessuno sta supplicando di non mangiare Animali. Non è questo l’argomento di questo articolo. La richiesta è rivolta solamente ad una maggiore decenza e coerenza a causa di un ammiccamento poco rispettoso e dignitoso. Chiedere rispetto è una cosa ardua, soprattutto da parte di chi non lo ha neanche verso i propri lavoratori sfruttati a dovere senza neanche onorare il minimo rigore dei contratti di lavoro (figuriamoci quindi averlo verso le vittime ormai defunte). Questa non è un accusa bensì una pura considerazione pacifica che permette di auspicare un futuro migliore, un futuro più libero, più sano… non certamente questo! Abbiate la compiacenza di riflettere e di capire gli errori di questa società estremamente violenta e sprezzante. Fatelo con l’eguale sufficienza che utilizzate mentre riempite il vostro piatto di “putridità”, grazie.

(nella foto carne di Macaco…in altri paesi consumata egualmente come le nostre ricorrenze auspicano la fine di altri Animali)

 

Sovrappopolazione: evitiamo confusioni

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La Terra è sovrappopolata? Senza dubbio. Sintetizzando all’estremo, possiamo affermare con certezza che nell’ultimo secolo la società umana, grazie all’uso intensivo di petrolio e combustibili fossili, è riuscita a eludere temporaneamente alcuni vincoli ecologici (specialmente quelli relativi alla produzione alimentare, tanto paventati da Malthus), che però sono destinati prepotentemente a riproporsi a causa del progressivo esaurimento di tali risorse e delle conseguenze ambientali (e sanitarie) da esse provocate. Quando l’ONU e altri soggetti se ne escono con dichiarazioni del tipo “la popolazione mondiale del 2050 sarà di 9 miliardi di persone”, si limitano a un calcolo matematico decontestualizzato dalle condizioni reali, dando per scontato che alla civiltà degli idrocarburi ne succederà una capace di produrre almeno altrettanta energia senza provocare esternalità di alcun tipo: pura fantascienza, alla luce della mancata ascesa del nucleare e dei limiti intrinseci delle rinnovabili. Insomma, negare la sovrappopolazione a livello globale è semplicemente folle.

Pertanto, molti ecologisti radicali stanno inquadrando la questione ambientale alla luce di tale constatazione, attraverso espressioni del tipo ‘la sovrappopolazione è il principale problema ecologico’, ‘la causa preminente del global warming è la sovrappopolazione’ e simili. Nell’immaginario collettivo occidentale, ‘sovrappopolazione’ rimanda al Terzo Mondo, a famiglie patriarcali di 10-15 componenti, a spose bambine, a baraccopoli e a situazioni dove il controllo delle nascite rappresenta lo strumento più idoneo per intervenire.

In effetti, laddove prevalgano numericamente le fasce di età più giovani, in cui si concentra la fertilità – è il caso dei paesi in via di sviluppo – ridurre la natalità è sicuramente una priorità.

 

Fonte: Wikipedia

Di solito, in Occidente si ritiene che le difficoltà nel tamponare il fenomeno consistano per lo più in una sottovalutazione del problema dovuta a ignoranza o influenza di superstizioni religiose, e molti affermano esplicitamente che un nuovo ‘fardello dell’uomo bianco’ consisterebbe nell’impegnarsi attivamente per ‘aiutare’ i propri confratelli più poveri e ignoranti a comprendere la situazione. In realtà, tantissimi stati del sud del mondo hanno intrapreso negli utimi 35-40 anni politiche di pianificazione familiare in Africa, Asia e Sud America, spesso addirittura appoggiati dalle autorità religiose (vedi Iran, Indonesia e altri); questi provvedimenti però comportano spese non indifferenti e, tra piani di aggiustamento strutturale del FMI e successiva crisi economica (senza contare malpolitica e instabilità interna), molti governi hanno dovuto abbandonare o ridimensionare considerevolmente tali programmi, soprattutto in Africa. [1]  Non bisogna dimenticare, inoltre, che per un cittadino occidentale la rinuncia alla procreazione non comporta particolari oneri sul piano materiale, potendo godere di servizi di welfare pubblici e privati; dove invece l’assistenza sociale è inesistente o quasi, creare una famiglia numerosa è l’unica possibilità per un’esistenza abbastanza lunga e dignitosa, si tratta quindi di un comportamento irragionevole sul piano della termodinamica ma economicamente razionale, così come nel capitalismo socialdemocratico/keynesiano promuovere la crescita del PIL è funzionale a ridistribuire il redditto e ridurre le disuguaglianze. In nessuno dei due casi bisogna coprirsi gli occhi per non vedere; tuttavia, i vari malthusiani d’accatto che ciarlano continuamente di ‘argomenti tabù’ senza ascoltare ragioni dovrebbero sforzarsi di capire che la realtà è molto più complessa di quanto immaginano e la faciloneria non è mai una buona consigliera.

A mio giudizio, ridurre un discorso complesso come la crisi ecologica alla quantità di popolazione è pericoloso perché potrebbe essere sfruttato dagli stati più sviluppati – come l’Italia, dove si è ultimata la transizione demografica e la natalità è al di sotto del tasso di sostituzione – quale alibi per millantare inesistenti virtù ambientali. Facendo riferimento al nostro paese, 60 milioni di italiani consumano più energia di 185 milioni di nigeriani e la loro impronta ecologica è quasi tripla di quella della nazione africana. L’Italia e l’Occidente sono quindi anch’essi sovrappopolati? Sì, ma in maniera profondamente diversa dai paesi in via di sviluppo. Esaminiamo la popolazione italiana per fasce di età:

La porzione maggiore di cittadini appartiene al range 35-75 anni (non a caso le generazioni del baby boom) e il calo della natalità prima di ridimensionarlo impiegherà diversi decenni, ma le nostre magagne ambientali non possono certo attendere tanto. Che fare allora?

Un giorno, ragionando di demografia su di un gruppo Facebook di un’associazione post-sviluppista, un utente perorò con tono serio e pacato la necessità di praticare l’eutanasia a tutti i cittadini al raggiungimento del settantesimo anno di età. Evito di commentare la moralità (nonché la salute mentale) di questo individuo, però sul piano meramente aritmetico è innegabile che, se al crollo delle nascite si affiancasse un aumento della mortalità, il conseguente sfoltimento della popolazione permetterebbe di affrontare efficacemente la sfida dell’overshoot. Chi rimpiange il tempo in cui la popolazione nostrana si attestava sui 35-40 milioni (più o meno il ventennio fascista) omette di dire che allora la natalità era decisamente maggiore all’attuale, ma che ci pensava la Nera Mietitrice a rimettere a posto le cose: la speranza di vita alla nascita era infatti considerevolmente minore.

Numero di figli per donna in Italia (Elaborazione ISTAT)

 

Speranza di vita alla nascita

 

Ovviamente, non abbiamo alcun diritto di auspicare coercizioni autoritarie e disumane, carestie, guerre o catastrofi naturali apocalittiche. Per restare umani senza mettere la testa sotto la sabbia, l’unica opzione è che al calo delle nascite si accompagni un drastico contenimento dell’impatto della popolazione tramite riduzione complessiva dei consumi e seria riflessione critica sulla tecnologia. Grazie a Paul Erlich, sappiamo che l‘impatto umano sull’ambiente si misura con questa formula:

Impatto = Popolazione x Ricchezza x Tecnologia

Se hai scarsi margini di miglioramento sul primo fattore [2], devi inevitabilmente concentrarti sugli altri due.

La società umana è caratterizzata da profonde differenze, a cui corrispondono diverse sfacettature della crisi ecologica, per cui vanno respinte tutte le presunte soluzioni ‘universali’. Inoltre, fornire buoni consigli dando il cattivo esempio non è mai stata una buona strategia e meno che mai può esserla a fronte di tematiche così delicate, ragion per cui sarebbe opportuno che ciascuno riflettesse in primis sulle sue criticità ambientali, facendo poi seguire alle parole i fatti, prima di dare lezioni agli altri.

 

Rappresentazione del mondo se le dimensioni fossero proporzionali a popolazione  e PIL: saltano all’occhio le diverse problematiche delle varie regioni del pianeta, a cui devono ovviamente seguire differenti priorità nelle strategie di intervento.

 

Il pensiero della decrescita non è ovviamente esente da pecche e deve fare ancora molta strada però, in qualità di movimento sorto all’interno del mondo occidentale, concentrando la critica sui consumi dimostra di non cadere nella trappola di denunciare la pagliuzza nell’occhio del fratello ignorando la propria trave. Sicuramente un passo nella direzione giusta.

[1] Tra le ultime iniziative in ordine di tempo va ricordato il Protocollo di Maputo (2003) documento in favore dei diritti delle donne adottato dall’Unione Africana dove si parla esplicitamente di accesso alla contraccezione e pianificazione familiare. L’accordo è stato ratificato da Angola, Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Comore, Gibuti, Gambia, Ghana, Libia, Lesotho, Liberia, Mali, Malawi, Mozambico, Mauritania, Namibia, Nigeria, Ruanda, Sudafrica, Senegal, Seychelles, Tanzania, Togo, Zambia, Zimbabwe.
[2] Giusto per farsi un’idea, nel 2015 l’Italia ha registrato un tasso di fertilità pari a 1,37 nascite per donna, più basso del dato di 1,57 nascite per donna segnato dalla Repubblica Popolare Cinese  (fonte: Banca Mondiale), nazione dove dal 1979 al 2013 è stata in vigore la politica del figlio unico.

La grande Menzogna

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Ciò che non viene mai detto ed enunciato riguarda sempre e in ogni caso verità nascoste, loschi profitti, occultamenti strategici e macabri obiettivi. E’ così da sempre ed è così anche per lo sfruttamento animale, parte integrante del prodotto interno lordo di una nazione che deve produrre per stimolare la Crescita smisurata di un economia psicotica. Benessere opportunista di un presente altamente mercificante in cui la società dei consumi decide a priori (tramite abili mosse di marketing e giornalismo) cosa è giusto acquistare da cosa non lo è, cosa è di diritto sapere da cosa non lo è, cosa è logicamente reale e fisicamente presente rispetto ad una verità mistificata e a tratti nascosta…forse solo per incentivare il complottismo tanto sbeffeggiato. Mi viene il mente la tragedia dell’11 settembre 2001 in cui morirono tragicamente migliaia di persone e dove, nonostante innumerevoli prove identificarono quel terribile giorno come un macabro ed effimero auto-attentato utile a logiche di profitto opportunista (incluse politiche d’egemonia espansionistiche), tutto viene messo a tacere come se non fosse mai accaduto.

 

 

 

Figuriamoci quindi se “poche” centinaia di migliaia di poveri Animali, sotto terribili sofferenze e nell’indifferenza più assoluta, vengono enunciate come vittime innocenti.  Viviamo nell’epoca più gloriosa dell’informazione, eppure l’ignoranza e la presunzione di non voler sapere e capire prende il sopravvento rispetto invece ad una più plausibile compassione verso esseri indifesi ed innocenti. Le bramose logiche di profitto verranno sempre messe al primo posto per difendere l’egocentrismo di chi vuole e pretende imporre un consumismo falso ed ipocrita, non indice di benessere dunque ma di morte e sofferenza.

(11.09.2001: dopo il crollo colonne d’acciaio si disintegrano in polvere!)

Credere ancora che i fatti dell’11 settembre 2001 siano stati causati da uno sceicco nascosto in una grotta significa non capire le regole macabre e micidiali di una società capitalista sanguinaria. Essere ignoranti oggi (nel senso di ignorare) nell’epoca più gloriosa dell’informazione è un grave, gravissimo errore. Studiare, leggere ed informarsi per capire che le verità presunte tali sono ben altre. Porsi domande ed interrogativi su fatti o circostanze è lecito, intelligente ed etico. Chi non lo fa è uno “schiavo” sottomesso ed incosciente. Essere cresciuti nel benessere significa farne parte ipocritamente senza capirne gli effetti collaterali e le sue origini. La vita moderna è un compromesso consapevole, che giornalmente rischia di far perdere l’identità radicale del messaggio stesso.

Siamo quello che mangiamo! E se ci viene imposta una realtà mistificata può essere normale per noi istituzionalizzare le nostre scelte in base ai nostri bisogni!

Nelson Mandela disse che i Sud Africani non si sarebbero potuti sentire liberi finché anche i Palestinesi non lo fossero stati.
Avrebbe potuto aggiungere che la liberazione della Palestina libererà anche Israele! In egual misura si può allora dire che finchè non ci sarà una reale e concreta liberazione Animale…l’essere Umano non potrà vivere in pace con se stesso e i suoi simili. Esiste una correlazione tra violenza Umana e violenza Animale. Tollerare il genocidio Animale è sintomo di una sensibilità Umana assopita. Oggi, con un progresso tecnologico e scientifico in continuo sviluppo, possiamo evolverci in una direzione più pacifica senza distruggere l’intero ecosistema terrestre? Ognuno vive nelle proprie idee, abitudini o convinzioni. Spesso è condizionato da tradizioni culinarie, culture sociali, dogmi religiosi, induzioni commerciali e politiche. Si può uscire da schemi ed educazioni indottrinate senza sentirsi esclusi da qualcuno o privati di qualcosa? Bisogna obbligatoriamente liberarsi da abili congetture ed oscure istigazioni.

Ammiccamento, induzione, fidelizzazione ed infine consumismo. Queste sono solo alcune delle regole principali del marketing moderno. Un perfetto sistema concepito per l’istigazione al consumo di beni superflui, inutile “robaccia” senza un senso logico ed indispensabile. Le regole del mercato globale impongono rigide direttive in termini di costi produttivi, margini di guadagno e consuntivi di fatturato. Ci sono in ballo interessi mondiali con fatturati da capogiro che nessuno realmente conosce e percepisce. Quando si parla di sfruttamento da capitalismo probabilmente non tutti realmente ne concepiscono la portata. Alcuni potrebbero affermare che il boicottaggio sia l’unica arma più pacifica e plausibile. E’ vero, ma non funziona con tutte le menti. Molte persone non si accorgono, purtroppo non da sole, dell’influenza negativa di cui sono circondati. La “marketizzazione” dell’alimentazione per esempio è uno strumento molto forte e presente in ogni messaggio pubblicitario apparente o evidente. Televisione, radio, giornali e internet sono ottimi strumenti di diffusione mediatica. Le alternative sono veramente poche, o infinitesimali, e a tratti quasi assenti. Spesso si preferisce acconsentire proprio a causa di una scarsa o errata informazione che induce in errore, o almeno non nella direzione più corretta. Il consumismo di massa è una condizione sociale molto radicata e potente che in un contesto totalmente presente e diffuso serve ad ottenere solo ed esclusivamente interessi personali. Gli esempi sono tanti ed innumerevoli. Ognuno reagisce in maniera diversa, ma i più non sanno minimamente cosa si nasconde dietro la produzione industriale. I meno attenti e non consapevoli acquistano per istinto e favoreggiamento, molti non sanno neanche cosa mangiano e sperano a volte di affidarsi coscientemente ad un brand famoso, fidato e lungimirante in materia di successo commerciale.
Tramite un semplice banale acquisto si effettua ogni giorno un danno più o meno considerevole, e non senza gravi conseguenze.

Questa è una riflessione doverosa ma che, pur polemica, vuole attirare l’attenzione su una condizione attuale: pubblicità ingannevole ovvero la grande Menzogna. E non serve indicare come errata l’abitudine distorta nel considerare un cibo bello, nutriente e saporito…soprattutto se questo viene falsamente offerto come sano ed indispensabile.

La vita moderna è definita industrializzata in quanto legata fin dalla nascita a modelli, idoli, falsi miti e dogmi profondi, punti di riferimento strettamente collegati al consumismo, il quale anche se indirettamente condiziona la vita. Fin dai primi giorni della comparsa al mondo i più fortunati sono amati e protetti da un istinto materno forse incondizionato ma dettato da tradizioni, cultura, e sempre più spesso da consigli errati ed indotti. E’ inutile menzionare quali gesti e comportamenti vitali comuni solo in apparenza influiscono positivamente, e molti purtroppo invece abbastanza negativamente. Molti definiranno questi comportamenti come leggi o regole indispensabili per la sopravvivenza di una società civile Umana purtroppo non etica abbastanza.
Chi dice che mangiare Animali sia necessario? Chi afferma che bisogna nutrirsi e sfruttare letteralmente ogni risorsa naturale per sopravvivere? Chi ha deciso, se non l’essere Umano stesso, che egli debba essere il “padrone” indiscusso del pianeta Terra?
La stessa “invasione” sugli altri è una violenza indotta. Invasione in termini di condizionamento, punto di riferimento.

L’Animale d’affezione abbandonato soffrirà terribilmente fino alla morte, in base ad una sua più o meno sensibilità emotiva. Tanto quanto l’essere Umano. Punti di riferimento che creano un ambiente circostante.
Come allora concepire, capire e condividere la violenza? Altro istinto primordiale strettamente legato a sentimenti molto forti e presenti in natura. Come imparare a controllarla, schematizzarla ed infine non sopprimerla, ma dolcemente somatizzarla? Maltrattare un Animale indirettamente credendo di “amarlo” sinceramente (la classica gabbietta del canarino o il pesciolino rosso nella boccia d’acqua, o lo stesso Cane o Gatto “amico” presunto dell’Umano) può o non può trasportare in un illusione amorevole? Picchiare, seviziare, uccidere un Animale può o non può tramutarsi in un circolo vizioso violento anche nei confronti degli esseri Umani? Certamente sì, in particolare verso donne, bambini ed anziani…ovvero gli unici più strettamente paragonabili, in quanto deboli fisicamente, agli Animali.

Ogni giorno dovremmo porci delle domande non tanto per ricevere risposte miracolose ma solo per riflettere sulle nostre singole, banali e semplici azioni quotidiane.

Foto prelevate dal Web e da Dr. Judy Wood

I limiti dell’agricoltura

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Navigando in Rete mi sono imbattuto in un documento intitolato: Energy Use in Agriculture: Background and Issues, un rapporto al Congresso statunitense redatto nel 2004 da Randy Schnepf, specialista in politiche agricole. Essendo riferito all’agricoltura tecnologicamente più avanzata del pianeta, fornisce importanti informazioni sui reali (o presunti) sviluppi dell’agroindustria in direzione della sostenibilità e in questa sede intendo estrapolare quelli che, a mio giudizio, sono i contenuti più salienti e sui quali sarebbe opportuno riflettere.

Per quanto attiene ai consumi energetici diretti (combustibile per macchinari e dispositivi per operazioni nei campi, elettricità per l’illuminazione dell’azienda agricola, ecc), l’agricoltura statunitense incide per poco più dell’1% sul fabbisogno nazionale; la problematica più spinosa semmai coinvolge i consumi indiretti, derivanti dall’uso di fertilizzanti e pesticidi ottenuti dalla sintesi chimica, prodotti che hanno caratterizzato la svolta della Rivoluzione Verde: essi costituiscono il 35% dell’apporto energetico complessivo del settore.

L’agricoltura a stelle e strisce ha la reputazione di aver compiuto un grande sforzo per ottimizzare l’impiego delle risorse, progresso che sembra essersi effettivamente verificato tra la metà degli anni Settanta e inizio anni Novanta.

Fino al 1975 l’agricoltura, in piena sbornia da idrocarburi a basso costo, si faceva pochi scrupoli energetici, poi la crisi petrolifera ha costretto a comportamenti molto meno ‘allegri’. Uno dei principali fattori di risparmio è derivato dalla conversione di gran parte dei macchinari agricoli da motorizzazione a benzina a diesel; secondariamente, approcci più conservativi nei confronti dei terreni hanno permesso un uso più mirato di fertilizzanti e pesticidi, un merito che Schnepf attribuisce anche all’introduzione delle coltivazioni OGM a partire dal 1996. Non dimentichiamoci però che il rapporto risale al 2004, prima cioé della controffensiva della natura sotto forma di super-erbacce infestanti: da allora il consumo di erbicidi è sensibilmente aumentato.

L’efficienza energetica dell’agricoltura USA presenta due faccie: a una fase iniziale di risultati rapidi e ragguardevoli nel ridurre la somministrazione di input a parità di prodotto è seguita, a partire dagli anni Novanta, una situazione di sostanziale stasi, come se non esistessero più ulteriori margini di miglioramento.

 

Non si tratta dell’unica criticità. Dal 1990 a oggi, il prezzo di fertilizzanti e agenti chimici ha segnato una costante ascesa; Schnepf calcola che nel 2002-03 essi ammontassero al 18,4% dei costi complessivi del comparto agricolo.

I tre elementi essenziali che costituiscono i fertilizzanti chimici sono indissolubilmente associati agli idrocarburi: l’azoto (in inglese ‘nitrogen’) si ricava dal gas naturale, mentre fosforo e potassio si estraggono da miniere dove si impiegano macchinari fortemente energivori alimentati da derivati del petrolio.

L’impiego dei tre nutrienti è molto differente, dall’avvento della Rivoluzione verde a oggi il consumo di azoto è cresciuto esponenzialmente nel tempo diventando preponderante:

Come appena spiegato, l’azoto si ottiene dal gas naturale che negli USA oramai è sinonimo di shale gas, ottenuto con la famigerata tecnica estrattiva della fratturazione idraulica (fracking) che di certo contamina terreni e falde acquifere e che probabilmente interferisce a livello sismico. Vista la concorrenza per la generazione di elettricità – destinata ad aumentare dato il declino inesorabile del nucleare – malgrado gli ottimi riscontri produttivi dello shale segnati negli ultimi anni (che potrebbero essere presto un ricordo), gli USA dipendono fortemente dalle importazioni di azoto:

 

Cerchiamo ora di tirare le somme per trarre qualche conclusione.

L’agricoltura statunitense si è avviata sulla strada della sostenibilità?

Sicuramente dal 1975 a oggi sono stati compiuti grandi sforzi per ‘chiudere i buchi nel secchio’ e sviluppare tecniche che permettessero di ridurre l’input esterno a parità di prodotto. Tuttavia, se la sostenibilità viene intesa secondo il suo significato autentico, ossia di “condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri” (Enciclopedia Treccani), siamo ancora lontani anni luce. Entro una certa soglia, non si riesce più a ridurre la dipendenza da risorse non rinnovabili e anzi ci si lega mani e piedi allo shale gas e altre tecniche ecologicamente molto impattanti. E’ quindi legittimo parlare di sviluppo dell’efficienza o al più di contenimento del danno, ma la sostenibilità non è di casa.

Il costo degli idrocarburi influisce su quello dei prodotti agricoli?

Certamente, del resto la correlazione prezzo petrolio/prezzo alimenti è nota da tempo e quasi tutte le maggiori crisi alimentari mondiali sono coincise con bruschi rincari del prezzo degli idrocarburi. Attualmente, molti coltivatori lamentano che i finanziamenti previsti dalla PAC europea di fatto servano solo a calmierare le spese per i fertilizzanti.

Lo scenario agricolo statunitense può rappresentare un quadro probante dell’agro-industria a livello mondiale?

Gli USA, nonostante recenti eventi che ne hanno intaccato lo status di superpotenza egemone, sono ancora la nazione più avanzata tecnologicamente, fattore che anche in campo agricolo si fa sentire. Consultando i database della FAO e della IFA, chiunque può constatare come altri stati che hanno registrato negli ultimi anni exploit produttivi (ad esempio Brasile, Argentina, Cina e India) sono riusciti nell’intento aumentando vistosamente l’impiego di fertilizzanti chimici e/o pesticidi. Ne consegue pertanto che il livello di efficienza dell’agroindustria, globalmente parlando, è decisamente inferiore agli standard americani.

Come si può agire essendo l’agricoltura sostenibile meno produttiva della convenzionale?

In estrema sintesi, bisogna intervenire su tutte le storture del sistema alimentare: sprechi di filiera, coltivazioni dedicate alla produzione di biocarburanti, allevamento di animali nutriti con prodotti per alimentazione umana, ecc.

Quali sono i risvolti socio-economici del paradigma agricolo statunitense?

A conclusione del suo rapporto Schnepf riporta un dato molto significativo, ossia la ripartizione dei ricavi tra tutte le componenti coinvolte nella filiera:

Per ogni dollaro speso per un genere alimentare, l’introito per gli agricoltori è meno del 20%; un valore analogo a quello ottenuto sommando insieme i ricavi dei soggetti impegnati nell’imballaggio, nel trasporto, nell’erogazione di energia e nella pubblicità. L’abnorme guadagno del settore packaging, in particolare, sembra rivelare perché molti provvedimenti apparentemente di semplice buon senso stentino a imporsi sul mercato. Sembra proprio che ricercare la sostenibilità ecologica sia anche un buon modo per assicurare una maggiore giustizia sociale.

Fonte immagine in evidenza: Wikimedia Commons.

La “nuova società” di Beppe Grillo

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In un recente discorso, Beppe Grillo si è interrogato sul futuro della società su come potrebbe evolvere il sistema economico e il lavoro nei prossimi anni. Queste tematiche sono da sempre al centro dei suoi spettacoli e della sua azione e proprio il desiderio di costruire una società diversa che superi il paradigma capitalistico consumistico lo ha spinto a fondare il Movimento 5 stelle, grande protagonista della scena politica attuale.

Indubbiamente il comico genovese strizza l’occhio al movimento decrescente ma non lo fa mai in modo palese perchè, leader di un movimento politico, rimane costantemente a caccia di consenso; e in una società letteralmente bombardata dall’idea che crescita economica e lavoro siano cose buone e che il rallentamento economico è l’anticristo, non può permettersi di sposare apertamente tali idee.

Ma le idee su un futuro diverso non sono semplici opinioni ma fatti inevitabili e le soluzioni che la decrescita mette in campo – e che il movimento “vorrebbe mettere” in campo – sono le uniche risposte possibili a un futuro che avanza e che ci viene incontro come il muro va incontro a un treno lanciato su di un binario morto.

Una economia incentrata su lo sviluppo infinito e la necessita di dare piena occupazione, stretta tra l’esaurimento delle risorse naturali di un mondo finito e la crescita tecnologica che riduce la quantità di lavoro necessario, non potrà che collassare nel breve periodo.

Come molti sociologi prevedono in futuro non ci sarà più il lavoro da reddito e quindi salterà l’intero sistema capitalistico consumistico. Il lavoro tornerà ad essere quello che era originariamente prima che venisse mercificato dal capitalismo, tornerà ad essere quello che “dovrebbe essere”, cioè il doveroso contributo che ogni individuo da al suo gruppo umano affinchè sia garantito il benessere collettivo.

Tornerà in voga l’idea di comunità dove si potrà mettere al centro il bene collettivo che dovrà prevalere sull’interesse individuale.

Ovviamente questa è la via possibile che risolverebbe i problemi che affliggono le società e che via via si stanno ingigantendo: esaurimento delle risorse, cambiamento climatico, disoccupazione di massa, guerre civili ecc ecc, mettendo a rischio il futuro dell’umanità.

Animal machine

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Un’economia che spesso è rivolta allo spreco scandaloso (diciamo pure quasi sempre). Lo sfruttamento ha raggiunto sofisticazioni inimmaginabili, ovvero il progresso della tortura. Verrebbe da dire vergognoso il progresso vergognoso il profitto, e tutto per garantire la Crescita smisurata di un economia psicotica. Un esempio? Negli anni settanta alcuni ricercatori francesi espiantarono mammelle di Mucca per mantenerle vive ed attive in laboratorio. Prove scientifiche determinarono che era possibile avere organi viventi privi del corpo Animale. Esperimenti degni del miglior Frankestein, e tutto questo per poter garantire un efficiente produzione di latte senza i costi dell’allevamento intensivo. Specie autoctone completamente devastate nella loro biologia primordiale. Ma non basta! Che dire delle Mucche fistulate?! In breve la fistulazione è una pratica introdotta quasi un secolo fa in cui viene praticato un foro (sì…avete letto bene: un buco) nello stomaco della Mucca al fine di perseguire la ricerca scientifica: osservare i processi digestivi degli Animali vivi. I ricercatori installano (ancora oggi) nell’addome dell’Animale un dispositivo di plastica chiamato cannula, aprendo così una finestra costantemente accessibile. Con ciò osservano la velocità con la quale la Mucca digerisce vari alimenti, e quali sostanze chimiche (processi biologici) il cibo subisce. I ricercatori chiamano questi fori, praticati chirurgicamente, fistole. Il tutto con l’unico scopo di prolungare la vita della Mucca e conseguentemente massimizzare la produzione di latte, il che equivale a maggiori e più duraturi profitti. Macchine viventi fatte di carne ed ossa: Animal machine. Vergognoso il progresso, vergognoso il profitto… senza ombra di dubbio! Eppure ancora oggi c’é chi si permette di affermare ipocritamente che…”sono soltanto Animali”. Solamente Animali da reddito, concepiti-nati-allevati-uccisi con l’unico scopo di incrementare l’economia.

Ma il problema principale non è il perseguimento di un obiettivo, pur inizialmente costruttivo, bensì la distorsione che ha permesso la snaturatezza di questo concetto: “economia”. In principio essa doveva riguardare semplicemente gli affari domestici, infatti se si analizza il vocabolo in chiave greca è proprio questo il significato: “gestione delle attività personali”. Nel tempo, e soprattutto con l’avvento del capitalismo moderno, tutto ciò è stato ribaltato introducendo in più un indice di benessere assolutamente contrario ad ogni etica e salvaguardia. Il dogma del PIL è presente ormai in ogni statistica istituzionale, anzi sono stati di recente introdotti anche alcuni riferimenti alquanto ortodossi quali: PROSTITUZIONE, CONTRABBANDO E NARCOTRAFFICO. Senza considerare che più arsenali e farmaci si fabbricano (non vendono) e più sale il prodotto interno lordo di una nazione. Facendo due conti è facilmente plausibile una riflessione sull’attuale situazione socio-culturale. Ricordiamoci che il paradigma della ricchezza moderna è nato alla fine del Settecento proprio con Adam Smith, ovvero il padre del liberismo economico. Con l’avvento poi del capitalismo questa vera e propria egemonia politica ha preso il sopravvento, espandendosi in tutto il mondo come lo conosciamo oggi. Inutile valutare altre proposte sociali quali per esempio il socialismo (in seguito comunismo) introdotto dal valore del Lavoro come colonna portante della persona e quindi del benessere. Anch’esse infatti hanno perseguito in ogni caso la ricerca del profitto a tutti i costi, ovvero la cosiddetta religione della Crescita. Si è perso quindi ogni riferimento primordiale parte integrante dei bisogni essenziali dell’essere Umano, scambiati quindi con la psicosi del consumismo. Il consumo materiale è stato magicamente frainteso e trasformato in indice di equità, positività, ricchezza, gioia e serenità, salute, prosperità, felicità, equilibrio ecc.ecc… ma realmente e tristemente le cose sono andate diversamente. Due conflitti mondiali nel Novecento hanno generato più di 80 milioni di morti, ogni anno quasi 200 miliardi di Animali vengono trucidati, il pianeta e le specie viventi sono in decadimento, e la morale Umana è alla deriva. Queste non sono previsioni apocalittiche, bensì bollettini giornalieri raccontati dai notiziari più o meno ufficiali. Il progresso della tecnica non coincide con la salvaguardia dell’ambiente, e questo è male. Il progresso morale e civile deve evolversi verso altri parametri più sani ed etici, più risparmiosi e tolleranti, più benefici per la vita terrestre. Non ci sono dubbi a riguardo, anche se le forze che controllano l’assetto geopolitico finanziario hanno ben poco da spartire con consapevolezza e presa di coscienza. Il lavoro da svolgere è lungo e laborioso!

Pillole decrescenti #1

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IL MITO DELLA TERZIARIZZAZIONE ECOLOGICA

L’ipotesi della cosiddetta ‘curva ambientale di Kuznets’ (dal nome del suo ideatore, Simon Kuznets) distingue due fasi dello sviluppo di una nazione:

– un primo momento in cui la crescita economica si basa prevalentemente sull’industria pesante, contrassegnata da un elevato inquinamento;

– un successivo periodo dove progresso tecnologico, trasformazioni dell’economia e presa di coscienza della cittadinanza riducono gradualmente l’impatto ecologico complessivo.

Superata quindi una soglia critica, inquinamento e crescita economica seguirebbero traiettorie divergenti: contrariamente alle idee della decrescita, per risanare l’ambiente bisognerebbe auspicare un incremento continuo del PIL.

La crescita economica duratura comporterebbe il graduale passaggio da una società industriale a una post-industriale o terziarizzata, dove il settore economico principale non è più l’industria ma quello legato ai servizi, basato in gran parte sugli strumenti ‘smaterializzati’ e pertanto meno impattanti dell’informatica. Come testimonianza di ciò, vengono portati i dati relativi alle emissioni di CO2 di USA e paesi europei, che sono calate dal 1990 a oggi nonostante la crescita del PIL: sarebbero la prova dell’effetto decoupling, ossia della capacità di aumentare la produttività riducendo l’input di energia e materia. Il perfezionamento continuo del decoupling dovrebbe assicurare una crescita economica sempre più in armonia con la natura.

Perché siamo di fronte a un ragionamento fuorviante? Innanzitutto, solo pochi agenti inquinanti hanno seguito realmente una traiettoria simile a quella della curva di Kuznets, i tassi di abbattimento (quando si sono effettivamente verificati) sono stati molto più contenuti. Inoltre, si tende a sottovalutare l’onere di energia e risorse per realizzare gli strumenti alla base della società dell’informazione (computer, rete Internet, ecc.), molto meno ‘smaterialiazzata’ di quanto comunemente si pensi.

Ma è soprattutto la rappresentazione del mondo che ne viene fuori a non reggere alla prova dei fatti: si ragiona come se ciascuna nazione fosse autosufficiente e autarchica. Gli stati che hanno raggiunto la fase della terziarizzazione, invece, alla tradizionale dipendenza da importazioni agricole aggiungono anche quella da prodotti dell’industria manifatturiera, delocalizzata in Cina, India e altri paesi emergenti. Che cosa accadrebbe, ad esempio, se le emissioni di CO2 dei prodotti esportati in Occidente e Giappone fossero conteggiate alle nazioni importatrici?

Fonte: ENEA

Salterebbe fuori che i presunti campioni dell’ecologia sono in realtà i peggiori inquinatori del pianeta.

Il modello della società terziarizzata non è generalizzabile, prevede anzi che un gruppo consistente di nazioni rimanga in uno stato di subalternità per garantire quei prodotti alimentari e industriali che la civiltà ‘più avanzata’ non riesce più a prodursi in quantità sufficiente. Alla prova dei fatti, siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di esternalità ecologiche e sociali non giustificabile né sul piano etico né su quello ambientale.

L’avvocato del diavolo e il global warming/DFSN TV

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Riuscirà l’avvocato del diavolo a confutare l’influenza antropica sul global warming?

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