Ellul: contro il totalitarismo tecnico

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«Conosciamo tutti, e in tutti i campi, l’ossessione della crescita. La crescita è buona in sé. Non ci si chiede né: crescita di cosa? Né: la crescita è utile? Né: a chi servirà la crescita? E nemmeno: cosa faremo di tutte queste eccedenze? Nessun tornaconto, la crescita si giustifica da sé»
Jacques Ellul 

 

Jacques Ellul è sicuramente tra i principali precursori della decrescita vissuti nello scorso secolo. Sociologo e teologo francese, critico del sistema tecnico moderno e maestro di un altro grande nome inevitabilmente accostato alla decrescita: Ivan Illich.

Il pensiero di Ellul che contribuisce maggiormente alla critica mossa dal movimento degli obiettori di crescita si ritrova soprattutto nel suo lavoro di analisi del modello economico industriale e del ruolo chiave che in esso svolge la tecnica. Ellul attribuisce alla tecnica, e all’uso che ne viene fatto, la causa di molti problemi della società moderna, e pone l’accento su come la tecnica sia stata capace di dominare le scelte umane, lasciandosi dietro sempre quell’alone di illusione che ci fa credere che sia in ogni caso l’uomo a controllare la tecnica e non il contrario.

Non manca di sottolineare le varie contraddizioni che emergono, sempre più evidenti, di un sistema che si dice basato sulla razionalità ed il calcolo, mentre nella sua deriva totalitaria perde ogni logica e finisce per essere incoerente. Ellul è consapevole che «siamo condizionati a tal punto che adottiamo immediatamente tutte le nuove tecniche senza interrogarci sulla loro eventuale nocività. A inquietare non è la tecnica in sé, ma il nostro atteggiamento nei suoi confronti». E di come «si produce ciò di cui non si ha alcun bisogno, che non corrisponde ad alcuna utilità, ma lo si produce perché esiste la possibilità tecnica di farlo, e bisogna sfruttare tale possibilità tecnica, bisogna inesorabilmente e assurdamente imboccare questa direzione. Allo stesso modo si usa il prodotto di cui non si ha alcun bisogno, in modo altrettanto assurdo e inesorabile».

La sua posizione è una posizione radicale, di netto superamento di un sistema economico-industriale che non si può adattare, non si può rendere più “green” e più sostenibile. L’unica via di uscita è un ripensamento totale dell’attuale sistema che è intrinsecamente insostenibile e che, nonostante il più sfegatato ottimismo nel progresso tecnico, non potrà che condurre alla catastrofe: «Immaginate una macchina in cui uno dei passeggeri pensi che essa stia andando troppo velocemente e che bisognerebbe frenare e, quindi, forse fermarsi. Il guidatore, tuttavia, inebriato dalla velocità, si rifiuta di ascoltare l’avvertimento e prosegue finché sbatte contro un muro. L’auto si è comunque fermata, ma non nelle stesse condizioni! È proprio ciò che stiamo vivendo da vent’anni».

Ellul giunge dunque a concepire un cambiamento basato sull’abbandono della crescita ad ogni costo, su un approccio alla vita più lento, più dolce, più sobrio e rilassato, arrivando «così a ciò che Jouvenel chiamava amenità, Friedmann saggezza, Illich convivialità, che sono la stessa cosa». Per Ellul questo cambio di rotta non sarà privo di rinunce, ritiene infatti che «bisogna uscire dal circolo infernale consumo-produzione, anche se ciò dovesse sconvolgere le nostre abitudini quotidiane e ridurre il nostro tenore di vita».

Non crede nella forza della politica come propulsore del cambiamento e arriva a concludere che «l’unico obiettivo possibile della rivoluzione è lo sviluppo della coscienza». La presa di coscienza diventa perciò causa e fine ultimo del cambiamento. Riferendosi alla questione della società della crescita, egli scrive: «Una vera presa di coscienza di questo problema implica un cambiamento di vita radicale, la rinuncia a certe comodità, e, perché nasconderlo, il ritorno a una certa frugalità».

A fianco della presa di coscienza, l’ingrediente imprescindibile, Ellul affianca anche lo sviluppo di una propria spiritualità, un atteggiamento contemplativo come atto individuale, «infatti, il punto estremo di rottura nei confronti della società tecnologica, l’atteggiamento veramente rivoluzionario, sarebbe l’atteggiamento della contemplazione al posto dell’agitazione frenetica».

 

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Luca Madiai
Mi interesso da qualche anno delle tematiche della decrescita e della sostenibilità ambientale, economica e sociale. Sono arrivato alla decrescita dopo il mio percorso di studi di ingegneria nel settore della produzione di energia. Durante gli anni universitari sono stato membro attivo dell’associazione studentesca europea AEGEE ed ex presidente della sede locale di Firenze (AEGEE-Firenze). Ho lavorato a un progetto sull’energia geotermica a Budapest, dove sono vissuto per alcuni mesi nel 2009 e nel 2010 e ho scritto la tesi di laurea specialistica. Ho studiato anche la lingua ungherese. Nell’autunno del 2010 ho scritto il saggio Decrescita Felice e Rivoluzione Umana e aperto l’omonimo blog dove cerco di diffondere le mie idee attorno alla decrescita felice e alla filosofia buddista. Nel 2012 ho contribuito alla rinascita del Circolo Territoriale del Movimento della Decrescita Felice di Firenze (MDF-Firenze), di cui sono parte attiva. Ho lavorato nel settore delle energie rinnovabili, in particolare fotovoltaico ed eolico. Mi diletto nello scrivere poesie “decrescenti” e nello spostarmi quasi sempre in bicicletta. Credo nella sobrietà, nella semplicità e nelle relazioni umane disinteressate come mezzo per migliorare la qualità della vita e cerco ogni giorno di attuarle. Ho scritto due libri sulla decrescita liberamente scaricabili da questo sito: "Decrescita Felice e Rivoluzione Umana" e "Ritorno all'Origine"

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