Funamboli della povertà

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Proprio in questi giorni ho letto i rapporti Istat sulla povertà e sul reddito in Italia per il 2011. Una lettura statistica, apparentemente fredda, numerica, che mi ha lasciato tuttavia in una turbine di emozioni e di pensieri che stanno polarizzando la mia attività cerebrale. Il 16,3% delle famiglie è in condizione di povertà, il 28,4% degli italiani è a rischio povertà o di esclusione sociale. L’Italia di questo rapporto risulta un paese più povero rispetto all’anno precedente, e con quasi un terzo degli italiani a rischio. Per esporre bene la mia riflessione devo introdurre a questo punto il concetto di povertà relativa che è graficamente schematizzabile con una linea orizzontale, convenzionalmente detta “linea di povertà”. Questa linea è una soglia al di sotto e al di sopra della quale si è o non si è statisticamente poveri. Tradotto in moneta sonante la soglia di povertà per un nucleo familiare come il mio (papà, mamma, figlia) è pari a 1.344,67 euro. E’ curioso notare che questa cifra di soglia altro non è, che un valore di spesa per “consumi” mensili, cioè un budget da riuscire a spendere se non si vuole rientrare nella somma dei poveri. E’ assurdo ma vero, nella società dei consumi la povertà è l’incapacità di accumulare merci, non accedere ai beni essenziali e primari, ma alle merci, cioè all’inessenziale. Ora immaginiamo di avere due famiglie con la stessa composizione della mia, con ingressi mensili al netto delle spese pari a €1.350,00 circa, che chiameremo per comodità A e B. La famiglia A è un’affiliata devota ai principi della società dei consumi. Vive in città, momentaneamente monoreddito. Compra tutto quello di cui ha bisogno, spendendo il proprio budget fino all’ultimo centesimo. Questa è senza dubbio una famiglia in bilico sulla linea della povertà. Come funamboli sono sempre a rischio tra i quasi poveri e gli appena poveri, vivendo con il terrore di sprofondare tra i sicuramente poveri, ma con la speranza e il “desiderio” di risalire un giorno tra i sicuramente non poveri per consumare senza problemi. Il malcontento per l’impossibilità a consumare determina la qualità delle loro relazioni familiari ed extra familiari, rendendoli fatalmente infelici. La famiglia B è critica e creativa, vive per scelta secondo i principi della decrescita ai confini del mercato. E’ bireddito part time, vive in un paese in collina, seguono la crescita della loro figlia, hanno un piccolo pezzo di terra, dove esercitano il loro diritto all’autoproduzione, vivono sobriamente, e donano con cuore. Si affacciano quando necessario al mercato, preferendo prodotti locali ed etici. Non utilizzano tutto il loro budget mensile, spendendo indicativamente intorno a 1000 euro, e collocandosi sotto del -20% dalla linea di povertà, cioè tra i sicuramente poveri. Sono senza dubbio dei consumatori difettosi ma felici. Spesso si etichetta la decrescita come una società più povera. E’ vero. La società della decrescita è sicuramente più povera di merci, e l’esempio delle due famiglie lo dimostra. Ma è ugualmente una società più ricca di beni. La società della crescita è ricchissima di merci al punto che tutto è o può essere una merce, anche la salute, anche la morte. La cosa deplorevole è che per portare utili economici la merce deve essere quantitativa. Molti ammalati delle malattie più varie fanno della salute una merce buona, come molte morti, infantili, di cancro, sulle strade o per i motivi più svariati fanno della morte una merce buona. Buone perché fanno guadagnare molto, perché fanno crescere il PIL. La società della decrescita preferisce la qualità e la ricchezza di beni alla quantità delle merci. Come la natura, l’umanità, che di essa è parte inscindibile, non “produce” merci in quantità, ma “genera” beni di qualità. Un ritorno alla generazione di beni è oggi l’unica vera via che può salvare l’uomo da questa fogna che è la società dei consumi, l’unica che è adeguata alla natura umana, l’unica utile perché giova alla collettività e rende felici.
Per un approfondimento: Reddito e condizioni di vita ( http://www.istat.it/it/archivio/77026)
La povertà in Italia (http://www.istat.it/it/archivio/66983)

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Enrico Tassone
Ha 35 anni, vive e lavora in Calabria. Ha due maturità tecniche. è un capo scout, pratica trekking e alpinismo, raccoglie erbe spontanee per le sue tisane, spaccia pasta madre, ama leggere ed ha la presunzione di scrivere, è appassionato di permacultura, antropologia culturale, psicologia sociale, ha sposato una sociologa ed è padre di una splendida bambina. Da qualche anno un orto si prende cura di lui e della sua famiglia, dandogli quello che gli serve, il resto gli piacerebbe riceverlo in dono, ma spesso purtroppo lo compra...si ferma spesso a osservare la società delle sue api, sta lavorando per costruire un mondo diverso da questo, un mondo dove le relazioni siano vere, profonde, disinteressate. Ama perdersi nei boschi e abbracciare gli alberi e molto altro...la sua più grande ambizione è diventare un uomo e ritornare alle capre.

7 Commenti

  1. Ciao Enrico, sto scrivendo un libro sulle scelte di vita “alternative”, non sarà solo una raccolta di esperienze ma un vero e proprio “saggio” di sociologia (lo scrivo aiutata da un sociologo dell’Università di Torino. Mi interessa la tua storia. Posso intervistarti in primavera?

  2. Ciao Enrico, grazie per il tuo articolo. Tanti auguri di felice decrescita a te e alla tua bella, solidale, creativa, ricca famiglia.

  3. Tutto vero e condivisibile, ma mi sorge una domanda. Non c’é il rischio di rinchiudersi in stili di vita elitari, in cui la consapevolezza acquisita é patrimonio di pochi? Non tutti possiamo vivere in collina, e il panorama urbano é una realtá con cui bisogna confrontarsi. E il mezzo del confronto é la partecipazione attiva alla vita civile, nelle associazioni, nei partiti, nei luoghi di lavoro. Insomma, spero tanto che il concetto di decrescita si confronti, anche duramente, nei luoghi del sociale e diventi strumento per tutti di riscatto da una servitú che ci sta distruggendo.

    • In realtà tutti i grandi ecologisti affermano che la vera sfida per la sostenibilità vede coinvolta la città e la sua trasformazione e ridefinizione (anche delle sue storture sociali). Di fatto il vantaggio della campagna è che ti permette di creare progetti ‘qui e ora’, mentre in città ci vogliono alleanze più complesse (vedi i progetti transition towns)

    • Carissima, la tua osservazione è giusta e attenta. Quando si attua una rivoluzione culturale c’è sempre il rischio di smarrire la giusta via per l’obiettivo, nessuno è immune dall’errore. A mio avviso la prima rivoluzione da compiere è dentro di se, la seconda è intorno a se. Credo in modo convinto che fatta la prima il luogo in cui compiere la seconda non sia un limite alle possibilità di riuscita. Il tessuto urbano è un ambiente in cui si può lavorare con successo. C’è da riconoscere però che in uno scenario futuro senza energie a basso costo le grandi città saranno dei luoghi in cui sarà difficile se non impossibile riuscire a realizzare resilienza. Quel giorno forse assisteremo a un contro esodo demografico verso la campagna.
      grazie per il tuo stimolo

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