Gilet gialli e squarci sulla realtà

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TOPSHOT - People block Caen's circular road on November 18, 2018 in Caen, Normandy, on a second day of action, a day after a nationwide popular initiated day of protest called "yellow vest" (Gilets Jaunes in French) movement to protest against high fuel prices which has mushroomed into a widespread protest against stagnant spending power under French President. (Photo by CHARLY TRIBALLEAU / AFP)

Qualunque opinione si nutra sulla protesta francese dei ‘gillet gialli’, non si può negare che essa abbia assunto dimensioni imponenti che, a seconda dei punti di vista, hanno acceso speranze o provocato forti turbamenti. Dimostrazione dell’incapacità di accettare sacrifici anche modesti per preservare l’ambiente, come i pochi centesimi per la carbon tax (poi messa in naftalina) voluta da Macron? (a tal proposito rimando ad alcune riflessioni di Linda Maggiori) Una “grande manifestazione di popolo” contro l’oligarchia, come l’ha descritta il leader della gauche francese Melanchon? Oppure una delle tante contestazioni in salsa populista, come testimonierebbero l’appoggio caloroso di Marine Le Pen, l’ostentazione del tricolore e le molte bandiere della UE bruciate in piazza?

Probabilmente, la contestazione è tutto questo se non molto di più. Ogni commentatore, in base alle proprie convizioni, ha presentato uno scenario a esse confacente; io, cercando di essere il più obiettivo possibile, la ritengo nel complesso una manifestazione altamente strumentalizzata a destra e sinistra ma sostanzialmente spontanea e genuina, non per forza inneggiante al negazionismo climatico ma sicuramente rabbiosa per il fatto che i provvedimenti ecologici governativi sembrino pensati per colpire non tanto i più ricchi e inquinatori, quanto ceto medio e meno abbienti. Leggiamo da un articolo de ilpost:

Oltre all’aumento della benzina e del gasolio, il governo si è infatti mosso per abbassare i limiti di velocità, aumentare i dispositivi per controllarne il rispetto e introdurre incentivi per le auto elettriche o ibride. Dopo un anno in cui il prezzo del gasolio è salito del 23 per cento e quello della benzina del 15 per cento, il governo francese ha deciso di mettere dal gennaio 2019 ulteriori tasse che faranno aumentare il prezzo del gasolio di 6,5 centesimi al litro e quello della benzina di 2,9, come primo passo verso una conversione ecologica. I manifestanti denunciano però i rincari che andrebbero a pesare su chi già ha una situazione economica difficile e il fatto che in pochi potrebbero comprare una auto nuova, elettrica o ibrida, perché costa troppo.

Le rimostranze ricordano un po’ i cahiers de doléances prerivoluzionari, quando il terzo stato scriveva lettere di lagnanza al re denunciando privilegi e soprusi dei nobili senza però un chiaro progetto alternativo; tuttavia, malgrado il mio sincero ecologismo, non posso negare alcune valide ragioni di fondo. Si potevano colpire viaggi aerei, SUV e auto di grossa cilindrata, consumi voluttuari ambientalmente onerosi, ecc. e il governo invece ha preferito una forma di tassazione indiretta fittiziamente egualitaria, dove inquinare viene elevato a una sorta di status symbol. Secondo un dossier del Senato – limitato per il momento alle sole emissioni in atmosfera e al rumore dei trasporti – nel 2013 le famiglie hanno prodotto danni sanitari e ambientali per 16,6 miliardi, seguite dall’industria (13,9 miliardi) e dall’agricoltura (10,9), con forte squilibrio però tra chi inquina e chi paga: le famiglie hanno pagato il 70% in più rispetto ai danni creati, le imprese il 26%, mentre il record degli sconti (93%) va all’agricoltura. Tutto ciò ha corroborato la mia tesi per cui, se non si interviene per sanare drasticamente le disuguaglianze, qualsiasi ragionamento sulla ‘etica di specie’ è destinato a rimanere a livello puramente filosofico o a far presa su ristrette minoranze. “Unire la battaglia dei gillet gialli e quelle degli ambientalisti”, come proposto da un articolo rilanciato da l’Internazionale, è la necessaria quadratura del circolo.

Il discorso potrebbe rimanere molto astratto e aleatorio se non fosse per alcune considerazioni di carattere molto pratico che dobbiamo agli sforzi di Antonio Turiel, il quale si è preso la briga di analizzare il database della Joint Oil Data Initiative (JODI) scoprendo che dietro alle preoccupazioni ambientali di una politica fino a ieri completamente ignava rispetto ai problemi ecologici c’è qualcosa che non tiene banco sui mass media ed è quindi del tutto ignoto anche ai gilet gialli; un’informazione in grado di aprire un vero e proprio squarcio nel velo mostrandoci una realtà inaspettata.

Prima di entrare nel merito del contributo del ricercatore spagnolo, è opportuno considerare l’andamento della produzione globale di petrolio dall’inizio del nuovo millennio a oggi:

 

Fonte: ASPO Italia

E’ evidente che, se l’andamento complessivo risulta in ascesa, ciò si deve al massiccio ricorso al petrolio leggero di roccia (light tight oil, in rosso), estratto con la tecnica del fracking, oltre ad alcuni ‘trucchi contabili’ come assimilare il gas naturale liquido e i biocarburanti al petrolio, mentre l’estrazione del ‘vero’ oro nero (quello convenzionale) è rimasta stagnante.

Tuttavia, dal petrolio leggero è molto complicato ricavare gasolio, per cui viene destinato quasi esclusivamente alla produzione di benzina, fattore che ha innescato inevitabili ripercussioni sul combustibile per i motori diesel.

 

Se il calo post crack finanziario del 2008 risulta perfettamente giustificabile, quello successivo al 2015 non lo è, essendo avvenuto anzi in periodo di ‘ripresine’ economiche. Ma c’è di più: tutti i prodotti raffinati hanno seguito un andamento analogo, testimoniando così che il declino del petrolio convenzionale è un fenomeno di portata storica destinato a causare strascichi profondi e immediati.

 

 

Se queste sono le avvisaglie di un serio e imminente problema di disponibilità di combustibili raffinati, allora la carbon tax di Macron, le numerose campagne anti-diesel e lo smodato interesse per le rinnovabili mostrato da potenti esponenti dell’élite, troverebbero finalmente una chiara spiegazione, così come il recentissimo annuncio del Qatar di uscire dall’OPEC per rendere prioritaria l’estrazione di metano a scapito del petrolio. La questione  della salubrità dell’atmosfera, per quanto reale e concreta, sarebbe quindi un pretesto per occultare la graduale scarsità di gasolio e benzina. Alla luce di ciò, non posso che sottoscrivere al 100% le conclusioni finali di Turiel:

Ecco perché, caro lettore, quando ti annunciano che le tasse sulla tua auto diesel saranno aumentate in modo brutale, ora capirai perché. Perché è preferibile regolare questi squilibri con un meccanismo che apparentemente sembra di mercato (sebbene questo sia in realtà meno libero e più regolato) che dire la verità. Il fatto è che d’ora in poi quello che ci si può aspettare è una vera persecuzione contro l’auto con un motore a combustione interna (la benzina arrivera alcuni anni dopo il diesel). Non dire che non sei stato avvisato (e non sono stato nemmeno io il primo a farlo in questo blog). E se non sembra giusto, forse quello che dovresti fare è chiedere ai tuoi rappresentanti di spiegare la verità.

Aggiungo solo che, prima di tutto, forse è il caso di spiegare la verità anche a chi manifesta.

Fonte immagine in evidenza: Il Fatto Quotidiano

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

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