Gli abiti larghi … le abitazioni

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edilpaglia2Prendiamo coscienza. Siamo sconnessi.

Siamo staccati da quel che il nostro sentire più profondo ci racconta. Immersi e sovraccarichi di informazioni. Non lasciamo la possibilità di chiederci: ma IO dove e come voglio che sia il luogo dove dormire, mangiare, vivere? Se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che le periferie urbane non rispondono certo a bisogni di benessere e comfort. Rispondono a delle pure necessità di costruire da parte di una impresa edile. Come gli abiti che vengono continuamente sfornati da qualche industria cinese hanno la funzione esclusiva di foraggiare un qualche business man; non certo servono per vestirsi.

C’è da ammettere che abbiamo sbagliato strada. Abbiamo pensato che fosse normale creare distese di monoculture edilizie senza valutare il luogo, l’esposizione, la capacità di auto sussistere e soprattutto quanto profondo sarebbe stato il nostro passo mentre poggiavamo il piede su quel terreno. Distese di asfalto e cemento che possono sopravvivere solo con immissioni di erbicidi, pesticidi, concimi chimici, continui interventi di sistemazione per sistemi innaturali e quindi energivori. Qui una pianta nasce e cresce povera e malata, come i nostri corpi allergici e bisognosi di cure fin da piccoli. Un castello medievale, un borghetto su un’altura, una chiesa rinascimentale, un fienile in campagna degradandosi aumentano in maestà e forza, erbe spontanee di un campo nate per bisogni e necessità contingenti. Hanno attinto alle risorse minerali, vegetali ed animali che Madre Natura dona generosamente a chi ha ancora i sensi pronti a raccogliere.

Gli “abiti più larghi”, le abitazioni, stanno rispecchiando la pazzia della nostra vita, attaccata ad un rubinetto da cui sgorga liquido nero, ormai gocciolante. Il petrolio ha fatto raggiungere livelli di benessere ad una parte dell’umanità mai conosciuti finora. Ubriacati di questi effluvi abbiam perso il buon senso che fino a cent’anni fa impregnava il nostro agire, rispettoso dei ritmi ciclici della natura. Antichi saperi, tecniche e materiali locali, soppiantati dal veloce “già pronto” dell’industria edilizia per non chiederti com’è fatto e, a caratteri invisibili: “così diventi eternamente dipendente da noi”.

La civiltà del consumo ha ben predisposto tutto, dagli alimenti ai rimedi, tutto comprabile. Abbiam sbagliato strada. Ma localmente possiamo essere motore di cambiamento. Le periferie urbane non vanno ristrutturate. Non devon proprio esistere periferie, tanto meno quelle che degradandosi diventano squallidi ammassi di spazzatura. Servono concreti progetti di demolizione e di realizzazione di nuovi modi di abitare e vivere. I materiali vanno trovati intorno, e presi nel processo di vita naturale, che poi, il tempo se ne riapproprierà, senza danneggiare dove è nato. Le nuove tecnologie e scoperte scientifiche permettono di usare in modo più efficiente le risorse ed al contempo possiamo permetterci di aumentare i livelli di comfort proprio grazie ad un uso sapiente anche dei prodotti che arrivano da scarti dei processi agricoli.

Un Homo Sapiens considera ogni aspetto che produce la sua azione, e, consapevole di essersi comportato da cellula sconnessa dall’Organismo Gaia, pone rimedio e torna indietro a curare le ferite che le ha causato.

3 Commenti

  1. Bell’articolo Sara, di nuovo la società ci impone cosa ci piace, ti deve piacere quello stile e quei materiali, poco importa se i materiali vengono da Cina, India, Pakistan, etc, e poco importa se quello stile di casa non fa per te, devi cambiare. Per me questo andamento è errato, una casa, cosi come ogni bene, deve essere prodotto per me e per chi come me, se non è cosi, allora me lo creo.

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