Green liberalism, the free and the green society

2
1344

Gree LiberalismIl termine “liberalismo” è attualmente una sorta di tabù nei circoli e nelle associazioni vicini all’idea di decrescita felice, così come il termine “decrescita” è guardato spesso con sospetto, se non addirittura con malcelata ostilità, negli ambienti liberali. Si tende comunemente a dare per scontate le definizioni di entrambi, concludendo sbrigativamente che i concetti da esse veicolati siano sostanzialmente incompatibili, che una società liberale non possa essere decrescente e viceversa. Come ho provato a sostenere in precedenza su DFSN, quando si scava un po’ più a fondo e si mettono da parte gli stereotipi politici di entrambe le parti, si scopre che non solo liberalismo e decrescita possono convivere, ma che in effetti quella di una decrescita liberale sia la via “meno dolorosa” alla decrescita, e al tempo stesso la decrescita sia l’unica strada che il liberalismo possa intraprendere qualora non voglia vedere le libertà delle persone svuotarsi insieme agli stock di risorse. Il problema tuttavia rimane: è una via possibile?

Con questa domanda in mente ho letto il libro del filosofo olandese Marcel Wissenburg, dal titolo “Green liberalism: The free and the green society” (1998), nel quale è apparso per la prima volta il termine “liberalismo verde”. Di seguito le mie impressioni.

Innanzitutto occorre chiarire, per linee generali, cosa intende l’autore per liberalismo. L’accezione di liberalismo a cui egli fa riferimento è quella più circoscritta di “liberalismo politico”, ovvero l’insieme di quei principi guida inderogabili concernenti le libertà e i diritti degli individui che rendono tali i regimi liberal-democratici. Il liberalismo politico non è necessariamente vincolato al liberalismo economico (libero mercato), e non ne costituisce né un presupposto (il libero mercato come istituzione politica nasce ben prima del sorgere delle moderne liberal-democrazie) né una conseguenza ineludibile.

Dal punto di vista filosofico il liberalismo politico si trova inoltre, per la sua visione antropocentrica centrata sulle libertà e i diritti individuali, in una posizione incompatibile con la prospettiva di quei movimenti verdi che attribuiscono un valore intrinseco alla natura, trasformandola da oggetto a soggetto, e quindi in portatrice essa stessa di diritti. Tuttavia il rifiuto di una visione “metafisica” della natura non implica affatto il suo abbandono alla spoliazione indiscriminata da parte dell’uomo, poiché la prospettiva strumentale abbracciata dal liberalismo (la natura come risorsa per il benessere degli individui), se opportunamente estesa al lungo periodo così da contemplare i diritti delle generazioni future, può portare all’adozione delle misure preventive necessarie ad evitare un futuro collasso ecologico globale. Un’altra soluzione, complementare alla prima – e come essa derivazione diretta della classica definizione di sostenibilità della commissione Brundtland [1] – è la prescrizione di un limite per l’azione degli individui (restraint principle) che segua la seguente logica:

 “Nessun bene andrebbe distrutto a meno che non sia inevitabile e a meno che non venga sostituito da altri beni perfettamente identici; se ciò fosse fisicamente impossibile, tali beni dovrebbero essere sostituiti da beni equivalenti il più possibile simili ai beni originali; se anche ciò fosse impossibile, un’opportuna compensazione dovrebbe essere fornita” (ndFT traduzione mia).

La specificazione ulteriore dei termini (ad esempio in cosa possa consistere “un’opportuna compensazione”) esula dagli obiettivi del libro, e viene lasciata sostanzialmente alla valutazione contingente. Entrambe le soluzioni possono essere legittimamente adottate senza violare i principi liberali. Possono, tuttavia, non implica una certezza. Sebbene il liberalismo politico non costituisca di per sé un ostacolo alla nascita di una futura società sostenibile, per loro natura le istituzioni liberali non possono legittimamente impedire il realizzarsi di una futura società iper-consumista e iper-capitalista (l’estrema distopia verde di una Manhattan globale, per usare le parole dell’autore) qualora i suoi cittadini la desiderino, o anche solo agiscano (o non agiscano) in modo tale da generarla attraverso l’adozione di stili di vita “inappropriati”. Ritorneremo su questo punto più avanti.

Per quanto riguarda la democrazia, il discorso è similare: essa costituisce uno strumento prezioso a disposizione degli individui per forgiare il futuro delle società umane, ma il tipo di società futura che ne sarà esito dipende non già da tale strumento bensì dalle scelte che mediante il suo utilizzo verranno operate. L’aumento dei livelli di partecipazione dei cittadini alla scelta pubblica (democrazia diretta, democrazia deliberativa) rappresenta dunque una falsa soluzione ai problemi ambientali. Non vi è infatti alcuna ragione per credere che individui abituati a un certo stile di vita decidano di sacrificarlo solo perché sia concessa loro una maggiore influenza sulla direzione delle politiche pubbliche, né vi è garanzia che, anche qualora decidano di farlo, essi posseggano la visione di lungo periodo necessaria alla progettazione di politiche efficaci. In effetti una maggiore partecipazione politica potrebbe perfino avere per esito politiche meno incisive, nel caso in cui il ceto politico fosse più sensibile al tema ecologico rispetto alla maggioranza della popolazione.

Tanto i principi liberali quanto le istituzioni democratiche sono dunque per natura neutrali rispetto al problema ambientale: si tratta di mezzi utilizzabili per realizzare una moltitudine di futuri possibili, dalla Manhattan globale al Giardino dell’Eden globale.

Va dunque in ultima analisi operata una scelta fra la via facile ma pericolosa (per le libertà e i diritti degli individui) della sostenibilità imposta (una “dittatura verde”), la quale sacrifica il benessere degli individui del presente per garantire il benessere delle generazioni future, e la via difficile che consiste nel lasciare agli individui la responsabilità di trasformare in senso sostenibile la società per propria libera scelta, con la terribile consapevolezza che ciò non è inevitabile e forse nemmeno probabile accada. Nel contesto della liberal-democrazia, solo la seconda via è possibile, in ultima istanza in quanto i soli individui “attualmente viventi” sono considerabili (secondo una prospettiva liberale ortodossa) quali soggetti portatori di diritti, i cui interessi sono dunque prevalenti rispetto a quelli (del resto ignoti) degli individui non ancora nati.

In tutto questo, qual’è il ruolo del liberalismo economico? Come abbiamo accennato, secondo l’autore quest’ultimo non è necessario al compiuto realizzarsi dei valori del liberalismo politico. Ciò nononostante, alla domanda se esso costituisca sempre e comunque – come sostengono molti movimenti verdi (movimenti decrescentisti compresi) – un ostacolo alla risoluzione dei problemi ambientali o, in altri termini, se possa esistere una società liberale e democratica che sia anche liberista, la risposta di Marcel Wissenburg è “sì, ma solo a determinate condizioni”. E l’argomentazione dell’autore è ancora una volta la medesima: qualora le preferenze di consumo degli individui li orientassero verso l’acquisto di prodotti “sostenibili” (per lunghezza di filiale, metodi di fabbricazione, risorse utilizzate ecc.), in un regime di libero mercato le aziende che si specializzassero in tali settori otterrebbero una fetta di mercato decisamente maggiore rispetto a quella che attualmente occupano. Potrebbe in tal caso perfino esserci una momentanea crescita del PIL, senza che a questa corrisponda un aggravarsi delle condizioni dell’ambiente o un maggior utilizzo di risorse, rinnovabili e non. E’ la teoria classica del decoupling fra economia materiale e PIL tanto cara alla green economy. Nei 16 anni passati dalla pubblicazione del libro, il sogno non si è purtroppo realizzato, e l’utopia del decoupling assoluto non è stata raggiunta: l’economia materiale ha continuato a crescere nonostante l’aumento del decoupling relativo [2].

Dunque, per riprendere la domanda iniziale: un liberalismo verde è possibile?

Nelle ultime righe del suo libro, Marcel Wissenburg ci fornisce una risposta che può essere letta come un invito ad attivarsi per non delegare ad altri il destino del pianeta:

“Whether or not liberal democracy can realize its potential for sustainability, whether or not it will be able to prevent society’s developing into a global Manhattan and wheter or not the sustainable liberal democratic society will offer more room for the free flowering of nature […] ultimately depends on the preferences of humans. In the words of someone who truly belives in an impending ecological catastrophe: ‘if we were not to survive the environmental crisis, this is not liberal democracy’s fault but our own’. (Jacobs, 1994)”

 Note:

1. “lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri” (WCED,1987)

 2. Per un approfondimento sulla questione decoupling relativo/assoluto vedere il mio precedente articolo “Teoria della decrescita: limiti, convergenze e nuove prospettive”.

CONDIVIDI
Articolo precedenteStiamo entrando nella fase più turbolenta: quella delle guerre per l’accaparramento delle ultime risorse
Articolo successivoLa vita è tutta mia mi mangio soltanto la buccia
Federico Tabellini
Autore de 'Il Secolo Decisivo: storia futura di un'utopia possibile'. Nato a Brescia nel 1988. Da anni si interessa di tematiche ambientali, economiche e sociali. In passato ha pubblicato due paper su temi inerenti alla decrescita: "Degrowth and Sustainable Human Development: in search of a path toward integration" (Paper presentato alla Conferenza Internazionale sulla Decrescita, Venezia 2012) e "Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione" (Vincitore della prima edizione del "Giorgio Rota Best Paper Award", Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, 2013). È laureato in Scienze Politiche, in Sociologia e in Linguistica Applicata. Attualmente vive a Barcellona.

2 Commenti

  1. “Il liberalismo politico non è necessariamente vincolato al liberalismo economico (libero mercato), e non ne costituisce né un presupposto (il libero mercato come istituzione politica nasce ben prima del sorgere delle moderne liberal-democrazie)”. Veramente non si riesce a vedere la contraddizione logica in questo passaggio?
    Onestamente, non credo che il liberalismo abbia molto a che fare con la decrescitá, a parte esserl0e totalmente incompatibile, e non realizzo il senso di quest’articolo. Dove si vuole andare a parare? fra l’altro l’idea per cui il libero mercato favorirebbe volendo un minor impatto ambientale non ha proprio senso. Non solo il libero mercato é una fantasia mai realizzata in quanto non compatibile col capitalismo (che ha bisogno della concentrazione ed accumulazione delle risorse finanziarie e minerarie nelle mani di un’oligarchia e della continua espansione dei mercati),ma la decrescita implica fondamentalmente lo slegarsi dal paradigma monetaristico e mercatistico per aprirsi ad altre forme di economia che implichino l’economia del dono e lo scambio non monetario.

  2. Sinceramente non vedo contraddizioni nel passaggio che citi,all’inizio e dato che non espliciti cosa intendi non posso rispondere in merito.

    Passo quindi a rispondere al resto del commento.

    “Onestamente, non credo che il liberalismo abbia molto a che fare con la decrescitá, a parte esserl0e totalmente incompatibile, e non realizzo il senso di quest’articolo.”

    Se è totalmente incompatibile, significa che una società della decrescita è destinata a essere una società dittatoriale. Semplificando all’estremo, i casi sono due:

    1) Si sviluppa una società della decrescita per libera scelta delle persone, il che è perfettamente possibile nel contesto dei regimi liberal-democratici
    2) Le persone non agiscono in direzione di una tale società (per tutta una serie di dinamiche molto ben trattate dai vari Latouche, Illich, Beck, Bauman ecc.), perciò si decide di imporla attraverso l’instaurazione di un regime dittatoriale che sospenda i diritti e le libertà delle persone per un “fine più grande”. A questo punto o la dittatura dura all’infinito, oppure prima o poi la palla ritorna in mano alle persone (punto 1).

    L’intento dell’articolo non è sostenere che la prima scelta sia necessariamente migliore della seconda (per l’autore del libro lo è sicuramente, per me lo è ma con diverse precisazioni che ho fatto in altra sede… in proposito sto scrivendo anche un saggio che prima o poi, si spera, vedrà la luce.), ma piuttosto stimolare una riflessione il più possibile oggettiva sui beni e i mali del liberalismo (e non solo su questi ultimi).

    “fra l’altro l’idea per cui il libero mercato favorirebbe volendo un minor impatto ambientale non ha proprio senso.”

    E’ tecnicamente possibile ma praticamente improbabile.

    “Non solo il libero mercato é una fantasia mai realizzata in quanto non compatibile col capitalismo (che ha bisogno della concentrazione ed accumulazione delle risorse finanziarie e minerarie nelle mani di un’oligarchia e della continua espansione dei mercati)”

    Su questo sono abbastanza d’accordo ma mi sembra non c’entri molto col discorso. In ogni caso andrebbe sempre operata a livello analitico una distinzione fra industrialismo come pratica e capitalismo come ideologia. Il primo è da un punto di vista decrescente negativo per definizione, il secondo è solo storicamente negativo. Ma in ogni caso preciso che io non ho mai inteso difendere (né qui né altrove) il liberalismo economico senza se e senza ma (le idee espresse nell’articolo sono dell’autore), bensì il liberalismo politico.

    “ma la decrescita implica fondamentalmente lo slegarsi dal paradigma monetaristico e mercatistico per aprirsi ad altre forme di economia che implichino l’economia del dono e lo scambio non monetario.”

    Un’economia del dono implica una cultura del dono, e un dono per definizione è un atto volontario. Quindi ritorniamo al discorso di cui sopra. Ben venga naturalmente una cultura del dono, ma qui stiamo parlando di istituzioni politiche. Il liberalismo (politico) è perfettamente compatibile con un’economia del dono, così come con lo scambio non monetario (ti riferisci al baratto immagino), tuttavia evitiamo di demonizzare la moneta, perché si tratta di un mezzo utile e assolutamente neutrale rispetto alla questione. Possiamo parlare di monete buone e di monete cattive, di sistemi finanziari buoni e cattivi, ma la moneta in sé è un mezzo meraviglioso che facilita enormemente la vita degli individui, e può servire molto bene gli scopi di diversi tipi di società, società della decrescita compresa. Di nuovo, lungi da me difendere l’attuale sistema economico finanziario, che andrebbe radicamente riformato.

    Infine vorrei ricordare che il libero mercato (nell’accezione generale di “dinamica di scambio”) è esistito e continua a esistere in praticamente qualunque società moderna o contemporanea: ciò che cambia sono solo le sue dimensioni e se si tratta di un mercato legale o illegale (nero). Si può limitarne gli effetti negativi e limarne le lacune, ma occorre tenere presente che in un modo o nell’altro è ineliminabile. Nascondere questo fatto sotto il tappeto proponendo rivoluzioni impossibili può essere pericoloso e non sortire i risultati sperati.

Lascia un commento

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.