Hybris e fabbisogno energetico

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stressL’Hybris nel pensiero classico ellenico è la tracotanza, la dismisura, il superamento del limite indotto dalla superbia o dall’eccesso di egoismo. Come intuibile, l’individuazione dell’hybris come caratteristica dell’animo umano è un concetto etico-folosofico, che affonda le sue radici nella mitologia classica. Vedremo tra breve come e perché l’hybris fu stigmatizzata da filosofi e pensatori ellenici. Ma questo mio intervento sull’hybris ha altre motivazioni, che trascendono l’analisi storico-filosofica. Se la dismisura (chiamiamola così l’hybris d’ora in avanti) è per così dire connnaturata all’animo umano (ma faremo meglio a dire connaturata a the dark side of the human nature) è fuor di dubbio che la dismisura è stata sdoganata come elemento negativo e reintegrata come uno dei possibili comportamenti dell’uomo in epoca recente, ovvero in epoca capitalistica e liberista, dove intraprendenza, senso spregiudicato degli affari, soddisfazione illimitata di voglie e bisogni, sono stati visti come valori positivi, utili all’affermazione personale e al successo.

In questa visione faziosa tutta la saggezza del pensiero classico è stata bellamente bypassata e forse, più o meno consapevolmente, perfino derisa.

C’è un argomento, anzi diciamo pure un’urgenza, che mi induce a parlare di dismisura e a riattualizzare la tematica dell’Hybris. Quest’argomento è l’emergenza ambientale, correlata come vedremo al fabbisogno energetico. La quota sempre crescente, “smisurata”, di consumo energetico pro-capite è opportuno considerarla alla luce del secondo principio della ternodinamica, ossia quello che ci porta a ragionare, volenti o nolenti, di entropia e delle conseguenze pratiche, per il futuro dell’umanità, di un’accelerazione entropica. Cercheremo di spiegare, ma prima l’Hybris.

Nella mitologia greca, a cui attinge Esiodo e la poesia tragica, l’hybris è vista come l’origine della tragedia umana. La tracotanza e la superbia, invise agli dei, portano l’umanità alla rovina e ad un destino di sofferenza e di dolore. La massima delfica “nulla di eccessivo”, viene contraddetta dall’hybris che condanna l’uomo ad un destino di solitudine ed isolamento, perché perseguendo l’eccesso si è esposto alla vendetta divina.  A differenza del biblico peccato originale, anch’esso una forma di superamento del limite imposto da Dio all’uomo, la hybris greca non macchia indistintamente e indelebilmente tutti gli uomini dalla loro nascita, obbligandoli a confidare per il proprio riscatto  in un intervento divino, ma rappresenta piuttosto un pericolo sempre in agguato nella natura umana che ogni singolo uomo deve contrastare con le sue sole forze.

La grandezza dell’eroe greco sta così nella sua vittoria sulla hybris, nella sua rinuncia consapevole a voler essere troppo grande, nel suo sapersi arrestare una volta giunto al fragile e talvolta indistinto confine delle possibiità dell’agire umano.

Campioni di dismisura, nella mitologia classica, sono ad esempio i centauri che nel banchetto di nozze di Piritoo, guerriero del popolo dei Lapiti, ebri di vino tentano di stuprare la sposa Ippodamia e le altre donne, scatenando la Centauromachia, la battaglia fra uomini e centauri, celebrata nei fregi del tempio di Apollo ad Atene (ed anche in numerose pitture e decorazioni di vasi).La sconfitta dei centauri da parte dei Lapiti simboleggia il trionfo della consapevolezza e della misura sulla barbarie più sfrenata e selvaggia. (fonti molteplici, tra cui il sito parodos.it)

La hybris nel pensiero classico è percepita come debolezza universale dell’umanità, segno evidente della vulnerabilità e predisposizione all’errore dell’animo umano. La hybris caratterizza nell’Odissea il comportamento dei Proci; neí Persiani di Eschilo porta alla rovina Serse; nell’Aiace di Sofocle è la causa della rovina del protagonista, Bellerofonte, che cerca di salire fino al cielo per carpire a Zeus i segreti dell’universo.  Non a caso al termine hýbris viene spesso associato, come diretta conseguenza, quello di “némesis”, ossia “vendetta”, “ira”, che indica la punizione giustamente inflitta dagli dei a chi si macchia di tracotanza.

All’hybris si contrappone la Frugalità (qui l’etimo è latino: frugalitas, da frux = frutto della terra) che indica il sapersi accontentare e godere di cose semplici, nel cibo come nella vita in genere, perseguendo il necessario e disinteressandoci del superfluo. Orazio, il celebre autore delle satire, ci ha lasciato un esempio di frugalità descrivendo la propria casa di campagna parva sed apta mihi (piccola ma sufficiente per me). La frase piacque molto all’Ariosto che la fece scolpire all’ingresso della sua casa di Ferrara

Da questa digressione sui miti ellenici dovrebbe essere emerso con chiarezza che:

– l’hybris è connaturata all’animo umano, ma non per questo va giustificata

– esistono dei limiti che è opportuno osservare, non per sottomissione, ma per saggezza, per vivere meglio in sintonia con la natura, con la condizione umana e col mondo assegnato agli uomini

 

Certamente la dismisura è affiorata in ogni epoca e sempre sono stati registrati casi di eccesso, nel comportamento, nell’accumulo di ricchezza, nei costumi.

E’ però con l’avvento dell’era industriale, della meccanizzazione, del “benessere” diffuso e del consumismo che la dismisura diventa per così dire un comportamento pubblico, uno stile di vita condiviso e auspicato. Nel desiderare le merci simbolo del benessere, nella ricerca ossessiva della crescita dei propri beni materiali (oggetti, automobili, case, conto in banca) manifestiamo la dismisura senza più alcuna reticenza.

La crtica a questo modello potrebbe facilmente essere tacciata di moralismo e già sento le voci di coloro che invocano la piena libertà nelle scelte di vita individuali, se non fosse che la dismisura si applica pienamente anche al consumo di energia ed a questo punto il discorso diventa pubblico, per via delle inevitabili conseguenze a carico del futuro dell’umanità tutta. La dismisura in questo ambito diventa un problema sociale, che andrebbe affrontato non solo dai singoli, ma anche e soprattutto dai governi e dalle istituzioni. Vediamo perché.

 

Tutta la produzione di energia avviene mediante generazione di calore. Che sia la combustione di petrolio, gas o carbone a produrla, che siano le centrali nucleari il risultato è sempre lo stesso. Una parte del calore prodotto va dissipato, ovvero disperso nell’atmosfera in modo irrecuperabile. Lo afferma con certezza il secondo principio della termodinamica, il cui corollario spiega che non possono esistere macchine termiche con un rendimento pari al 100%.

La quantità di calore disperso, ovvero la quantità di energia non più disponibile si chiama entropia e purtroppo ogni sistema chiuso, e il nostro pianeta lo è, tende a raggiungere la massima entropia. Allo stato di massima entropia un sistema raggiunge la “morte termica”

Nel caso della terra il cammino verso la massima entropia è lentissimo, o meglio faremmo bene a dire “era lentissimo”, perché da quando si è ricorso in modo massiccio alla combustione per ottenere energia, la quantità di energia dissipata in forma di calore ceduto all’ambiente è cresciuta vertiginosamente. Come forma di energia pulita esistono il solare, l’idroelettrico e l’eolico, che, come tutti sanno, ad oggi coprono una parte irrilevante del fabbisogno energetico.

Inoltre non facciamoci trarre in inganno. Anche la costruzione di pannelli fotovoltaici, di pale eoliche e di centrali idroelettriche comportano impiego di lavoro e di energia, che da qualche parte bisognerà pure andare a prendere.

Nella produzione di energia mediante combustione c’è un’ulteriore controindicazione: la messa in circolo nell’atmosfera di quantità rilevanti di CO2 (anidride carbonica), il gas principale responsabile dell’effetto serra, ovvero del surriscaldamento del pianeta. E’ opportuno chiarire che l’effetto serra di per sé è un fatto naturale e positivo che ha permesso la nascita della vita sulla terra temperandone il clima. Il male sta in un eccesso di effetto serra indotto recentemente dall’attività umana, con relativo surriscaldamento del pianeta.

Ma di quanto è cresciuto il fabbisogno energetico negli ultimi anni ?

All’inizio del Novecento i consumi energetici mondiali erano di circa 1 Gtep (gigatep, unità di misura del consumo energetico in macroeconomia. Il tep è l’equivalente dell’energia che si otterrebbe dalla combustione di una tonnellata di petrolio. Un gigatep è un miliardo di tep), oggi sono di quasi 13 Gtep.  Tra il 1900 e il 1973, anno del primo shock petrolifero che ha segnato una svolta nel settore energetico, il consumo è aumentato di 6,4 volte,  mentre tra il 1973 e il 2008 il consumo è poco più che raddoppiato.

Poiché nel medesimo periodo la popolazione è cresciuta di circa quattro volte, passando da 1,65 miliardi a quasi 7 miliardi, il consumo energetico pro capite è circa triplicato, passando da 0,6 a 1,9 tep/pc, a testimonianza dell’aumento del benessere individuale. Rimangono tuttavia grandi disparità. Nei paesi ricchi vivono circa 1,2 miliardi di persone, che rappresentano meno del 18% della popolazione mondiale, ma consumano il 44% dell’energia totale, cioè gli abitanti di questi paesi hanno un consumo pari a 2,5 volte la media mondiale (fonte Treccani.it).

In sintesi da 50 anni a questa parte stiamo facendo di tutto per accelerare il raggiungimento del limite entropico, ovvero l’esatto contrario di ciò che sarebbe saggio fare, cioè rallentare al massimo il cammino dell’entropia. Obbiettivo questo ottenibile con una sinergia di comportamenti virtuosi, che vanno dalla ricerca in macchinari termici a bassissima dispersione (e questo in parte viene fatto), allo sviluppo di fonti energetiche alternative alla combustione fossile (e questo invece viene fatto pochissimo).

Ma soprattutto occorrerebbe ridimensionare il fabbisogno energetico, in primis dei paesi sviluppati. E questo non viene fatto per niente, perché un ridimensionamento del consumo pro-capite di energia può passare solo attraverso una presa di coscienza della dismisura in campo di fabbisogno energetico.

E’ difficile di questi tempi spiegare alla gente che era più salutare il modello esistenziale dei primi anni ’60, con case più fredde d’inverno e meno “raffreddate” d’estate, con meno automobili circolanti, senza climatizzatori, con frigoriferi più piccoli riempiti solo con l’indispensabile (meno surgelati, meno packeging, più prodotti freschi). Scegliere di vivere con meno energia comporta una vera e propria rivoluzione culturale e sarebbe ingiusto ed illusorio affidarla ad una presa di coscienza individuale.

 

Esistono al contrario preoccupanti segnali di una crescente indifferenza (vogliamo chiamarla sottovalutazione?) rispetto ai problemi ambientali creati dal consumo di energia.

L’ultimo vertice europeo di Bruxell (22 maggio 2013) si è svolto nella quasi totale indifferenza ai problemi del clima e del riscaldamento del pianeta. L’attenzione è stata tutta riposta alla necessità di far ripartire la crescita, ricorrendo anche in Europa allo sfruttamento del gas di scisto, così come stanno già massicciamente facendo gli Stati Uniti. (per inciso i danni collaterali della combustione del gas di scisto non sono inferiori a quelli della combustione del petrolio o del carbone).

Sull’indifferenza ai problemi climatici ha scritto bene recentemente anche il giornalista economico Martin Wolf (Financial Times), che in due articoli apparsi rispettivamente il 15 e il 22 maggio spiega perché il mondo si sta avviando verso il caos climatico e perché “gli scettici del clima hanno già vinto”.

“L’umanità ha deciso di guardare da un’altra parte e lasciare che i pericoli concreti e presenti dei cambiamenti climatici crescano.” Questa l’amara apertura del suo secondo articolo, che Wolf cerca poi di mitigare individuando possibili correttivi, ispirati da un salutare “riformismo energetico” al quale però non sembra credere lui per primo.

La realtà è che se già era difficile far valere la sensibilità ambientale prima della crisi economica, ora l’imperativo della crescita fa passare tutto in secondo piano

 

E vorrei concludere con un tocco di scaramantico catastrofismo:

– 20 maggio 2013: tornado (tromba d’aria) ad Oklaoma City

In questo caso la tromba d’aria è stata sia di dimensioni che di potenza eccezionale. E’ stato calcolato infatti che la tromba d’aria, larga circa due chilometri (normalmente le trombe d’aria sono molto più piccole), potrebbe aver raggiunto forza 4 nella scala Fujita (che va’ da 1 a 5). Ciò significa che i venti circolari che formano la tromba d’aria possono aver raggiunto la velocità di 200 miglia orarie (circa 320 km/ora). A questa velocità i venti sollevano agevolmente qualunque cosa che incontrano nel loro percorso, scagliandola poi con inaudita potenza contro tutto quello che si para davanti.

Già, ma queste cose qui da noi non succedono. O no?

– 28 novembre 2012: Tromba d’aria a Taranto

Una tromba d’aria mai vista, ha puntato il porto industriale di Taranto ed ha alzato ingenti materiali dal terreno…Ha poi proseguito la sua corsa devastando ciò che trovava lungo il suo percorso.

 

L’economista rumeno Nicolas Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia e della decrescita, conclude la sua postfazione al libro “Entropia” di Jeremy Rifkin indicandoci il seguente “…comandamento impostoci dal presente momento di svolta nella vita dell’umanità sul pianeta: Ama la specie tua come te stesso!

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Danilo Tomasetta
Avevo 60 anni quando ho cominciato a collaborare a questo blog, ora qualcuno in più. Mi occupo prevalentemente di musica, ma anche di informatica e di grafica web. La mia è una formazione umanistica (liceo classico, Scienze Politiche, Sociologia). Ho collaborato a lungo all'informazione e alla produzione di trasmissioni cultural-musicali di una nota emittente bolognese. Conosco il pensiero e le opere di Serge Latouche ed ho cominciato ad interessarmi con passione e continuità ai temi della decrescita dopo la lettura di "Entropia" di Jeremy Rifkin (10 anni fa). Vorrei contribuire, nel mio piccolo, ad arricchire queste tematiche e a dare una speranza soprattutto alle nuove generazioni.

2 Commenti

  1. Stessa eta stessa formazione io poi ho fatto medicina stesse letture sulla decrescita Bravo bellissimo articolo

  2. Non si può che condividere ogni parola.L’autore,vista la cultura umanistica,parte abilmente dal mondo della classicità greca (che tanto ,attraverso miti e simboli,aveva intuito dell’uomo e della sua vita sul pianeta ) per arrivare ai fatti e misfatti delle nostre vicende di oggi e,sfoggiando competenze che sono altamente scientifiche (nessun dissidio tra le due “culture”,anzi….) dice verità che ,supportate dai
    fatti,fanno rabbrividire!Complimenti,molto ben detto e chi vuole intendere,intenda! Bruna Bruno

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