Liberalismo o barbarie: una guida euristica per la valutazione dei progetti politici

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Ho un piccolo sistema euristico da cui parto sempre per giudicare la bontà di un progetto politico – intendendo questo termine nel senso più ampio possibile. Mi aiuta a vedere le cose razionalmente, senza cadere preda delle emozioni. Il sistema si basa su tre principi fondamentali.

Principio 1. Il benessere degli individui è il più importante obiettivo di ogni società umana, nonché, per estensione, il metro di giudizio di ciò che è giusto o sbagliato in politica. A parità di condizioni esterne, una politica che accresce il benessere degli individui è migliore di una politica che mantiene il benessere invariato. E una politica che lo mantiene invariato è migliore di una politica che lo riduce.

Principio 2. Poiché il benessere soggettivo è adattivo, è essenziale utilizzare misure oggettive del benessere come metro di giudizio della bontà di un progetto politico. Vale la pena spendere qualche parola in più su questo punto. Esiste una differenza fra il benessere percepito soggettivamente da un individuo (se tale individuo si giudica felice o meno) e il suo reale stato di benessere. Un meccanismo psicosociale ampiamente studiato in sociologia, noto come meccanismo delle ‘preferenze adattive’, fa sì che individui nati e cresciuti in un ambiente caratterizzato da bassi livelli libertà, opportunità e diritti, ma in cui questi sono distribuiti equamente fra la popolazione, tendono a sopravvalutare il proprio livello di benessere. All’opposto, individui nati e cresciuti in un ambiente caratterizzato da alti livelli di libertà, opportunità e diritti, che però non sono uniformi nel proprio ambiente sociale, tendono a giudicare negativamente il proprio livello di benessere. In altre parole, un povero e oppresso che vive fra i poveri e gli oppressi si sentirà di norma più felice rispetto a un individuo moderatamente libero ed economicamente stabile circondato da miliardari privilegiati.[1]

Principio 3. Il benessere delle generazioni future deve essere preso in considerazione quando si giudica il benessere potenziale generato da un un progetto politico.

Per assicurarmi che il progetto politico che sto analizzando soddisfi questi tre principi, prima di esprimere il mio giudizio mi pongo tre domande fondamentali, la formulazione delle quali deve molto all’approccio delle capacità[2] della filosofa Martha Nussbaum. Le tre domade si basano sull’idea che il benessere di un individuo derivi da tre fattori fodamentali: a. la libertà di scegliere come vivere (nei limiti del rispetto della libertà altrui); b. L’opportunità di compiere tale scelta; c. la disponibilità di mezzi (materiali e immateriali[3]) necessari a mettere in atto tale scelta.

Se ad esempio Andrea vive in un paese in cui è libero di realizzare il suo sogno di diventare un professore di matematica all’università, ma nel suo paese non esistono università (opportunità), la sua libertà è solo apparente. Lo stesso accade se nel suo paese ci sono università, ma Andrea è nato in una famiglia senza i mezzi economici per supportare gli studi a lui necessari per diventare un professore di matematica. La libertà senza opportunità è vuota, l’opportunità senza mezzi è vuota, i mezzi senza libertà e opportunità sono vuoti. Per generare benessere, devono esserci libertà, opportunità e mezzi.

Dunque prima di esprimere un giudizio sulla bontà di un progetto politico, mi pongo tre domande:

  1. Questo progetto politico accresce le libertà e le opportunità concesse ai singoli individui?
  2. . Questo progetto politico  accresce i mezzi a disposizione dei singoli individui per cogliere le opportunità a loro disponibili ed esercitare le libertà a loro concesse?
  3. Questo progetto politico aumenta il numero di individui che dispongono di tali libertà e opportunità e a cui cui sono forniti i mezzi per esercitare le prime e cogliere le seconde? (Le generazioni future vanno incluse in questo calcolo).

Per illustrare nella pratica l’uso del sistema, proviamo ad applicarlo a una questione spinosa dell’attualità politica: la questione dello status politico di Taiwan. Il governo Cinese non riconosce Taiwan come uno stato indipendente e vorrebbe annetterselo, con la forza se necessario.

Immaginiamo tre possibili scenari futuri e giudichiamone la desiderabilità attraverso il nostro sistema.[4]

Si noti che la storia passata dei due paesi è del tutto ininfluente nell’analisi. In altre parole, se anche le pretese della Cina avessero una legittimità storica, ciò non potrebbe essere usato come un argomento sufficiente a favore di un’annessione qualora quest’ultima  comportasse una riduzione del benessere aggregato degli individui coinvolti (in questo caso la popolazione presente e futura di Taiwan).

 

Scenario A: la Cina invade Taiwan e se lo annette con la forza.

E’ chiaro che un tale scenario ridurrebbe le opportunità e le libertà dei cittadini taiwanesi. Infatti, al contrario che a Taiwan, in Cina non c’è libertà di espressione e di stampa, non c’è completa libertà di movimento all’interno del paese (sistema hukou), molti dei diritti civili di base sono negati, la privacy degli individui è sistematicamente violata e i diritti umani sono posti in secondo piano rispetto agli interessi nazionali (ovvero quelli del partito comunista cinese). Le forti limitazioni alle libertà e alle opportunità concesse agli individui si traducono inoltre in un’impossibilità di mettere a frutto molti dei mezzi che pure la crescita economica cinese ha prodotto per la popolazione. Per fare un esempio banale, in Cina i mezzi per sviluppare la capacità di leggere e scrivere sono a portata della vasta maggioranza della popolazione, ma quella capacità è mutilata dalle limitazioni imposte circa quanto è lecito leggere e scrivere. Secondo il nostro sistema, lo scenario ‘A’ sarebbe dunque senza dubbio indesiderabile. E questo senza nemmeno considerare il costo inevitabile in vite umane di un’annessione violenta.

Scenario B: Taiwan indice un referendum legale sulla possibile unificazione con la Cina, e la maggioranza della popolazione vota a favore. Taiwan viene annesso alla Cina pacificamente, convertendosi al sistema cinese (o a un suo surrogato, sul modello di Hong Kong).

Escludendo il costo iniziale in vite umane, assente in questo secondo scenario, il risultato in termini di benessere aggregato è il medesimo che nel primo scenario. Le libertà, le opportunità e i mezzi a disposizione di chi ha votato a favore (incluse le stesse libertà e opportunità di voto e partecipazione politica), come anche quelle di chi ha votato contro, diminuirebbero a seguito dell’annesione. Di più: una volta all’interno del modello cinese, i cittadini taiwanesi non avrebbero più l’opportunità di tornare sui propri passi. Ne consegue che anche lo scenario ‘B’ è indesiderabile. Detto altrimenti, è auspicabile che alla maggioranza dei taiwanesi non sia concesso il potere di decidere a favore di un’annessione. Questo perché: 1. Una tale scelta produrrebbe una riduzione del benessere aggregato e 2. Tale riduzione sarebbe irreversibile. Si tratta di un caso tipico di una scelta democratica profondamente illiberale. Su questo punto torneremo a breve.

Scenario C: Taiwan indice un referendum sulla possibile unificazione con la Cina, tutta la popolazione partecipa al voto e vota all’unanimità per l’annessione.

L’unica differenza rispetto allo scenario ‘B’ è nel numero di persone che hanno votato per l’annessione. L’esito è tuttavia lo stesso: una riduzione delle libertà, delle opportunità e dei mezzi a disposizione dei taiwanesi (e quindi del loro benessere) e la non reversibilità di tale riduzione. Ovviamente, un voto che coinvolga tutte le persone che di quel voto subirebbero le conseguenze non solo è estremamente improbabile (ci sarà sempre almeno una persona che voterebbe contro), ma di fatto impossibile: infatti tanto i figli minorenni di chi ha votato quanto le future generazioni di taiwanesi dovrebbero sottostare alle regole esito di quella decisione, nonostrante la loro incapacità di parteciparvi. Ma il punto è che se anche fosse possibile utilizzare una macchina del tempo per chiedere il loro consenso e ottenerlo, ciò non cambierebbe nulla. L’annessione resterebbe non auspicabile, in quanto provocherebbe una riduzione irreversibile del benessere aggregato (oggettivo, ovvero declinato in termini di libertà, opportunità e mezzi).

 

E arriviamo così alla seconda parte di questo articolo, che fa riferimento alla prima parte del suo titolo: “liberalismo o barbarie”. Oggi va tanto di moda definire la democrazia come il ‘volere della maggioranza’. Il popolo (italiano, statunitense, australiano ecc.) ha deciso, e questo è tutto ciò che conta. E invece no. Quello che conta è il benessere degli individui, ovvero le loro libertà, le loro opportunità e i mezzi (materiali e immateriali) a loro disposizione. Quando si difende a spada tratta la democrazia, bisognerebbe specificare che si tratta del modello liberal-democratico, in cui le minoranze (e in primis gli individui) sono tutelate dalla tirannia della maggioranza. Dimenticarsi dei valori liberali, o peggio subordinarli al ‘volere del popolo’, significa sacrificare il tesoro per salvare le mura che lo proteggono. Il tesoro sono naturalmente i principi liberali della difesa dei diritti e delle libertà individuali (a cui io aggiungo le capacità degli individui e i mezzi necessari per metterle a frutto), dello stato di diritto e del costituzionalismo. La democrazia sono le mura che proteggono quel tesoro. E’ certamente arduo proteggere il tesoro quando le mura sono crollate — per questo è importante difendere la democrazia. Ma è futile proteggere le mura se il tesoro è già stato trafugato.

Nel dibattito politico contemporaneo in occidente la democrazia è assurta al valore unico da difendere, mentre  i principi liberali sono spesso considerati come un suo esito inevitabile e scontato. Si tratta di una semplificazione pericolosa, i cui effetti sono visibili un po’ ovunque. Ed è ancor più pericolosa unita all’attuale mancanza, in occidente, di un frame analitico (ed etico) comune sulla base del quale giudicare la realtà sociale. Ciò si traduce da un lato in una grande confusione politica, dall’altro in una tendenziale disillusione verso le conquiste del modello liberal-democratico e una nuova fascinazione per i modelli autoritari del passato e del presente.

Ma il modello liberal-democratico non è ‘uno fra i tanti’: è l’unico nella storia che ha permesso a chi vi vive al suo interno di attaccarlo apertamente, senza timore di essere punito per questo. E’ l’unico che tutela l’individuo dalle due tirannie più terribili: quella di una minoranza dispotica e quella di una maggioranza volubile e ignorante. Il liberalismo avrebbe vita breve in una monarchia assoluta o in un regime fascista. E non stupisce che nessun regno o regime fascista (come quello attualmente vigente in Cina) è mai coesistito con una società liberale. La democrazia stessa non sarebbe molto migliore di un regime fascista o di una monarchia assoluta in assenza di istituzioni liberali che limitino il potere della maggioranza. Fra i limiti necessari a questo potere vi è l’irrevocabilità delle libertà e delle opportunità a disposizione degli individui. Fra tali libertà e opportunità c’è la stessa democrazia. Ne consegue che una scelta democratica non deve poter revocare la democrazia, a meno che tale revoca non sia essenziale a evitare una riduzione considerevole di altre libertà, opportunità e mezzi fondamentali: è quanto avviene quando si dichiara uno stato di emergenza provvisorio per via di guerre, emergenze ambientali o epidemie, le quali richiedono di prendere decisioni rapide che sarebbe impossibile prendere attraverso un processo democratico. Si tratta di situazioni estremamente pericolose, che nella storia hanno sovente portato, quando non controllate a dovere, a cambi di regime politico.

Naturalmente il sistema euristico proposto in questo articolo è lontano dall’essere perfetto. Per esempio, esistono situazioni in cui è molto difficile identificare in anticipo l’esito probabile di una politica. Cosa succederebbe nel caso in cui — scenario ovviamente impossibile — Taiwan si annettesse la Cina con la violenza e la convertisse in una liberal-democrazia piena (con uno stato di diritto vero e proprio, una costituzione liberale, rispetto dei diritti umani e libere elezioni)? Un’annessione violenta comporta sofferenza e morte per molte persone. Il mio sistema non è in grado di dire chiaramente se questo scenario sarebbe auspicabile o meno. Questo non vuol dire che io non abbia un’opinione in merito, e persino ragioni valide che possano supportare quell’opinione. Significa solo che non saprei rispondere alla domanda: questa decisione aumenta il benessere degli individui?

I limiti del sistema non riducono però i suoi meriti. Avere un frame analitico comune di partenza — per quanto imperfetto — su cui basare un dibattito circa la bontà di un progetto politico è molto meglio che affidarlo a frame emozionali come il nazionalismo, i torti del passato o una credenza cieca e acritica nella sacralità della democrazia.

Oggi sono purtroppo le emozioni a dominare la politica. Quelle volubili degli elettori, quelle sovente pianificate a tavolino dei politici. E mentre i leader populisti delle due sponde dell’Atlantico si appellano al volere del ‘popolo’ per ridurre i diritti delle persone, chi gli si oppone tesse le lodi dell’intelligenza degli elettori, che a loro dire mai lo permetterebbero. Ma la maggioranza quasi mai è intelligente, quasi mai è razionale, quasi mai, soprattutto, è liberale. La maggioranza può eleggere un dittatore, e lo ha fatto in passato, e lo farà in futuro, in assenza di solide istituzioni liberali che glielo impediscano, agendo a tutela della minoranza per eccellenza: l’individuo. E allora smettiamo di concentrarci unicamente sulla democrazia come se fosse la panacea di tutti i mali, come se la maggioranza avesse sempre ragione. Trattiamola come un mezzo migliore di altri – ma non perfetto – anziché come un fine. Pensare ai principi liberali non come a un’ideologia fra le altre ma come al tipo di organizzazione della vita sociale più efficace nel garantire il benessere delle persone è un altro punto di partenza essenziale.

Vorrei che almeno un leader politico lo dicesse chiaramente: la maggioranza ha torto, la maggioranza è stupida. E invece devono dire che la maggioranza è stata ingannata dai leader populisti che ha votato, oppure che è stata colpa loro, dei partiti all’opposizione, per non essere stati in grado di “dare risposta alle necessità della gente”. Devono dirlo, naturalmente, per ottenere i voti di quella stessa maggioranza volubile, confusa e ignorante. Non è forse vero che la maggioranza non sa nulla dei problemi di un paese, non sa nulla di come funziona un’economia, o dello stato pietoso in cui versano molti ecosistemi terrestri, o di politica monetaria, o di principi costituzionali, o della storia del pensiero politico? Se è vero, come è possibile pensare che la maggioranza abbia sempre ragione? Probabilmente non è possibile, ma quel che è certo è che lo si ripete incessantemente, e qualcuno poi finisce anche per crederci.

[1] Si veda ad esempio Graham C. (2010), Happiness Around the World: The Paradox of Happy Peasants and Miserable Millionaires (Oxford University Press, New York).

[2] Sintetizzando e semplificando al massimo, l’approccio delle capacità coniuga principi di equità (sotto una certa soglia individuale di capacità/diritti) con principi meritocratico-liberali, prefigurando lo sviluppo di politiche pubbliche atte a realizzare il bene comune attraverso l’auto-realizzazione dei singoli individui. Per evitare di confondere inutilmente il lettore, in questo articolo non parleremo tuttavia di capacità, bensì di mezzi, opportunità e libertà.

[3] I mezzi immateriali includono le capacità degli individui: la capacità di un individuo di leggere e scrivere è ad esempio un mezzo per esercitare la libertà di informarsi ed esprimere la propria opinione.

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