In risposta ad Alberto Bagnai

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Scorgendo nel blog Goofynomics di Alberto Bagnai, professore di economia alla Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara, un nome conosciuto per tutti quelli che si stanno interessando al dibattito in atto sulla permanenza o meno dell’Italia nell’area euro (cura anche un blog per “Ilfattoquotidiano” e di recente è intervenuto anche sul blog di Beppe Grillo), ho scoperto un articolo risalente al 2011 dal titolo: “Decrescita… de che?”, in cui il Professore si è mostrato piuttosto critico nei confronti delle teorie sulla decrescita (http://goofynomics.blogspot.it/2011/12/decrescita-de-che.html).

In particolare Bagnai (strenuo difensore delle teorie keynesiane) se la prende con la critica che i fautori della decrescita fanno all’attuale economia fondata sul consumismo. Scrive nell’articolo citato “Valutare in termini moralistici i consumi, pubblici o privati che siano … non è una strada per uscirne” (dalla crisi), dato che “Il consumo è anche un atto fisiologico e chi non consuma muore”. Quindi secondo Bagnai l’unico modo che abbiamo per uscire da questa crisi è quello di incrementare i consumi e senza nemmeno porsi troppe questioni morali su cosa e come consumare (ma d’altronde erano le teorie keynesiane che in piena crisi ci dicevano che se lo Stato assume un operaio per scavare una buca e un altro per riempire la stessa con la terra che il primo ha ammucchiato, l’economia ripartirà grazie ai miracolosi effetti del moltiplicatore). Insomma, nonostante le nostre case siano colme di prodotti di ogni genere (dal forno a microonde all’ultimo modello di tablet uscito da una qualche fabbrica del Sud-Est asiatico) e nonostante l’abbondanza materiale non sia mai stata tanto elevata da quando esiste l’uomo sulla terra, ci dicono che tutto questo non basta e che quindi dobbiamo spendere, aumentare i consumi, farci venire nuovi bisogni. Cosa che peraltro non ci riesce nemmeno molto difficile dato che la moda (il marketing è una vera e propria guerra psicologica dichiarata dalle aziende agli ignari consumatori) o la scarsa qualità di ciò che viene prodotto (l’obsolescenza programmata serve proprio a questo, perché l’attuale sistema economico raggiunge l’optimum se si producono cose che invecchiano o si rompono in fretta, senza peraltro preoccuparsi troppo di andare a vedere dove queste vanno a finire, perché tanto ci sono gli inceneritori, mentre per i rifiuti più difficili da smaltire c’è sempre la possibilità di spedirli nei paesi più poveri e lontani, come nel caso della pattumiera mondiale di rifiuti high-tech che sorge ad Accra o dei rifiuti tossici italiani abbandonati nelle spiagge della Somalia). Bagnai aderisce quindi in toto a quello che è ormai diventato un vero e proprio mantra da un po’ di tempo a questa parte, ovvero che occorre “consumare per produrre” (e quindi indebitarsi per poter consumare, ovvero continuare a rilanciare su un futuro più prospero, in cui le risorse naturali a nostra disposizione saranno sempre maggiori grazie all’opulenza che le nuove tecnologie porteranno a tutti noi).

Il secondo attacco Bagnai lo sferra nei confronti di chi mette in discussione la validità della crescita del PIL come fine ultimo della politica (e di riflesso dell’economia), perché nonostante tutto, da buon economista quale è, considera il PIL come l’asse portante dell’universo economico. “Prendersela con il PIL è demagogia” e ancora “Il semplice fatto di prendersela con il PIL è una conseguenza del fatto che grazie alla nostra superiorità tecnologica abbiamo abbastanza soldi, cioè abbastanza PIL, in tasca da poterci permettere certe riflessioni”. Peccato che il PIL, come Bagnai peraltro sa bene, misuri solamente ciò che viene scambiato con denaro, ovvero solamente ciò che è in vendita nei mercati reali o fittizi che siano. E’ strano come questi economisti continuino a fissarsi su questo indicatore dando per scontato che un aumento della ricchezza materiale (ma solamente quella che è stata scambiata per denaro!) si traduca automaticamente in un effettivo miglioramento della condizione umana (e nessun riferimento alla salute fisica e soprattutto mentale della gente, che secondo il mio modestissimo parere dovrebbe essere il fine ultimo delle decisioni politiche). Insomma penso che non ci sia bisogno di ricordargli l’esempio dell’economista che decidendo di sposare la propria domestica provoca una diminuzione del PIL, anche se nella sostanza non è cambiato proprio niente, almeno in termini di servizi prodotti. Ma oltre agli scambi non monetari il PIL dimentica completamente l’autoconsumo (dall’orto alla preparazione domestica di cibo) anche se la quota di beni e servizi prodotti non è marginale (ed è invece preponderante nei paesi non ancora sviluppati). Occorre poi puntualizzare che chi si occupa di decrescita non mette in atto una critica tout court del PIL, ma solamente di quelli che sono considerati disvalori o disservizi per l’umanità nel suo complesso e che il PIL ignora completamente.

Fino a quando non si toglieranno dal PIL TUTTI i costi che quella produzione comporta (le famose esternalità negative) non saremo così sicuri che un aumento del PIL abbia effettivamente apportato un miglioramento della condizione umana. Come mai a questi economisti non viene mai in mente che un aumento del PIL significa anche un aumento della distruzione delle risorse naturali (peraltro quasi sempre irreversibile)? E non ci vengano a raccontare la favola delle economie dove i servizi rappresentano il 70% del PIL, perché e a livello globale comportano sempre un aumento del consumo di risorse naturali e quindi dei costi che vengono scaricati sulle attuali e future generazioni.
L’estate del 2012 ha portato ad una perdita pari al 40% della calotta polare, le foreste vergini stanno scomparendo ad un ritmo sempre più sconcertante e con esse la biodiversità che secondo l’ultimo rapporto del WWF è diminuita fino al 70% negli ultimi quarant’anni negli ecosistemi fluviali dei climi tropicali (ma anche gli altri ecosistemi mostrano marcate flessioni). Entro il 2025, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell’acqua, i 2/3 della popolazione umana potrà avere problemi legati alla mancanza di acqua potabile, sia perché i ghiacciai delle grandi catene montuose si stanno assottigliando sempre più e sia perché l’acqua disponibile è sempre più inquinata da inquinanti organici e non (compresa quella delle falde sotterranee). Entro 50 anni massimo, secondo gli ultimi dati messi a disposizione da BP nel 2012, dato l’attuale livello di consumi di petrolio le riserve petrolifere accertate sul nostro pianeta (comprese quindi quelle non convenzionali) si saranno esaurite, mentre per gas naturale, uranio e carbone occorrerà qualche decennio in più, ma è questione di una generazione o al massimo due e non avremo più combustibili fossili (che pesano per il 93% dell’energia prodotta per mantenere lo stile di vita dell’intera umanità). Ma lo stesso discorso si può dire anche per le materie prime minerarie – indispensabili a mantenere quell’alto livello tecnologico che ci ha permesso la strabiliante crescita economica dell’ultimo secolo.

Ma la sorpresa più grande l’ho avuta quando leggendo alcune posizioni di Bagnai in merito ai risparmi che deriverebbero dalle pratiche della decrescita: “Perché se ho comprato meno cibo per nutrire la pattumiera, ho più soldi in tasca, no? E con quei soldi cosa ci faccio? Ecco, questo Savonarola non lo diceva … E quindi da una buona decrescita sarà nata una pessima crescita”. Questo perché i soldi risparmiati da un minor consumo o da un minor spreco tanto torneranno in circolo nel sistema sotto forma di risparmi grazie agli intermediari finanziari, contribuendo comunque alla crescita dell’economia. Con questa dichiarazione vengono ridicolizzati i sostenitori della decrescita, che non essendo in grado di capire i meccanismi dell’economia non sono neanche in grado di riuscire nel loro fine. Peccato che proprio il primo “teorema” della decrescita afferma proprio che i soldi risparmiati da una maggior frugalità o da un minor spreco serviranno a diminuire la quantità di ore di lavoro retribuito, condizione necessaria per giungere ad una crescita del tempo libero a disposizione e quindi della felicità degli individui (dubito fortemente che otto ore passate alla catena di montaggio o davanti ad un monitor e con il tipico pallore di chi si abbronza con le lampade a neon in ufficio siano un progresso per la condizione umana).

Decrescita felice significa avere più tempo libero (da dedicare alle passioni umane e alle relazioni interpersonali), l’unico bene per cui gli economisti, keynesiani o dell’MMT che siano, sembra proprio che continuino ad auspicarsi una decrescita (infelice).

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Manuel Castelletti
Laureato in Economia, ho avuto diverse esperienze lavorative (tra cui Ambasciata d'Italia a Buenos Aires, Monte dei Paschi, Freeandpartners, Nestle). "Verso la fine dell'economia - apice e collasso del consumismo" è il mio nuovo libro, edito da Fuoco-Edizioni. http://economiafinita.com

16 Commenti

  1. Bravissimo Manuel, stavo pensando a scrivere qualcosa su queste affermazioni di Bagnai (che per molti è una specie di guru) ma non sarei assolutamente riuscito a scrivere un articolo di questo livello. Forse un giorno bisognerebbe far uscire una specie di contro-storia economica, in particolare che illumini su tutte le storture del boom economico, che resta un idolo positivo per troppa gente.

  2. Bravissimo Manuel, concordo…mi dispiace però che a febbraio la Redazione abbia fatto pubblicità all’ultimo libro di Bagnai, Il Tramonto dell’Euro. Non l’ho ancora letto, è sul mio comodino a “decantare”, in attesa di essere sfogliato. Ritengo sia giusto, se questo è stato l’intento, supportare alcune tesi, se fondate, anche di autori che di decrescita dimostrano di non voler capire, ma leggendo oggi questo post ho avvertito una specie di tradimento da parte del portale della Decrescita, come se le fonti non fossero state adeguatamente verificate.

    • Miriam,
      premettiamo che in questo luogo tutti possono scrivere sui temi relativi alal decrescita. Quelli a favore e quelli contrari (quando le critiche permettono di accendere un dialogo costruttivo).
      Non comprendiamo però il significato del tuo commento e ce ne scusiamo.

      L’articolo da te citato (http://www.decrescita.com/news/?p=4920) è stato scritto da Pier Paolo Dal Monte, membro del direttivo del Movimento per la Decrescita Felice, ed è una recensione di un libro scritto da Bagnai, Il Tramonto dell’Euro.

      L’articolo di Castelletti è una risposta a Bagnai sulle sue posizioni anti-decrescita.

      Sono due cose ben diverse.

      Bagnai viene citato quando scrive un libro su un tema caldo all’interno della galassia decrescentista e viene citato quando, secondo il parere di Manuel, scrive cose non condivisibili sulla decrescita.

      Solo così facendo siamo certi di dare una visione globale a chi vuole capire e sviscerare la Decrescita.

      Le prese di posizione a priori non trovano asilo in questo sito.

      Un caro saluto.

      • Vi ringrazio innanzitutto per la risposta e mi scuso per non aver scritto il mio cognome, cosa che faccio ora.
        Ed è anche la risposta che mi auguravo mi deste. Infatti, scrivevo e ribadisco che è giusto dare ascolto a tutte le posizioni che si ritiene siano importanti nell’ambito della decrescita…non era una presa di posizione aprioristica la mia, nè per l’appunto mi aspetto che qualcuno di voi lo faccia. Ho preso il libro apposta per cercare di capirne di più. mi scuso di nuovo se ho dato questa impressione.

  3. Miriam, io penso che sulla questione dell’Euro ci siano due punti di vista sul NO. Io posso condividere le tesi di Bagnai sull’Euro, però lui pensa che la questione monetaria sia IL problema fondamentale, mentre nella decrescita rappresenta solo l’anello di una catena molto più lunga il cui capo iniziale è molto più in là. Questo vale anche per la MMT e i neokeynesiani in genere.
    Paradossalmente, pur se incidentalmente si possono convidere alcune prese di posizione, forse i neokeynesiani sono i veri avversari della decrescita, più dei postneoliberisti fautori dell’austerità. Perché questi con le loro misure fortemente recessive e inique, volte a mantenere il privilegio sociale, rischiano di apparire più ‘realisti’ dei keynesiani. Se pensi che l’economia sia una scienza esatta con delle leggi verità indubitabili (cosa che in fondo condividono entrambe le posizioni) queste ‘leggi’ (che in realtà sono politiche deliberatamente imposto per mantenere un sistema di dominio) negli anni 50-70 ‘dicevano’ che per rafforzare il capitale era necessario sostenere la domanda aggregata (anche attraverso una serie di misure sociali e di intervento statale), oggi invece, con la grande trasformazione del capitale a partire dagli anni Settanta, ‘chiedono’ le misure di austerità. Il capo del FMI Christine Lagarde, per fare un esempio, è molto più ‘realista’ e ‘obiettiva’ (mi raccomando fate caso alle virgolette) di Bagnai.

    PS: immagino che il buon Manuel non sarà molto d’accordo nella mia presentazione dell’economia come una politica di dominio, ma in un commento devo cercare di non essere troppo prolisso. Diciamo che c’è posto importante per una scienza che sappia integrare, sulla scia di Georgescu Roegen, economia, ecologia e scienze naturali (ma anche umane).

  4. Igor, sono contenta che tu abbia voluto intervenire. Io, socraticamente, so perfettamente di non sapere, cosa che dovrebbe donarmi un’aura di saggezza, ma che in realtà, in questo mio personale momento di risveglio (più che intellettuale) direi neuronale, mi getta in uno stato dubitativo notevole.
    Cerco con tutte le mie forze di imparare, strenuamente imparare, a scegliere cosa è buono e cosa non lo è e, per farlo, ritengo di dover studiare a fondo le tematiche relative alla decrescita, perché pur ritenendo le pratiche decrescentiste un’ottima cosa, direi sacrosante, sento che questa mia rivoluzione personale ha bisogno di salde fondamenta teoriche.
    Pur non avendo studi economici da cui partire, non penso affatto che l’economia sia una scienza esatta: per me, che ripeto, non ne capisco molto, ha più affinità con la psicostoriografia di Asimov che con la matematica
    (adesso Manuel Castelletti è sicuramente inorridito!). Cioè: se davvero è oikos nomea dettata dal buon senso, mi sembra che si sia allontanata moltissimo dal suo scopo principale e che sia diventata fumosa e fantascientifica.
    Sono assolutamente d’accordo con te sulla differenza che c’è tra realtà e percezione della realtà e credo anche che tutto oggi, ogni forma di politica e di comunicazione, sia basata sulla percezione della verità e non sulla verità stessa. Per questo, ritorno al punto iniziale: so di non sapere e voglio ardentemente imparare.
    Riguardo la questione Bagnai, ho sicuramente sbagliato a ritenere che potesse esserci contraddizione tra il post di Manuel e quello di Pier Paolo Dal Monte, nell’ottica di una discussione serena sul tema euro che possa tenere conto di tutte le posizioni. Io ho solo sentito uno stridore di fondo, piuttosto indistinto allo stato attuale delle mie conoscenze, a cui tu hai dato più nitidezza spiegandomi le posizioni assunte dalle nuove scuole di pensiero economiche.
    Come sempre, grazie.

  5. Le mie considerazioni riguardano solamente la critica nei confronti della decrescita portate avanti dal Professore Alberto Bagnai. Diversamente condivido in toto la sua analisi sull’area euro, che senza quel bilancio federale che operi in modo automatico il trasferimento dei tributi dalla aree economiche più competitive a quelle più svantaggiate (come del resto succede nell’altra grande unione monetaria, gli USA), è destinato a saltare perché è impensabile che l’economia greca o quella portoghese possano tenere il passo della Germania o dell’Olanda.

    Ma queste rimangono buone considerazioni all’interno di un sistema economico i cui valori di fondo sono l’interesse egoistico materialista, la competizione di tutti contro tutti, il produttivismo e lo sfruttamento dei più deboli. Ma è sempre bene ricordare che questi valori non sono universali, ma specifici del particolare momento storico che stiamo vivendo.

  6. Mi pare che il punto dell’ articolo di Bagnai sia sfuggito ai più: se da domani il mondo intero riciclasse tutta la carta, arrestando gran parte della deforestazione, il PIL non diminuirebbe, o al più non di molto; certo andare a tagliare qualche ettaro di foresta, portare via il legno e lavorarlo per avere carta e poi venderla FORSE (non ci giurerei) fa più PIL a livello di indotto che non raccogliere carta usata, lavorarla ed avere carta da vendere, e sottolineo il forse.
    Il punto principale però è che dal punto di vista del consumatore finale non cambia molto: lui consumerà sempre lo stesso quantitativo di carta, che però avrà un costo diverso (+ o -, quindi il PIL forse cresce e forse scende) e soprattutto avrà richiesto meno consumo di risorse durante la produzione, senza che vi sia il bisogno di consumare meno prodotto finito: consumi (compri) uguale consumando (risorse) di meno.
    Una frase che non avete riportato dall’articolo e che è molto importante è questa: “Ma il progresso tecnologico (cioè la crescita) è proprio… la decrescita! Già. Perché è grazie al progresso tecnologico che le nostre tecnologie possono diventare meno inquinanti (vedi le case teutoniche), e che i nostri consumi si riallocano da beni materiali a beni immateriali. La crescita del Pil non è più fatta solo di altoforni e centrali a carbone. È fatta anche di sviluppo software, agricoltura biologica certificata (e quindi servizi di certificazione), istruzione terziaria, energie rinnovabili, ecc. Tutti consumi ad alto valore aggiunto, che si associano a crescita del Pil (la mela biologica costa più di quella tradizionale, e forse finisce ugualmente nella pattumiera: in ogni caso, non abbiamo necessariamente decrescita, anzi…).”
    Non bisogna produrre meno, bisogna produrre MEGLIO.

    • Non dimenticare però che è grazie al progresso tecnologico che c’è stata una vera e propria esplosioni di problemi sempre più complessi da affrontare (dal rischio di guerre e disastri nucleari all’inquinamento di tutti i generi passando da malattie come lo stress, i tumori e quelle cardiovascolari).

      Certo, esiste un progresso “buono” (quello che permette di utilizzare meno risorse naturali) ed uno meno buono, ma non dimenticare che nel complesso un’economia avanzata e quindi molto terziarizzata (tipo UK o Usa) comunque consuma più risorse naturali e quindi inquina di più all’aumentare del PIL (ad esempio la Banca Mondiale fornisce questi dati, se ti interessano te li mando).

      Poi occorre sempre tenere a mente il rapporto tra uomo (che non è una macchina!) e tecnica. Ti linko un articolo che ho scritto su questo tema: http://www.decrescita.com/news/?p=4987

  7. Un bell’articolo senza dubbio, Bob Kennedy sarebbe fiero della tua disamina sul PIL. Lui si accorse 45 anni fà che il PIL sarebbe stata la fregatura o la causa dei disastri economici del futuro, così come capì che mettere nelle mani delle banche private l’emissione della moneta sarebbe stato un atto destinato a consegnare alle stesse tutto il potere di controllo sull’economia. Credo comunque che Bagnai, nell’asserire che il sistema “Euro” è ormai nella sua fase di tramonto non abbia tutti i torti, di sicuro un eventuale politica economica post uscita dall’Euro non è stata ancora messa a punto da nessuno.

  8. bell’articolo. complimenti per la chiarezza. Mi ha fatto venire voglia di tirare di nuovo fuori i manuali di economia e rileggermeli con un occhio più critico e smaliziato di quello che avevo da studente.

  9. Non per difendere Bagnai, che si difende da solo, se vuole, ma io, leggendo il di lui post e successivi commenti, con un rimando ad altre discussioni che si riferivano ad interventi di Grillo sulla decrescita, ho capito che veniva proposto il dubbio che la decrescita fosse esclusivamente riferita ai ceti medio-bassi. In pratica si questionava di una strumentalizzazione della decrescita come giustificazione del risultato finale di politiche neoliberiste di impoverimento dei popoli. Una strumentalizzazione è sempre possibile, ma la decrescita mira a far rispettare gli equilibri da tutti e non può essere semplicemente un fatto volontario, deve essere coercitivo. Senza il divieto di fumare si sarebbe tutti soggetti al fumo passivo.

    • La decrescita (felice) non è affatto riferita ai ceto medio-bassi, tutt’altro. Se tutti dovessimo avere l’impronta ecologica pro-capite che garantirebbe la sostenibilità delle risorse del pianeta vedresti che sarebbero proprio i più ricchi a dover diminuire e di molto lo stile di vita, mentre i più poveri potrebbero paradossalmente avere diritto ad un aumento del consumo di risorse naturali.

      La speranza è che alla decrescita (felice) ci si arrivi con un cambiamento dei valori (e quindi volontariamente), anche perché la coercizione rischierebbe di portarci ad un sistema totalitario (che come ben dimostrano gli esperimenti della storia del secolo XX è tutt’altro che auspicabile).

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