Iniziata la decrescita italiana: rendiamola felice!

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In questo periodo dove i politici spopolano in un clima oramai da campagna elettorale, tra tentativi di alleanze, scissioni e provocazioni varie, può essere interessante rivolgere l’attenzione all’argomento sempre sulla bocca dei loro discorsi, ossia l’Italia, per scoprire che cosa si nasconde esattamente dietro alle semplificazioni sloganistiche del tipo ‘paese che non cresce’, ‘nazione in declino’, ‘necessità di cambiamento’, ecc.

In realtà, chi usa come bussola per orientarsi I limiti dello sviluppo e in particolare il suo scenario-base (quello cioé basato sui trend realmente verificatisi negli ultimi quarant’anni) riesce a intravedere molto di più di un semplice inceppamento del motore della crescita.

 

L’Italia – insieme a molte altre nazioni occidentali – si è di fatto instradata sul sentiero delineato da tale previsione: crescita economica, consumo energetico e produzione di cereali hanno raggiunto il picco nel 2005-2008 per poi declinare inesorabilmente.

 

Fonte: Banca Mondiale

Fonte: FAO

Il crollo della natalità, invece, seguendo il modello della transizione demografica, si è già verificato tra gli anni Settanta e Ottanta.

Un grafico che invece mostra una spiccata propensione a salire è quello relativo al rapporto debito pubblico/PIL.

Sulle cause del debito pubblico italiano si potrebbe discutere all’infinito e non voglio certo ignorare alcune motivazioni comumente addotte, in particolare gli impieghi improduttivi e assistenzialistici del debito e la massiccia evasione fiscale. Tuttavia, allargando il discorso, debito e crescita (ed energia) sono strettamente legati: indebitandosi è possibile attivare investimenti che, se fanno ripartire a dovere l’economia, consentono di ripagare ampiamente le passività iniziali; Keynes docet. Tuttavia, se qualche incognita a livello sistemico (cioé indipendente dalla capacità dei governanti) impedisce all’economia di crescere, il debito finisce per assomigliare a una metastasi cancerosa, alimentando al più quelle bolle speculative che hanno contrassegnato gli ultimi vent’anni (bolla della new economy, bolla edilizia USA, ecc.) illudendo per poi scoppiare fragorosamente. I limiti dello sviluppo parla chiaro: la crescita economica che fino a poco tempo fa il debito riusciva a sostenere grazie alle risorse naturali a basso costo e all’impatto ancora relativamente modesto delle esternalità (inquinamento e sovrappopolazione in primis), appartiene a un passato non ripetibile. Il recente varo da parte del governo Gentiloni della flat tax per attirare miliardari stranieri e intercettare i loro investimenti è emblematico per capire quanto siamo giunti alla frutta, dal momento che persino i paladini della crescita virtualmente escludono qualsiasi possibilità di ripresa interna al paese.

Da tutto ciò se ne deduce che i dibattiti legati all’Euro sono in gran parte farlocchi, non perché siamo di fronte alla valuta migliore possibile (tutt’altro) ma perché qualsiasi proposta alternativa si basa sull’idea di tornare a crescere grazie alla svalutazione competitiva, alla copertura del debito attraverso l’acquisto di titoli di stato da parte della banca centrale, ecc. Si ragiona su come stampare denaro quando in gioco è la stessa possibilità di creare fisicamente ricchezza, si rischia insomma di parlare di carta straccia.

Come dovrebbe la politica gestire la transizione da una decrescita lacrime e sangue (perché subita) a una felice (dove cioé si cerca di cavalcare l’onda invece di esserne travolti)? Difficile immaginare domanda più complessa. Alcune coordinate di riferimento però ci sarebbero e andrebbero valutate seriamente almeno da chi non crede più nelle chimere di ripresa:

  • rapporti internazionali: l’attuale UE è un mostro di tecnocrazia, tuttavia è fin troppo facile giocare a fare i sovranisti ignorando che il nostro paese è legato a doppio filo ad alcune importazioni fondamentali; si può e si deve diminuirne la dipendenza (specialmente dagli idrocarburi) ma il problema rimane. Vanno valutate quindi opportune forme di cooperazione internazionale per integrare le rispettive esigenze economiche, qualcosa di simile all”Europa autarchica’ di cui ha scritto varie volte Massimo Fini;
  • assecondare efficacemente il calo della natalità: la riduzione delle nascite è molto positiva sul piano della sostenibilità, ma una popolazione in continuo invecchiamento  sarà capace di raccogliere la sfida della resilienza? Anche perché gli attuali nonni appartengono oramai alla generazione dei baby-boomer, ossia l’insostenibilità per antonomasia, quindi gli intramontabili ‘rimedi della nonna’ rimandono a generazioni perdute. Occorre quindi pensare un percorso di ‘rieducazione culturale’ (virgolette d’obbligo visti i ricordi sinistri che l’espressione può riportare alla mente!) per questa categoria di persone, molto meno avvezza dei giovani rispetto a certe problematiche ineludibili;
  • stato sociale: ovviamente un’economia in depressione costringerà a prendere delle decisioni su servizi e strutture che lo stato potrà ancora permettersi di garantire. Trasferire alcune funzioni a enti locali e potenziare le risorse della comunità è un aspetto centrale per garantire una sufficiente sicurezza sociale, specialmente se lo stato dovesse definitivamente implodere da un momento all’altro in stile Argentina 2001, per intenderci;
  • più investimenti per il futuro e meno per il presente: tematica strettamente correlata alla precedente. Lo sviluppo industriale si è dato come missione storica di allungare la vita umana rendendola sempre più comoda, a spese però della biosfera: proseguire su questa strada troncherebbe per sempre qualsiasi speranza alle generazioni future. I cospicui investimenti destinati agli ulteriori incrementi della speranza di vita e allo sviluppo dell’automazione totale (anche di attività obiettivamente non pericolose e non alienanti) sarebbe meglio rivolgerli a tecnologie a basso impatto e opere per la salvaguardia ambientale (indirettamente, si combatterebbero il cancro e altre patologie legate al degrado ecologico);
  • problema ricchezza: “…senza la crescita, le tensioni sociali rischiano di diventare drammatiche. Se la torta del reddito non aumenta, la vita di un sistema sociale diventa un gioco a somma zero: non si può migliorare la propria condizione senza peggiorare quella di qualcun altro. Il che, in sostanza, significa che il nucleo dell’azione politica diventa la redistribuzione del reddito: più arbitrio dei governanti nell’allocazione delle risorse, meno libertà per individui e imprese. Di qui tensioni sociali, invidia di classe, aumento dei conflitti interni. Nessuna società moderna, finora, ha ancora imparato a convivere con un ammontare di risorse che resta constante nel tempo, o addirittura si restringe ogni anno”, scrive Luca Ricolfi in L’enigma della crescita. E’ giunto il momento di apprendere e di mettere in discussione chi si arraffa pezzi di torta troppo grossi; occorre insomma una critica della ricchezza che però non si proponga di rivendicarla. Una giustizia eco-sociale che sappia attingere dal meglio del cristianesimo (con o senza fede religiosa) e del socialismo, come vagheggiato da Jacopo Simonetta, potrebbe essere l’essere la narrazione ideale per sostenere questo sforzo?;
  • stay human: la lotta al razzismo, la conquista di diritti da parte di donne e altre categorie discriminate insieme a molte altre battaglie di civiltà, sotto molti punti di vista, hanno tratto vantaggio dall’espansione economica che, emancipando dal bisogno, ha accresciuto la visibilità e lo spazio di discussione per queste istanze. Adesso arriva il difficile: credere veramente in certi valori, dimostrare che non si trattava di situazioni contingenti possibili grazie a maggiori redditi; fare anche dei sacrifici, se necessario, per non buttare a mare decenni di lotte e avanzamento sociale. Vedendo la barbarie culturale orgogliosamente ostentata anche da molte persone della vasta galassia ‘alternativa’, credo si tratti della sfida più delicata.
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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

4 Commenti

  1. Gran bell’articolo anche se mette paura parlare di certe cose e vedere come le direzioni prese siano tutt’altro che quelle necessarie per risolvere la situazione. Diceva Jay Forrester “La gente sa intuitivamente dove si trovano i punti sui quali far leva. Più di una volta ho fatto un’analisi di un’azienda e ho capito dov’era un punto di leva. Poi sono andato in quell’azienda e ho scoperto che tutti lo stavano spingendo nella direzione sbagliata!” (riportato in: Donella Meadows Punti di leva: dove intervenire in un sistema Con un’introduzione di Ugo Bardi).
    Così in Italia avviene (ma forse avviene così in tante altre parti del mondo) che per molti il problema è quello delle culle vuote e degli incentivi da dare a chi fa un altro figlio (non ho mai sentito nessuno criticare queste posizioni).
    Durante il regime fascista mi pare ci fossero dei premi per chi faceva dei figli e delle penalità per chi non li faceva (o che non si sposava).
    Si volevano otto milioni di baionette perché bisognava costruire un impero.
    Penso che i valori che stavano sotto quelle scelte non siano tanto diversi da quelli che stanno sotto i discorsi che si fanno attualmente (forse adesso alla parola d’ordine di “costruzione dell’impero” si è sostituito quella di “scontro di civiltà”).
    Ciao
    Armando

    • Grazie Armando. Hai ragione, penso però che talvolta la popolazione su alcune questione è più avanti dei governanti, vedi il fertility day che più di gran risate in faccia non ha riscosso.

  2. Articolo davvero eccellente per le riflessioni e lo stile divulgativo. Devo dire che i blog ci salvano da una stampa di partito affogata nel politicamente corretto e semplicemente inutile da leggere. E quando scrivono di decrescita, hanno più domande che risposte. Chiedono al lettore?
    Il problema e’ sempre come presentare la decrescita alle masse e ai poteri economici, dopo 50 anni in cui il mantra era solo più crescita e più libertà. Il benessere, sul quale non voglio sputare, ci ha portato a non saper collaborare, a non saper accettare divieti (che talvolta producono più libertà e non meno) e a sprecare. E’ come una famiglia dove sono finiti i soldi e ci si accorge di non essere davvero una famiglia.
    Ho la sensazione che la politica stia aspettando che le cose peggiorino per avere più carta bianca, cioè piu potere da una sospensione emergenziale della democrazia, e cittadini più facili, avendo messo da parte diritti e pretese dei bei tempi. Crisi economiche e migratorie, poi ecologiche, rischiano di diventare le chiavi del governo, dopo la fine del grande paciere politico che era la crescita.
    Grazie per l’articolo. Un saluto.

    • Ti ringrazio moltissimo per i complimenti e ne approfitto per ringraziarti perché condividi spesso social i contenuti di Dfsn o del mio Insostenibile. Quanto ai blog però eviterei le generalizzazioni perché ci sono troppi siti di fake news che spopolano sui web e con i quali non ho nulla da spartire.

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