Invece della decrescita felice

3
1778

In linea generale, ho più simpatia per un nemico che accetta dignitosamente la sconfitta, rimanendo fedele al suo vecchio credo, anziché per chi, stranamente (e soprattutto tempestivamente) viene folgorato sulla Via di Damasco rimanendo saldamente sulla cresta dell’onda (e attaccato alla poltrona).

Quando ero un giovane simpatizzante del cosiddetto movimento no global, i tre apologeti del neoliberismo che detestavo di più erano Jeffrey Sachs, Thomas Friedman e Larry Summers.

I primi due – strana la vita! – dopo aver dipinto per anni gli ecologisti come patetici disfattisti ed essersi fatti grasse risate del riscaldamento globale del pianeta, della perdita di biodiversità e di altri problemi ambientali, oggi si sono scoperti paladini dello sviluppo sostenibile. Summers invece è rimasto fedele alla linea, ragion per cui non sta passando un bel periodo. Ma lasciatemi presentare brevemente il personaggio.

Lawrence ‘Larry’ Summers, Chief economist della Banca Mondiale, dirigente del Dipartimento del Tesoro sotto Clinton e Segretario al Tesoro di Bush II, agli occhi di un giovane no global come me incarnava perfettamente la figura del burocrate grigio e cinico che, con qualche firma su pezzi di carta, rovina la vita di milioni di persone. Se a ciò si aggiunge un narcisismo esasperato (ha fatto scrivere sul sito Web del Dipartimento del Tesoro che, durante la sua permanenza ai vertici del dicastero, si è verificato il più lungo periodo di crescita sostenuta nella storia statunitense) e un’arroganza sprezzante, difficilmente una persona del genere potrebbe ispirare la benché minima compassione, in qualunque circostanza.

Eppure, non posso non provare empatia per il vecchio Larry, pensando all’angoscia provata il 14 novembre 2013 davanti ai colleghi del Fondo Monetario Internazionale, in una drammatica ammissione dove ha sconfessato tutto il suo credo economico.

In pratica, Summers ha dichiarato che ci aspetta un periodo di stagnazione secolare, di non illudersi che la fine del panico dei mercati possa significare un rilancio della crescita. Certo, la predizione non si basa sulle leggi della termodinamica o altre considerazioni di carattere ecologico – non ha letto Georgescu-Roegen, Daly o Bonaiuti – ma solo su valutazioni di ordine strettamente finanziario, fatto però che rende ancora più drammatica la sua constatazione:

Ricordo che agli inizi della Amministrazione Clinton ci impegnammo in un complesso di previsioni economiche globali di lungo periodo. Il PIL reale del Giappone di oggi è quasi la metà di quello che credevamo sarebbe stato, e di quello che credeva parimenti  la World Bank. Un pilastro fondamentale sia dei modelli classici che di quelli keynesiani è che tutto si risolva in fluttuazioni attorno ad una media determinata e che quello che c’è bisogno di fare è avere minore volatilità. Io mi chiedo se un complesso di idee più lontane nel tempo… che consistevano nell’espressione “stagnazione secolare”, non abbiano una importanza profonda nella comprensione dell’esperienza del Giappone, e possano non essere irrilevanti anche per la stessa esperienza dell’America…

Ora, questa può essere tutta follia e può darsi che io abbia del tutto torto. Ma a me sembra che dopo quattro anni dall’impegno di successo contro la crisi, non c’è alcuna prova di una crescita che stia ripristinando l’equilibrio…Dunque, la lezione che complessivamente io traggo da questa crisi – che devo dire il mondo non ha granché assimilato – è che non è passata finché non è passata, e che non è certamente questo il momento, e che non può essere giudicata in relazione alla dimensione del panico nel sistema finanziario, e che possiamo aver bisogno negli anni a venire di pensare a come gestire una economia nella quale il tasso di interesse nominale a zero sia un fattore di inibizione cronico e sistemico dell’attività economica, che trattiene le nostre economie molto al di sotto del loro potenziale”.

Una riflessione davvero amara per Summers, una specie di rivisitazione in salsa neoliberista de La mia generazione ha perso di Giorgio Gaber. In prospettiva, i rinnegamenti di Sachs e Friedman e il de profundiis della crescita di Summers sono più significativi delle critiche di Latouche o Pallante, venendo da convinti paladini del PIL.

Tuttavia, la fine della crescita non significa automaticamente l’inizio della decrescita felice. Chi detiene potere e privilegio cercherà di condizionare il sistema che succederà al capitalismo per mantenere invariati il più possibile gli squilibri gerarchici, con le relative ingiustizie. Diamo ai detrattori della decrescita felice qualche elemento per ragionare sulle possibili alternative, partendo da oggi, dalla delicata fase di transizione descritta da Summers. Qualcuno sta già aprendo gli occhi, anche al di fuori dell’ambito della decrescita.

Il giornalista Paolo Gila ha scritto un libro dal titolo Capitalesimo, descrivendo come il capitalismo attuale, a suo giudizio, stia degenerando in una sorta di feudalesimo post-moderno.

Ovviamente, se presa alla lettera, è una provocazione esagerata, tuttavia si apre a interessanti suggestioni. L’ideologia meritocratica liberale basata sulla mobilità sociale viene a scontrarsi con la realtà di una società per ceti, dove il potere si trasmette per via ereditaria in forma neo-aristrocratica: oramai si sono radicate dinastie industriali, finanziarie e addirittura politiche, persino nelle nazioni culla del liberalismo (negli USA, si pensi alle famiglie Bush e Clinton); la politica ‘democratica’, burattinata dalle grandi lobby, assume una deriva oligarchica; la disuguaglianza sempre più polarizzata è un dato accettato e spesso salutato favorevolmente. Le migrazioni dal Sud del mondo hanno originato nuove tratte degli schiavi e la delocalizzazione produttiva ha riportato in auge condizioni di lavoro spesso da non far invidia all’età della gleba. La società si gerarchizza in rapporti di neo-vassallaggio. Gli ordini professionali assomigliano sempre di più alle antiche gilde, per chiusura e conservazione del privilegio. La finanziarizzazione dell’economia ha nuovamente legittimato il guadagno attraverso la rendita, che secondo il pensiero dei Lumi contrassegnava la condizione parassitaria della nobiltà. Pullulano le proposte di riforma costituzionale basate sul rafforzamento delle prerogative dell’esecutivo, in una sorta di ritorno all’assolutismo. La separazione dei poteri propugnata da Montesquieu è violentata da conflitti di interesse di ogni genere. Gli stati-nazione cedono forzatamente potere a vantaggio di entità sovranazionali, che ricordano moltissimo i vecchi imperi medievali. Il famigerato TTIP, il trattato di libero scambio USA-Europa, concede alle imprese transnazionali nuovi privilegi e diritti di servitù. I contractor, le compagnie militari private, vestono i panni dei mercenari del XXI secolo. Guantanamo e Abu Ghraib hanno promosso il ritorno della tortura facendosi beffe dell’habeas corpus. Il pensiero unico economico ha sostituito il cattolicesimo quale credenza obbligatoria, la trasgressione dei suoi dogmi è punita da istituzioni – Fondo Monetario Internazionale, WTO, BCE, Agenzie di rating – meno sanguinarie dell’Inquisizione, ma ugualmente rigide e inflessibili: l’ingiunzione biblica “non avrai altro Dio all’infuori di me” è rimpiazzata dal motto thatcheriano “non c’è alternativa”. La conoscenza è appannaggio di pochi e viene protetta severamente da intrusioni, mentre la sua condivisione è combattuta attraverso licenze, copyright, diritti di esclusiva. All’ansia millenaristica per l’imminente seconda venuta del Messia si sostituisce lo spettro dell’apocalisse nucleare, della minaccia terroristica, della catastrofe ecologica.

Si potrebbero trovare altri parallelismi, per cui l’intuizione di Gila non è solo un espediente di marketing per dare un titolo accattivante a un libro. La crescita economica, nel capitalismo, rappresentava l’unico modo per garantire (almeno sul piano materiale) un certo grado di redistribuzione egualitaria alle classi subalterne e ai paesi meno ricchi: venuta a mancare, il mondo finisce per dividersi drammaticamente tra sommersi e salvati, a fronte di una torta sempre più piccola con i commensali più ingordi che non vogliono ridurre le loro porzioni. Fino a quando, ovviamente, i pesci piccoli cominciano a scarseggiare e i pescecani si fronteggiano muso a muso. Focolai di tensione come quello ucraino, dove l’ex granaio dell’URSS viene tirato per la giacchetta da USA e Unione Europea da una parte e dalla Russia dall’altra, rischiano di essere il preambolo di scontri ben più drammatici.

Per il momento, gli schieramenti politici favorevoli all’ideologia della crescita, da destra a sinistra, di fronte alle fosche prospettive di Sumemrs non sono capaci di elaborare alternative convincenti alla decrescita felice, malgrado le continue critiche e derisioni: insistono nel tirare al campare con le vecchie politiche rivedute e corrette (al ribasso, per chi occupa i gradini più bassi della scala sociale). Complessivamente, in Occidente negli ultimi trent’anni riesco a individuare un solo progetto politico degno di questo nome per mantenere la crescita e purtroppo (ma anche inevitabilmente, direi) si tratta di un modello ben poco raccomandabile: il neoconservatorismo statunitense.

I think thank ideologici del neoconservatorismo – organizzazioni come il PNAC (Project for a New American Century) o l’Heritage Foundation – rendono benissimo l’idea di come si possano fondere insieme talvolta brillantezza intellettuale e indole criminale. Quasi dispiace che la parola ‘neoconservatore’ rimarrà probabilmente legata nell’immaginario collettivo alla figura inetta e patetica di George Walker Bush, forse sarebbe più giusto associarla a geni del male meno noti ma sicuramente più capaci del viziato figlio di papà texano.

Intendiamoci, l’implementazione completa dell’ideologia neoconservatrice avrebbe sicuramente provocato, in tempi discretamente rapidi, lo scoppio della terza guerra mondiale e la trasformazione della Terra in un’enorme nebulosa radioattiva, quindi dobbiamo solo ringraziare che gli intellettuali neoconservatori siano finiti nella ‘pattumiera della storia’ – usando una celebre espressione di Lev Trotsky – insieme a Bush jr. Tuttavia, bisogna riconoscere che hanno tentato l’unico progetto coerente per mantenere la civiltà della crescita e ‘giustamente’ non poteva che essere spaventoso: occupazione sistematica di aree strategiche per le materie prime (petrolio in primis) e il transito di oleodotti e gasdotti; aumento della spesa militare e sospensione dei trattati di disarmo atomico, con conseguente militarizzazione dello spazio; politica di contenimento e progressivo accerchiamento della Cina, la cui crescita cozzerà a breve con le pretese statunitensi. L’amministrazione Obama non ha certo effettuato una brusca inversione di rotta rispetto a questi principi, ma li segue in modo molto meno convinto.

Molto spesso il neoconservatorismo è stato associato a frasi come “la leadership americana è un bene sia per l’America che per il resto del mondo” (tratta dal sito Web del PNAC); sono però convinto che ce ne sia un’altra, molto più prosaica, che rende meglio i valori fondamentali che lo caratterizzano.

Mi riferisco a “lo stile di vita americano non è negoziabile”, espressione usata per la prima volta dai rappresentanti dell’Amministrazione di Bush sr al summit sul clima di Rio de Janeiro 1992 e poi ripetuta come mantra in conferenze analoghe successive. Siccome un cittadino statunitense medio ha un’impronta ecologica sei volte superiore a quella della media terrestre e consuma quasi il doppio di elettricità di un tedesco, forse la frase andrebbe interpretata correttamente così: “i consumi del popolo americano non sono negoziabili”, che suona effettivamente come una dichiarazione di guerra al resto del mondo. In fondo, subito dopo la tragedia dell’undici settembre, che cosa disse il presidente alla nazione? Di pregare o di compiere altre azioni tipiche della tradizione conservatrice americana? Assolutamente no, li invitò caldamente a uscire di casa e fare shopping.

Tante improvvisate Cassandre – Renzi l’ultimo in ordine in tempo – ammoniscono che ‘la decrescita non può mai essere felice’. Ed è vero, nel senso che la loro alternativa alla decrescita felice – mantenere lo status quo a fronte di meno risorse – può condurre solo a grande infelicità. Fino a quando potremo consolarci con lo shopping, avranno sicuramente ragione loro.

Immagine in evidenza: Leviatano nell’affresco del “Giudizio Universale” (particolare); dipinto da Giacomo Rossignolo (1524-1604) – Madonna dei Boschi, Boves (CN), Italia (Fonte: Wikimedia commons)

CONDIVIDI
Articolo precedenteDecostruendo Contro la decrescita #3
Articolo successivoDiritto di replica #1
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

3 Commenti

  1. ” Se l’Europa rischia di ricadere in recessione, l’America continua a crescere al di là delle previsioni. L’economia americana ha accelerato infatti al 3,5% nel terzo trimestre dell’anno, confermando il giudizio della Federal Reserve sulla crescente solidità della ripresa.

    Il Prodotto interno lordo degli Stati Uniti tra luglio e settembre è stato sostenuto da investimenti aziendali e spesa dei consumatori, una ricetta che potrebbe avviare l’economia americana, dopo sei anni di ripresa, su una strada di espansione sostenibile e consentire alla Banca centrale un futuro aumento dei tassi di interesse senza eccessivi rischi di danneggiare l’attività e la fiducia degli operatori economici e finanziari.” (Il Sole 24 ore, 15 dic. 2014)

    Gli USA, a dispetto di quanto avviene nel resto del mondo, hanno una prerogativa unica: la FED stampa tutta la carta moneta che ritiene necessaria.
    E’ ovvio che, a suon di miliardi di dollari, si riesca a puntellare l’economia.
    L’economia americana è “costretta” a crescere perchè è fortemente indebitata.
    L’interesse americano diventa anche l’interesse dei suoi numerosi creditori: Cina in testa.
    E’ impensabile un default di questo paese. Allora, nonostante i fondamentali di questa economia siano fallimentari, con un debito pubblico che supera il 126% del PIL: in cifre, oltre 17 mila miliardi di dollari, la “locomotiva” ha ripreso la sua marcia.
    Tutti sono contrari al doping ma l’Europa stessa aspetta, con trepidazione, che la “locomotiva americana” riprenda la sua marcia.

    L’America è un grande paese, assolutamente plurale e non mancano certo le voci che, con sempre maggiore insistenza, denunciano the limits to growth.
    Tuttavia la spinta a crescere è piu’ forte di tutte le altre e sarà così fino a quando, tramite la sua potenza economica, finanziaria, militare, riuscirà a dettare al mondo le proprie regole.
    E’ il principio dei vasi comunicanti: piu’ gli USA crescono piu’ qualcun altro, già debole, si indebolisce ulteriormente.
    L’America ha a disposizione due strumenti formidabili che aziona entrambi e che hanno una potenza superiore a quella bellica: stampare moneta a piacimento, i dazi doganali.
    Me ne verrebbe in mente un’altro, solo apparentemente fuori tema: l’impunibilità e l’incompetenza dei tribunali internazionali nel diritto a giudicare chi si è macchiato di crimini contro l’umanità o delitti contro la persona a sfondo politico oppure semplice violata consegna durante il servizio. Penso a Guantànamo ma anche alla vicenda Sgrena-Calipari, al rapimento di Abu Omar in Italia da parte della CIA.

    Il fatto è che se l’ordine mondiale non è in grado di reagire a queste “regole”, così non è per Gea; la quale se ne frega dei regolamenti umani, della politica di potenza, degli imperialismi.
    Per un pò ha sopportato; ora inizia a reagire, a modo suo, alle troppe violenze che riceve.
    Da studi recenti risulta che, nonostante tutto, l’aumento di tre ordini di grandezza delle emissioni di CO2, siano in parte riassorbite ( + 16% di capacità di riassorbimento) per via della crescita in altezza delle piante ( l’anidride carbonica è fondamentale al ciclo biologico dei vegetali) ma questo dato non consoli e non crei illusioni: tutto ha un limite e varcarlo crea situazioni di non ritorno.
    Ma parlare di tutto questo è come dare perle ai porci.

    • Secondo me più che la stampa di denaro in sé sono il fatto di essere il primo esercito del mondo e il pagamento del petrolio in dollari a sostenere l’emissione di denaro-spazzatura… penso che qualsiasi altra nazione che si comportasse in questo modo con la propria moneta sarebbe già a pezzi.

  2. Concordo con Gila sulla possibilità di un nuovo feudalesimo, personalmente è una cosa a cui penso da tempo. Se ci ragioniamo bene il feudalesimo era un sistema socio economico in cui il potere risiedeva nel controllo della terra. Il sovrano assoluto si garantiva la fedeltà della classe dominante (la casta dei guerrieri) con elargizioni di feudi. Il mondo diviso in due parti: chi aveva poteri e diritti grazie al controllo della terra e chi non aveva che doveri.
    Oggi il vero potere è nelle mani di chi gestisce la finanza. La ricchezza si sta sempre più concentrando nelle mani di pochi. Si sta consolidando una nuova aristocrazia fondata sul controllo finanziari del mondo. Vediamo bene come il destino di interi paesi sia nelle mani di poche agenzie che manipolano il mitico spread in finzione di interessi particolari. Da una parte una ristretta cerchia di feudatari-finanzieri, dall’altra una massa sempre più numerosa di precari-disoccupati-servi della gleba ed in mezzo un gruppo che galleggia cercando i favori dei potenti.
    La democrazia è ormai ridotta ad una farsa di vuoti rituali per fare contento il popolo, tanto le decisioni sono prese altrove ed imposte ai burattini che di volta in volta si prestano a recitare la parte di governanti.

Lascia un commento

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.