Italia, le chiavi di lettura

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Come si fa a “leggere” dentro alla nostra società? Come si può tentare di capire il grande malessere che, ormai, sfocia in senso di sfiducia verso la politica e le istituzioni?
Io resto fermamente convinto che la chiave di lettura principale resti l’economia, il sistema produttivo articolato nel primario, secondario, terziario e quarto settore (ammesso che esista davvero). Passando, ovviamente, dalla finanza nazionale e internazionale.
Sono sempre piu’ convinto che l’Italia, in fondo, non esista, non sia mai esistita come entità unitaria.
Sul finire dell’Ottocento, la classe dirigente si accorse che il nostro era un Paese arretrato, eminentemente rurale. Per cui iniziò, a tappe forzate, l’industrializzazione. Videro la luce industrie come l’Ansaldo, l’ILVA, la FIAT. Un sistema di imprese funzionanti a vapore, in un Paese che era sostanzialmente sprovvisto di carbone e doveva necessariamente importarlo (prima dalla Germania, poi dall’Inghilterra). Lo stentoreo sviluppo industriale e la conseguente crisi dei grandi gruppi, soprattutto nei primi anni del Novecento, fu la ragione vera e non dichiarata dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Notate il passaggio: queste aziende, nate decotte, si sono ravvivate grazie alle commesse di guerra. Potevano decidere in modo unilaterale i prezzi delle armi e accessori prodotti, perchè il Parlamento legiferava che i costi di guerra fossero meno importanti della produzione del materiale bellico, per cui il controllo dei prezzi venne sottratto alla Corte dei Conti. Dopo che queste aziende ebbero abbondantemente lucrato sulla guerra, lo Stato dovette intervenire, stampando moneta, per consentire a questi gruppi la riconversione per il tempo di pace. Per inciso, la Prima Guerra Mondiale produsse un debito enorme, risanato solo a metà degli anni Cinquanta. A latere l’enorme emigrazione, sia europea che transoceanica, funzionò da “ammortizzatore sociale”m col duplice vantaggio di avere espulso manodopera non impiegabile ed avere una immissione consistente di denaro, dovuto alle rimesse a moglie e figli rimasti in Italia.
Poi venne la Cassa del Mezzogiorno, il ruolo determinante delle partecipazioni statali nello sviluppo italiano, il Piano Marshall, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il “miracolo” economico, piu’ che altro determinato dalle svalutazioni competitive. Infine, la fase, iniziata attorno ai primi anni del 1970, con la crisi petrolifera: una fase, non dimentichiamolo, che ha addentellati anche nel presente e dalla quale non siamo mai usciti. C’è un’ulteriore passaggio che non va dimenticato: la crescita dei salari reali, a fine degli anni Sessanta, a cui ha corrisposto una inflazione a due cifre e il successivo giro di vite sui diritti dei lavoratori.
In definitiva, l’Italia è sempre stata un paese col “fiatone”: sempre in affanno, sempre all’inseguimento delle economie forti, sempre sull’onda grazie a espedienti e al crescente debito pubblico. L’Italia è un paese in default, latente perchè non dichiarato.
Trovo abbastanza riduttivo che il governo pro-tempore se la pigli col precedente, perchè la complessa storia italiana va considerata nel suo assieme. Ci sono colpe recenti che sono figlie di errori meno recenti. In una situazione così compromessa ritengo difficile, se non impossibile andare oltre la linea di galleggiamento. Parafrasando Murphy verrebbe da dire: “quando una cosa va male, non può che andare peggio”. Anche se, da Berlusconi in poi, l’ottimismo è divenuto un obbligo da ostentare.

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Daniele Uboldi
Originario della provincia di Sondrio, ho vissuto per molti anni a Sesto San Giovanni (MI) occupandomi di Garanzia della Qualità, prima come dipendente poi come libero professionista. Da otto anni vivo in una frazione del comune di Compiano (PR). Quando ci siamo tutti siamo in tredici persone. Cerchiamo , mia moglie ed io, di autoprodurre tutto quello che ci serve e di condividere con gli amici del GAS, del quale facciamo parte, acquisti e filosofia di vita. Sono laureato in Scienze Statistiche. Mi occupo di biodiversità come ricercatore. Sono coordinatore del Centro ISPRA dell'Appennino Parmense, per lo studio del suolo e degli effetti dell'impatto antropico.

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