La falsità del ‘vero problema ecologico’

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Bisogna avere il coraggio di dire che il vero problema è la sovrappopolazione. Se limitassimo i consumi a livello dei burkiné, la Terra potrebbe sopportare anche dodici miliardi di abitanti. Si parla tanto di teorie sul riscaldamento globale, sarebbe meglio invece occuparsi dei rifiuti. La rovina del pianeta è il consumo di carne. Il cambiamento passa dalla trasformazione delle coscienze individuali. Senza una rivoluzione per sovvertire il sistema gli sforzi dei singoli sono inutili…

Potrei continuare riportando altri esempi di prese di posizione tipiche negli ambienti ecologisti, enfatizzanti una particolare criticità per elevarla a ‘il problema’ per eccellenza da risolvere, sminuendo così l’importanza di altre istanze. Il tutto in barba al fatto che l’ecologia, per definizione, significa complessità e ricerca di reti di relazione; l’approccio della ‘causa principale’ è figlio invece di quel riduzionismo meccanicista che tutti gli ambientalisti, almeno a parole, aborrono senza riserve. Cerchiamo di sviscerare e decostruire alcune delle più diffuse idiosincrasie.

Consumi vs Popolazione

Basta un breve sguardo all’impronta ecologica dell’umanità per rendersi conto che il dilemma ‘consumi vs popolazione’ non ha motivo di esistere:

 

 

L’entità dell’overshoot è talmente elevata per cui si può tranquillamente affermare che la Terra, a livello generale, patisce sia la sovrappopolazione che i consumi eccessivi; ovviamente, data la profonda disuguaglianza di condizioni interna alla popolazione umana, localmente i due fattori si manifesteranno in maniera differente. Esaminiamo l’impronta pro capite di due paesi-tipo, il Burkina Faso come campione per i paesi in via di sviluppo e l’Italia per quelli occidentalizzati.

 

 

Perché in Burkina Faso si assiste da cinquant’anni a questa parte alla graduale perdita di biocapacità, malgrado un’impronta pro capite sostanzialmente stabile? E’ conseguenza dell’eccessiva natalità. All’opposto, perché l’Italia, nonostante un trend delle nascite tendente a zero da qualche decennio, mostra un gravissimo overshoot? Chiaramente per i consumi individuali troppo elevati.

Solo la faziosità può impedire di vedere una realtà tanto lapalissiana; pertanto, non stupisce che l’enciclica Laudato Sii, scritta da una prospettiva dei popoli del Sud del mondo, denunci l’elefantiaco stile di vita occidentale omettendo qualsiasi riferimento alla pianificazione familiare, mentre chi non desidera rinunciare agli agi della civiltà (post)industrializzata preferisce puntare l’indice sull’eccessiva procreazione. Suoneranno mai credibili opere di sensibilizzazione che, anziché concentrarsi sulle proprie magagne, dirottano l’attenzione su quelle altrui?

E allora i rifiuti?

Tutti i negazionismi dell’influenza umana sul riscaldamento globale dell’atmosfera sono pericolosi, ma quelli che accampano giustificazioni ambientaliste lo sono ovviamente di più. L’ultima moda si potrebbe sintetizzare in uno slogan di questo tenore: “Quelle sul clima sono solo teorie, i rifiuti sono concreti e tangibili”.

Ebbene, i gas serra non sono prodotti ‘per sport’. La quantità straripante di rifiuti che ci sta sommergendo deriva da un’altrettanto abnorme attività produttiva che ha comportato l’emissione di gas serra; la fermentazione di determinati rifiuti rilascia metano e altre sostanze climalteranti. Per farla breve, se fossero state preventivamente tagliate le emissioni, gran parte dei rifiuti non sarebbe stata generata e notoriamente intervenire a monte di un problema è sempre meglio che farlo a valle. Quindi, vuoi meno rifiuti? E allora uno dei modi migliori per raggiungere lo scopo è battersi per una drastica riduzione delle emissioni.

Il problema della carne

La questione ‘carne’ è ovviamente intrisa di una massiccia dose di ideologismo, con posizioni che spaziano dai durissimi atti di accusa di Cowspiracy all’appasionata apologia fattane da Maurizio Bertaglio. Per brevità, sintetizzerò la mia personale posizione sul tema attraverso una modalità domanda-risposta.

L’attuale produzione globale di carne è sostenibile?

No, in particolare gli allevamenti intensivi sono intrinsecamente insostenibili e quelli estensivi necessitano di importanti limitazioni. Il consumo va ridotto cum grano salis, perché diversissima è l’incidenza della carne nelle diete delle varie popolazioni del mondo.

Esistono metodi di allevamento e pesca sostenibili?

Sì.

Al di là della sostenibilità, sussistono ragioni etico-morali che dovrebbero interrogarci sulla liceità dei nostri comportamenti verso il mondo animale, consumo di carne incluso?

Sì.

Tralasciando la soggettività del sottoscritto per ragionare in termini più obiettivi, voglio rivolgermi a coloro che, ad esempio, prendono alla lettera le asserzioni di Cowspiracy: se anche l’allevamento rappresentasse davvero la prima fonte di emissione di gas serra, è un dato di fatto che l’attuale paradigma alimentare (allevamento e agricoltura industriale, grande distribuzione organizzata, ecc) non potrebbe reggersi senza l’apporto dei combustibili fossili. Un mondo decarbonizzato, quindi, rappresenta di per sé la miglior chance per ridurre il consumo di carne, nonché per valorizzare l’agricoltura organica. Forse è il caso di concentrarsi più su petrolio, gas e carbone e un po’ meno sulle deiezioni degli animali da allevamento.

Cambiamento individuale vs rivoluzione del sistema

Ecco un’altra dicotomia che accende gli animi, specialmente sui social network, malgrado la totale infondatezza. Per spiegarne la ragione, voglio fare riferimento a un bellissimo contributo di

…Quando le persone che incontro mi confessano i loro peccati contro l’ambiente come se io fossi una specie di eco-suora, vorrei dire loro che si stanno facendo carico delle colpe di crimini perpetrati dall’industria dei combustibili fossili. Vorrei dire loro che il peso del nostro pianeta malato è troppo grande perché siano i singoli individui ad assumersene la colpa. E che quella colpa conduce a un’apatia che può davvero sancire la nostra definitiva condanna. Ma questo non significa che non ci sia nulla da fare. Il cambiamento climatico è un problema vasto e complicato e ciò implica che anche la risposta non può essere semplice. Dobbiamo lasciar perdere l’idea che dipenda tutto dagli errori dei singoli individui e dobbiamo assumerci l’impegno collettivo di mettere i veri responsabili davanti ai crimini che hanno commesso. In altre parole, dobbiamo diventare tanti piccoli David contro un unico gigante e nefasto Golia.
Troppo spesso la nostra cultura identifica l’ambientalismo con il consumismo individuale. Per essere “buoni” dobbiamo passare all’energia al 100% solare, spostarci solo con biciclette riciclate, non prendere più l’aereo, mangiare vegano. Dobbiamo assumere uno stile di vita a rifiuti zero, non usare mai Amazon Prime ecc. ecc. Sento questi messaggi ovunque: nei media di destra come in quelli di sinistra e anche all’interno del movimento ambientalista. Questi argomenti sono stati usati anche dai tribunali e dalle industrie di combustibili fossili per difendersi da azioni legali. Infatti, le industrie hanno manipolato la narrazione ambientalista in modo da incolpare i consumatori a partire dalla campagna pubblicitaria “Crying Indian” degli anni ’70. E ora lo sento dai miei amici e dalla mia famiglia, da sconosciuti incontrati per la strada o da persone conosciute casualmente al corso di yoga.
Ha destato un certo scalpore il risalto attribuito dal movimento Fridays For Future al testo della Heglar. Ma come? Proprio i suoi membri, che si sono ispirati all’azione individuale di Greta Thunberg, ora sviliscono l’importanza dell’impegno del singolo? Non è contraddittorio?

Assolutamente no. Lo sforzo di Greta – e di quelli che imitano il suo esempio imponendosi un budget di carbonio – infatti, è pensato come certificazione di credibilità nell’ottica di creare un vasto movimento di pensiero, atteggiamento ben diverso dall’autoreferenziale ostentazione di buone pratiche verdi, che spesso sembra pensata solo per vantare la propria superiorità morale sugli altri, senza incidere a un livello maggiore.

Evitiamo quindi di separare due facce della stessa medaglia: la somma degli individui isolati non compensa l’azione dei giganti del sistema, così come qualsiasi proposito rivoluzionario privato di genuini slanci etici non può sperare di fare proseliti.

Il vero problema ecologico

il ‘vero problema ecologico’, se non si mette la testa sotto la sabbia, è sotto gli occhi di tutti: quello di una società umana che adotta ritmi di produzione, consumo e riproduzione incompatibili con i vincoli naturali del pianeta. Assume svariate sfacettature, difficili da cogliere nella loro interezza, mentre è molto facile, anche per propensioni personali, focalizzarsi su una sola o poche di esse; e non c’è nulla di male in questo, se si mostra un atteggiamento consapevole evitando di trasformare intuizioni più o meno corrette in verità monopolistiche, creanti inutili divisioni e steccati.

“La prima legge dell’ecologia: ogni cosa è connessa con qualsiasi altra” (Barry Commoner)

 

 

 

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

4 Commenti

  1. Ciao Igor
    Un piccolo contributo al tema del tuo articolo (e cioè la necessità di una visione complessiva e interconnessa [Jay Forrester avrebbe detto “sistemica”]) della realtà)
    Da qualche tempo ho iniziato una ricerca sul quartiere di Bologna in cui vivo. L’obiettivo era di cercare nel quartiere le varie forme in cui la gente cerca di superare la piattezza della vita ordinaria con la ricerca di un livello straordinario della vita (con la ricerca del sacro, con la ricerca della bellezza con le arti e con altre modalità, con le droghe, col gioco d’azzardo, col possesso di animali da compagnia, con la pornografia, col consumo compulsivo, ecc. ecc.).
    Diceva Ralph Waldo Emerson che le strutture esistenti su un territorio esprimono il modo di pensare della gente che lo abita.
    In questa ricerca sul quartiere (e che corrisponde in linea di massima al vecchio quartiere S. Vitale), fatta in vari modi (per esempio con Google maps) ma soprattutto girando per le strade e “segnandomi” tutto, ho fatto una scoperta: la forte presenza di “esercizi” in cui si cerca la bellezza dell’aspetto fisico. Ho contato nel quartiere 39 saloni da parrucchiere e 18 saloni di estetica ( più due laboratori di tatuaggio, 2-3 centri di abbronzatura, un centro di rinfoltimento capelli e parrucche, ecc. ecc.)
    Ho cercato di fare alcuni calcoli e, per la sola ricerca della bellezza esteriore (raggiunta con l’uso di cosmetici, con la chirurgia estetica, con i tatuaggi e con le spese per l’utilizzo degli esercizi come i saloni da parrucchiere e di estetica), si consuma nel mondo più o meno la metà di quando si spende per tutte le spese militari. Ricordo che nel calcolo non ho considerato i centri massaggi, le palestre, le saune e quant’altro.
    Un’altra cosa che mi ha colpito nella ricerca fatta sul quartiere (e che si collega a quanto da te detto) è il forte numero di ambulatori odontoiatrici (ne ho contato 23, molti dei quali con due o più dentisti). Questo sta a significare (a proposito di visone sistemica della realtà) che l’alimentazione che facciamo, iniziata con l’adozione dell’agricoltura da parte dell’umanità circa 10 mila anni fa (e che si basa sui carboidrati) è fortemente sbagliata. Quando si parla dell’insostenibilità del consumo di carne bisogna anche pensare alle immense spese che si sostengono non solamente per le cure dentistiche ma per tutto il sistema sanitario, dato che molte malattie sono sicuramente dovute alle conseguenze di una alimentazione diversa da quella che l’umanità ha fatto negli ultimi 2,5 milioni di anni ( a tale proposito invito alla lettura di un piccolo saggio di Jared Diamond sulle conseguenze sulla salute umana col passaggio dalla dieta paleolitica a quella neolitica: il saggio lo proposi in fondo a un articolo pubblicato su questo blog e raggiungibile col link http://www.decrescita.com/news/sugli-uomini-e-sugli-animali-sulla-carne-e-sul-grano/ )
    Ti saluto cordialmente
    Armando

    • Ciao Armando,
      introduci tematiche complesse che è difficile sviscerare in un commento, è chiaro che se vivi in un mondo che ti sembra governato da situazioni troppo più grandi di te dove ti è impossibile influire, allora la tua persona e il tuo corpo restano le uniche cose su cui hai qualche controllo. Non voglio giustificare ma neanche buttare croci addosso, atteggiamento che sarebbe abbastanza narcisistico.
      Quanto al consumo di carne, bisogna uscire da queste dannate dispute vegani vs onnivori per ammettere alcuni di fatto oggettivi, e uno di questi è che l’attuale industria della carne (che assolutamente non ha riscontro con le precedenti esperienze dell’allevamento) non è sostenibile. Non possiamo tornare a un epoca di caccia e pesca, l’agricoltura c’è ed è bene che rimanga (con svariati rimaneggiamenti), le conoscenze in campo medico per prevenire danni da eccesso di carboidrati o grassi ci sono, quindi ci sono tutte le premesse per far fruttare 8000 ani di storia umana.
      Un saluto altrettanto cordiale
      Igor

  2. Grazie per qualsiasi altro fantastica article .
    Dove else può solo nessuno ottenere quel tipo di informazioni in tale un perfetto metodo modo di scrivere?
    Ho successiva settimana, e sono sul ricerca di informazioni.

    Maramures Grazie, buona giornata!

  3. Il paradigma della decrescita non si imporrà né dal basso né tantomeno dall’alto delle multinazionali, (che sono entità impersonali finalizzate unicamente al profitto) o dei governi (che hanno bisogno della crescita per incamerare le imposte). Come scrive Bihouix nel suo libro l’age des Low tech, abbiamo tanto, e un po’ alla volta bisognerà incominciare a rinunciare a qualcosa (abbiamo già incominciato). Ci si dovrà adattare a stili di vita sempre più sobrii e a tecnologie più semplici ma altrettanto efficaci. Spero che voi della decrescita conosciate il Semplicity Institute o il Low tech magazine. Lì c’è già tutto. Basterà mettere in pratica al momento opportuno. Ma già da ora è necessario far girare le informazioni e il know-how deve essere alla portata di tutti.

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