La miseria del lavoro

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pomodori

Il lavoro, di cui tutti parlano in continuazione… se ne denuncia la mancanza, se ne tessono le lodi, si considera il segno distintivo dell’essere umano, vi si fondano sopra delle repubbliche (quella italiana!)….

…ma quando sento parlare di lavoro il mio cervello si incricca e comincio a sentire strani rumori! Nella concezione di lavoro che ha la società contemporanea c’è qualcosa che non capisco, a volte passo intere giornate a cercare di capire come funziona il nostro sistema economico, cosa spinge milioni o miliardi di persone ad assumere comportamenti così irrazionali.

Per capirci qualcosa torno indietro nel tempo e penso, immagino i primi gruppi di uomini in cui forse si possono ritrovare le motivazioni originarie dei nostri comportamenti attuali.

Scopriamo che il lavoro così come lo intendiamo oggi, ossia come una attività separata dal resto della vita, non esiste.

Il lavoro è un dovere. Il lavoro è l’attività che l’individuo che fa parte di una comunità svolge a favore della comunità stessa per la sopravvivenza e il benessere dei suoi compagni.

Nelle prime comunità umane ognuno aveva un compito. Era necessario procurarsi del cibo quindi gli uomini adulti andavano a caccia mentre donne e bambini si occupavano di raccogliere i frutti dalle piante; era necessario trovare un riparo o costruirlo per proteggersi dalle intemperie e dagli animali feroci.

Ogni comunità o gruppo di uomini, per quanto piccolo o grande sia, ha necessità che gli individui che lo compongono compiano delle azioni che assicurano al gruppo il raggiungimento degli scopi essenziali che sono la sopravvivenza e la ricerca di un minimo di benessere. Questo è il significato originario e autentico di lavoro.

Nelle grandi civiltà antiche (grandi dal punto di vista numerico non certo etico-sociale) il lavoro era svolto dagli schiavi che – viste le numerose guerre – abbandovano come prigionieri di guerra. Il lavoro veniva considerato come qualcosa di spregevole  e degradante per l’uomo per cui doveva essere svolto da esseri sub-umani ossia gli schiavi.

Gli antichi probabilmente erano più saggi di noi (un banale senso comune!) o comunque non erano stupidi. Il lavoro è faticoso; faticoso in tutti i sensi perchè la maggiorparte dei lavori è fisicamente impegnativo, è ripetitivo, è noioso e spesso pericoloso. Senza farsi molti problemi morali Sumeri, Babilonesi, Egiziani, Greci, Romani ecc ecc hanno affidato lo svolgimento dei lavori manuali agli schiavi giustificando il tutto con il fatto che essi non erano uomini nel senso pieno del termine.

Poi vi fu il medioevo e i servi della gleba. Schiavitù e servitù sono giunti fino agli albori della società industriale.  Ricordiamo che la schiavitù fu abolita dal parlamento inglese per ciò che riguarda le colonie americane tra la fine del’700 e i primi dell”800 e che in Russia la servitù della gleba è stata abolita nel 1862.

Con la rivoluzione industriale di fine ‘700 nasce una nuova figura di lavoratore, l’operaio, che subito si definisce come proletario ossia in possesso di una sola forma di “ricchezza”, i suoi figli. Egli viene pagato quanto basta per sopravvivere. E’ ovviamente una nuova forma di schiavitù ma per legge non è così: egli è libero se vuole di sdraiarsi per strada e morire di fame. E’ libero quindi non è schiavo.

La rivoluzione industriale e la sua produzione su vasta scala richiese una notevole quantità di forza lavoro bruta che si doveva impiegare in lavori degradanti, umilianti e pericolosi come il lavoro in miniera, nelle acciaierrie, nelle fabbriche.

La produzione della prima rivoluzione industriale venne incontro alle esigenze primarie di una popolazione ancora arretrata che necessitava di prodotti di prima necessità…scarpe, abiti ecc e alla costruzione di grandi infrastrutture prime fra tutte il trasporto ferroviario.

Possiamo dire che quella attività lavorativa per quanto disumana e massacrante andava incontro ad esigenze reali di una società che andava cambiando. Certo il costo umano di questo processo fu terrificante e si sarebbe potuto evitare se solo si fosse un messo un limite alla avidità dei primi capitalisti rampanti.

Per tutto l’ottocento e poi ancora per buona parte del novecento la produzione industriale e quindi l’attività lavorativa delle persone andava in contro alla richiesta di beni  di consumo da parte di una società che cambiava velocemente ammodernandosi in continuazione e migliorando lo status di vita dei suoi cittadini.

Questo processo di sviluppo tecnologico e industriale vide la nascita del trasporto ferroviario, dell’illuminazione elettrica delle città, la nascita dell’automobile, i primi voli aerei, l’invenzione del telegrafo, del telefono, tutte invenzioni che migliorarono la vita delle persone.

Non bisogna dimenticare poi che l’ottocento e il novecento furono secoli percorsi da guerre e rivoluzioni che devastarono soprattutto l’Europa e che richiesero quindi la ricostruzione di intere città rase al suolo dai bombardamenti.

Vogliamo descrivere insomma una società occidentale che a partire dalla prima rivoluzione industriale si è andata via via formando, a costo dei terribili sacrifici fatti dai nostri nonni e dai nostri genitori, e che ora, da circa un trentennio a questa parte si trova in uno stato di benessere diffuso che ha raggiunto oramai tutti i gradi della scala sociale.

Sono state costruite linee ferroviarie, ponti, bucate montagne, fatti acquedotti, fognature, costruite autostrade, sono state ricostruite città devastate dalla guerra, abbiamo circa un automobile ogni due abitanti, elettrodomestici di base in ogni casa ecc ecc

A questo punto la società avrebbe dovuto prendere la strada dettata dal buon senso. A fronte di una tecnologia produttiva che migliora sempre più alzando il livello di produttività e a un mercato dei beni durevoli che tende alla saturazione si sarebbe dovuto ridurre l’orario di lavoro affinchè la produzione si assestasse su un livello tale da garantire il benessere oramai diffuso.

Invece la società ha scelto un’altra via che non va a vantaggio di tutti ma solo di quei pochi che da tutto ciò ne traggono vantaggio e cioè quell’elitè di persone che fanno parte dei consigli di amministrazione delle grandi aziende, dei politici conniventi, dei giornalisti che supportano lo stato di cose, dei banchieri e di tutto quel circo di personaggi che gira intorno a questi straricchi (calciatori, attori, soubrettè ecc)

Una società deve avere come obiettivo principale il benessere e la felicità dei propri cittadini e le scelte che compiono gli amministratori e i governanti devono andare in questa direzione. Finalmente c’è la possibilità di affrancare l’uomo dal lavoro fisico. Ricordiamoci che quando si parla di lavoro non parliamo di professioni come giornalista, medico, architetto, calciatore o simili in cui l’individuo esprime il suo talento traendo soddisfazione dalla sua attività, ma parliamo della gran parte di occupazioni miserabili e disumanizzanti che costituiscono la base materiale della nostra vita come il minatore che estrae le materie prime, il raccoglitore di frutta che permette di avere la frutta fresca a tavola, l’operaio nelle catene di montaggio che produce la nostra cara automobile, i bambini e gli operai sottopagati in Cina che producono le coloratissime scarpe griffate che amiamo cambiarci ogni giorno.

Ecco che torniamo al concetto originario di “lavoro”: il lavoro come travaglio e pena dell’uomo che gli antichi evitavano e consideravano non degno dell’uomo, il lavoro che in una società senza schiavi (?) diventa un dovere a cui tutti dobbiamo sottostare ma che bisogna ridurre il più possibile perchè schiaccia l’umanità.

E invece la nostra società osanna il lavoro e punta a testa bassa nella direzione della crescita economica inseguendo l’idea balorda di un consumismo che da sfrenato com’è oggi diventa delirante. Mass media e pubblica opinione pompano in continuazione la magica triade sviluppo economico, lavoro e crescita dei consumi  facendo, come abbiamo detto, gli interesse dei pochi eletti che da questo sistema traggono giovamento.

A questa elitè di balordi morali si aggiunge una classe media che gode del fatto di stare meno peggio della moltitudine di lavoratori miserabili e abbastanza numerosa da orientare l’opinione pubblica nella direzione voluta. E poi ci sono i “miserabili lavoratori” che attratti dai falsi modelli di successo proposti dai mass media e dalla pubblicità ambiscono a lavorare sempre più barattando la loro vita per avere più denaro da spendere nell’acquisto di quei beni di consumo vistoso che gli fanno sentire simili ai loro idoli.

Il “lavoro” c’è ma non è nella società occidentale che è necessario ma in quelle parti del mondo in cui ancora l’umanità (soprattutto grazie alla barbara opera di saccheggio e devastazione operata da noi occidentali) non ha raggiunto un livello di benessere degno di questo nome.

L’uomo economico occidentale è un balordo morale che si muove su questo pianeta senza freni alla ricerca del profitto personale devastando risorse naturali e triturando l’umanità. La decrescita è una debole fiammella di speranza per un mondo migliore.

4 Commenti

  1. Buongiorno,
    vi consiglio vivamente di rileggere gli articoli prima di pubblicarli. Sono presenti molti errori grammaticali e/o di battitura. Virgole spesso mancanti rendono la lettura faticosa col rischio di far perdere il senso di ciò che è scritto. Comprendo che fondamentali siano i concetti ma, se si vuole fare cultura della Decrescita, fondamentale è non trascurare la cultura… quella con la C maiuscola. Grazie

  2. …Silvia sono d’accordo con te …ma quando scrivo la punteggiatura mi costringe in una gabbia di cui farei volentieri a meno….fosse per me userei solo puntini sospensivi….del resto la punteggiatura è solo una convenzione, un insieme di regole decise a tavolino…le stesse regole, ad esempio, che gli individui accettano acriticamente sentendosi obbligati a lavorare come schiavi per portare avanti il modello consumistico…ci vorrebbe un uomo nuovo che sia in grado di prendere in mano la propria vita in modo libero e consapevole e progettare un futuro diverso….ciao….

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