La ricapitalizzazione perpetua – parte 1

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banconota da 30 euro   Non passa giorno ormai senza che si parli del rapporto deficit-PIL, con il primo che non deve assolutamente essere superiore del 3% rispetto al secondo. La Commissione Europea pare avere occhi solo per questa percentuale, condizione assolutamente necessaria per non sforare i parametri di Maastricht, pena il pagamento di pesanti sanzioni e la fustigazione in pubblica piazza. Allora ho cominciato a ragionare e mi son detto: perché mai tutto questo clamore? Se si arriva per esempio al 3,2%, finisce il mondo?

   A questa domanda rispondo con un esempio. Se per esempio l’azienda ABC ha 200mila€ di capitale e durante l’anno ha accumulato debiti per 50 mila€, si fa presto a capire che ha un bel debito sul groppone, che corrisponde al 25% del suo capitale. Ciò può crearle problemi sul mercato e renderle difficile proseguire gli affari, per cui deve trovare assolutamente il modo di dimezzare i suoi debiti. La cosa migliore sarebbe mettersi a studiare una serie di misure che possano migliorare per esempio l’efficienza aziendale, che so io cercare di riscuotere i crediti, ridurre gli sprechi e via dicendo, per arrivare a dimezzare i debiti. Sembra logico, no?

   Invece no, la soluzione adottata spesso è quella di aumentare il capitale dell’azienda attuando una bella ricapitalizzazione, portandolo nel caso della nostra azienda ABC alla cifra di 400 mila€. Geniale! In questo modo i debiti di 50 mila € diventano improvvisamente “solo” il 12,5% del capitale e tutto si aggiusta. Poco male se in questo modo si è cercata solo una scappatoia al problema, visto che prima o poi la nostra ABC dovrà per forza risolvere i suoi problemi alla radice se non vuole fare il botto, specialmente alla luce del fatto che non potrà certo continuare a ricorrere sempre all’aumento di capitale per mascherare le proprie magagne.

   Proviamo ora come per gioco a riproporre la stessa situazione, mettendo però l’Italia al posto della nostra azienda ABC, il suo PIL al posto del capitale aziendale, e il deficit al posto del debito aziendale per l’anno in corso. Per semplificare molto la situazione, diciamo subito a grandi linee che il deficit pubblico è la somma dei debiti che il Paese ha contratto durante l’anno per continuare a “funzionare”, (il debito pubblico non è altro che la somma dei vari deficit annui che si sono accumulati col tempo), e il PIL (Prodotto Interno Lordo) è la somma dei beni e servizi prodotti dal Paese durante l’anno.

   Cosa facciamo quindi per tenere basso il deficit rispetto al PIL? Ci comportiamo né più né meno come l’azienda ABC. Anziché andare a cercare i motivi che ci portano ogni anno ad accumulare cifre iperboliche di debito, portando così la percentuale al 3% se non meno, si fanno solo tagli con l’accetta, e si cerca di rastrellare decine di miliardi di € (manco fossero noccioline) principalmente ritoccando al rialzo tasse ed imposte di ogni tipo spremendo anche i sassi alla ricerca di denaro. La cosa però finisce col soffocare il nostro già asfittico PIL, che è dispettoso ed invece di aumentare diminuisce (il termine crescita negativa – tanto usato – è di un’ipocrisia deprimente, nonché scorretto dal punto di vista logico). A quel punto, tutti gli sforzi fatti vengono vanificati, ed allora via a cercare di trovare altri miliardi…

   Ecco perché ci fanno tutti una testa così quando parlano del PIL, manco fosse l’unico scopo delle nostre vite. E’ un po’ il capitale dall’azienda “Italia”, che si vuole far aumentare per coprirne le magagne. In pratica non si riesce a pensare ad altro che non ricorrere ad una continua ricapitalizzazione della nostra economia, che deve continuamente gonfiarsi almeno nei numeri, in modo da nascondere meglio i debiti, finché dura.

Geniale, no?

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Mirko Omiccioli
Nato nel 1969 a Pesaro, nel 1988 mi sono diplomato come Perito Turistico e nel ’93 ho completato un corso di Operatore di Marketing per PMI. Dopo quarant’anni vissuti sulla riviera romagnola a Cattolica, mi sono sposato e trasferito nelle Marche a Fermignano, vicino ad Urbino. Entrato molto presto nel mondo del lavoro (più per necessità che per scelta), ho avuto modo di notare con dispiacere che alla medesima domanda, ovvero: “Cosa serve per vivere?” una volta avremmo risposto “Un tetto, cibo ,acqua e la salute”, mentre ora semplicemente “Servono i soldi”. Questa triste constatazione mi ha fatto capire di essere decrescentista già prima di aver conosciuto il termine.

5 Commenti

  1. Il discorso è molto complesso e semplice allo stesso modo, semplice perché in realtà secondo economisti come Krugman basterebbe attuare una politica monetaria espansiva, ed aumentare la spesa pubblica fregandosene del rapporto deficit-PIL del 3%, questo aumenterebbe sia l’inflazione che riduce sia i debiti pubblici che privati ed aumenterebbe la domanda aggregata quindi l’occupazione e quindi i maggiori introiti permetterebbero di ridurre ulteriormente il rapporto deficit-PIL, il fatto è complesso in un ottica decrescentista, non solo per quanto riguarda il discorso dell’aumento della spesa pubblica, ma anche per quanto riguarda la riduzione degli sprechi, cioè quale sono effettivamente le spese improduttive? siamo sicuri che questa tagli non creano più danni che vantaggi?? Questo non lo so! Secondo me la decrescita felice deve essere per prima cosa un percorso esistenziale, bisognerebbe per prima cosa adottare a livello macro, dei parametri legati alla felicità e non solo al benessere inteso come “ricchezza” ma siamo ancora molto lontati da questa prospettiva. Ciao e buona giornata

    • Che la questione non sia semplice è un dato di fatto, e non essendo un economista cerco di semplificare i concetti per non perdere la rotta. L’ultima cosa da fare in ogni paese (quindi non solo l’Italia), è quello di fare tagli lineari, che fra l’altro spesso e volentieri penalizzano proprio realtà che invece funzionerebbero bene. Decidere di fare un taglio nelle spese per esempio del 5% nel settore della sanità (per sceglierne uno a caso), senza dare principi guida, è cosa di una pericolosità e dannosità terrificante, oltre che esempio di colpevole pigrizia ed ignoranza da parte di chi se ne occupa, che dimostra così anche ignoranza nel suo settore di competenza. Saluti, Mirko

  2. Vorrei portare la riflessione su due punti cruciali:
    – primo il debito pubblico e’ stato definito con il termine ‘debito’ solo agli inizi degli anni ’80 da Freedam per dare il via a quella che sarebbe stata la motivazione principale per imporre il Consensus di stampo Neoliberale
    – seconda considerazione : finché gli stati erano sovrani e avevano moneta sovrana, la spesa pubblica era investimento dello stato che portava ricchezza al popolo con l’indotto.
    Semplice matematica se lo stato spende 100 in infrastrutture e recupera 80 con il fisco e’chiaro che 20 rimane ricchezza aggiunta al tessuto sociale.
    Se la moneta e’ di uno stato il debito non esiste…il debito verso chi è ?
    Solo con l’introduzione dell’Euro visto che uno stato per fare spesa pubblica, deve chiedere in prestito alla Banca Centrale l’Euro ( moneta straniera), si indebita davvero perché deve restituire il valore nominale della moneta più gli interessi quando invece dovrebbe pagare solo la spesa del conio e basta!
    In questo scenario non si può nemmeno proporre la Decrescita!

    • Ciao Ivana, ho letto più volte il tuo commento che mi fa molto pensare e riflettere, anche se – come desidero ripetere – non sono un esperto di economia ma mi piacerebbe approfondire parecchi concetti di base in modo da avere “migliori armi” per rispondere agli interlocutori. Ma una curiosità me la devi togliere: perché non si può nemmeno proporre la Decrescita in tale scenario?

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