Le potenzialità dell’agroecologia

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Questo articolo è l’estratto di un contributo più vasto ancora in fase di stesura provvisoriamente intitolato Critica della ragione agroindustriale. Lo riporto per dimostrare le potenzialità dell’agroecologia oltre le consuete rappresentazioni mediatiche e i luoghi comuni.

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Di fatto, il carattere di nicchia e ‘radical-chic’ dell’agricoltura biologica è il risultato inevitabile di precise scelte politiche. Senza una una chiara presa di posizione per il superamento dell’agricoltura intensiva, il biologico è condannato alla condizione di gioiellino buono da ostentare per impreziosire qualche statistica o evento pubblico, senza reali capacità di operare un vero cambiamento. Credere che, grazie a qualche incentivo, sia possibile competere con un modello supportato da cinquant’anni di ricerca pubblica e privata, lautamente sovvenzionato e non obbligato a risarcire per i danni che provoca, è come pensare che Davide con mani e braccia legate possa sconfiggere Golia armato di bazooka.

Quanto sono realmente inferiori le rese dell’agricoltura biologica? Il modo apparentemente più oggettivo per scoprirlo, ossia esaminare i raccolti dei vari produttori calcolando una media statisticamente sensata, è in realtà molto fuorviante, per diverse ragioni.1Innanzitutto, proprio in quanto occupanti un piccolo segmento di mercato, i coltivatori biologici tendono a privilegiare la qualità alla quantità, per cui spesso non ritengono necessario investire in soluzioni che potrebbero aumentare le rese, essendo poi in molti casi il biologico una quota minoritaria (e quindi secondaria) sul totale dei terreni coltivati dell’azienda agricola; inoltre, il 95% delle sementi impiegate sono state studiate per ricevere alti input di prodotti chimici, senza i quali patiscono elevati cali di rendimento che non si verificherebbero impiegando specie selezionate ad hoc.2

Ma l’aspetto in assoluto più problematico è che, mentre per l’agricoltura convenzionale esiste un corpus consolidato di conoscenze agronomiche per massimizzarne le rese, solo una percentuale esigua di coltivatori biologici applica i ritrovati più avanzati dell’agroecologia, per altro disciplina in piena evoluzione e con meno capacità di penetrazione dell’agronomia tradizionale; anzi, spesso si scimmiottano le pratiche monocolturali e intensive, tarpando le ali al potenziale produttivo.

Uno studio pubblicato nel 2012 su Nature3, operando un confronto più ponderato tra biologico e convenzionale, ha calcolato un gap inferiore alle cifre normalmente strombazzate: complessivamente, è stato osservato uno svantaggio di resa intorno al 25%, con differenze molto marcate a seconda delle colture (-5% legumi, -3% frutta, -11% semi di oleaginose, -26% cereali, -33% ortaggi). Altre ricerche hanno constatato che, in regime di policoltura e rotazione nonché utilizzando i principi dell‘agricoltura conservativa, il gap si riduce a una quota compresa tra il 9% e il 4% e che addirittura, dopo una rotazione completa (quattro anni) l’arricchimento del suolo permette rese analoghe alle convenzionali; sono stati riscontrati inoltre ottimi risultati nella tutela della biodiversità e discrete performance nel controllo dei parassiti animali e nella resistenza alla siccità, mentre il nodo più critico rimane la gestione delle erbe infestanti.4

Fonte: Ponisio, Ehrlich (2016)

Le potenzialità produttive rispetto alla vulgata sono quindi evidenti, si tratta piuttosto di intervenire su problemi di altro genere: per far funzionare al meglio un’agricoltura a bassi input occorrono un know-how profondamente diverso da quello della Rivoluzione Verde e sementi adatte al contesto; se nel lungo periodo, venuto meno l’impiego dei prodotto di sintesi, si può conseguire un sensibile abbattimento dei costi, nei primi 1-3 anni gli agricoltori devono mettere in conto raccolti (e conseguentemente ricavi) inferiori a quelli convenzionali; le grandi imprese del settore alimentare stanno penetrando sempre di più nel biologico riproponendo le logiche tradizionali, in particolare la richiesta di un numero ristretto di prodotti standardizzati, limitando così i contadini  nel ricorrere alle tecniche di diversificazione. Ecco quindi la necessità di elaborare misure opportune a livello agronomico, politico, economico e sociale per tentare una svolta epocale dell’agricoltura.

NOTE

1Comportandosi in questo modo (è il caso di Savage 2015) si ottengono le rese drammaticamente inferiori (anche del 40-60% rispetto al convenzionale) ripetutamente denunciate dai denigratori del biologico.

Fonte immagine in evidenza: sito Web New Tuscia
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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

2 Commenti

  1. Sull’agroecologia non mi esprimo perché ho letto opinioni contrastanti ma non ho esperienza diretta. Piuttosto posso testimoniare direttamente del fatto che le tradizionali colture, qui dalle mie parti, stanno scomparendo a favore di erba medica e mais. Leggi allevamenti intensivi (in cina) e biogas (purtroppo, qui, a deliziare il nostro olfatto) . Tra l’altro non si può nemmeno immaginare il traffico di camion e trattori carichi di questa roba che c’è oramai sulle nostre strade. Il tutto nel consenso generale
    https://www.estense.com/?p=714202
    Che senso ha? Siamo alla follia.

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