L’economia minaccia di rovinarci se non le paghiamo il pizzo

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Occorre ammetterlo, il denaro è stata una delle nostre più grandi invenzioni, il cui concetto ed utilizzo ha permesso un tale sviluppo della nostra società e della nostra economia, nonché un generale miglioramento del nostro tenore di vita che altrimenti non so proprio come avrebbe potuto avvenire (magari perché è l’unica in cui viviamo, ma l’esercizio di immaginare un tipo di economia e società senza denaro mi risulta compito decisamente arduo, per quanto di sicuro potrebbe esserci).
L’utilizzo della moneta ha permesso di passare dal semplice baratto a forme di transazione molto più complesse e su ambiti territoriali più estesi, ha dato impulso all’economia e ha acceso l’inventiva di tante menti brillanti.

Però… c’è un però.

Fintanto che il denaro serve (al singolo cittadino come all’impresa o a un’entità pubblica) a comprare o vendere un qualsiasi bene o servizio, tutto va bene. Serve un prestito per effettuare lavori di miglioria? Benissimo. Occorrono fondi per effettuare ricerche tecniche o scientifiche? Perfetto.
Quando invece il denaro comincia a servire solo per fare altro denaro, allora nascono i problemi, ed anche grossi. Da MEZZO utilizzabile per comprare, vendere o produrre QUALCOSA, finisce con il diventare il FINE di sé stesso, perdendo l’ originaria connotazione di lubrificante e concime della nostra economia, trasformandosi quasi in un’entità autonoma.
Ciò porta alla nascita e proliferazione di un’ autentica economia finanziaria (che gli stessi economisti distinguono dalla cosiddetta “economia reale”), che grazie a prodotti e derivati finanziari sempre più spericolati e fantasiosi ha ormai creato una quantità di denaro virtuale mostruosa fatta alla fin fine di nulla, ma che influisce sempre di più sull’economia vera, quella di tutti i giorni.
Lo stesso ex ministro Tremonti ha dichiarato in passato che il volume dei derivati è pari a dodici volte e mezzo il PIL del mondo.
Parrebbero a prima vista discorsi esagerati, frutto di ideologie “sinistroidi” e preconfezionate, ma è sotto gli occhi di tutti che la situazione rischia di sfuggirci di mano, se non lo ha già fatto.
Un conto è cercare di investire i propri sudati risparmi per ottenere un gruzzoletto utile negli anni a venire. Una cosa era investire in borsa, quando ancora questa aveva connotazioni umane. Ma al giorno d’oggi si sono veramente persi i limiti, al punto che esistono prodotti finanziari che scommettono sul “default” (fallimento) persino di un intero Stato e tramite azioni di leveraggio finanziario vengono letteralmente moltiplicate e gonfiate somme di denaro. Si possono far passare per buoni crediti che invece sono praticamente inesigibili (vedi mutui subprime), facendoli passare di mano in mano (grazie alle cartolarizzazioni), cosicché ad ogni passaggio si rimescolano le carte. Ma alla fine qualcuno si troverà per forza di cose con il cerino in mano che gli brucerà le dita, se non qualcos’altro.
Il problema di fondo è che alla fine coloro che pagano le conseguenze di queste manovre sempre più enormi, spericolate e ciniche, sono sempre le persone comuni, che magari sanno a malapena cosa è la borsa o la finanza (e io non sono meno ignorante di altri: se ho scritto qualche eresia tecnica non esitate a farmelo sapere e se necessario ad infamarmi).
Per concludere cito il testo di una vignetta apparsa su “Il Venerdì di Repubblica” uscito nel 2008 subito dopo il crollo delle prime banche americane (private), che costrinsero il governo a foraggiarle a forza di vagonate di soldi (questi pubblici):

“L’economia minaccia di rovinarci se non le paghiamo il pizzo”.

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Mirko Omiccioli
Nato nel 1969 a Pesaro, nel 1988 mi sono diplomato come Perito Turistico e nel ’93 ho completato un corso di Operatore di Marketing per PMI. Dopo quarant’anni vissuti sulla riviera romagnola a Cattolica, mi sono sposato e trasferito nelle Marche a Fermignano, vicino ad Urbino. Entrato molto presto nel mondo del lavoro (più per necessità che per scelta), ho avuto modo di notare con dispiacere che alla medesima domanda, ovvero: “Cosa serve per vivere?” una volta avremmo risposto “Un tetto, cibo ,acqua e la salute”, mentre ora semplicemente “Servono i soldi”. Questa triste constatazione mi ha fatto capire di essere decrescentista già prima di aver conosciuto il termine.

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