L’inquietante alba del mondo nuovo

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Il 2020 è appena iniziato e, per molti versi, si sta già rivelando un anno  foriero di novità, anche se per il momento poco gradevoli.

Ad esempio, la drammatica vicenda degli incendi che hanno devastato gran parte dell’Australia introduce un elemento inedito nella storia delle catastofi ecologiche: per la prima volta (a mia memoria, almeno), gli effetti del cambiamento climatico sconvolgono pesantemente una nazione occidentale con gravi responsabilità  nel fenomeno (pensate  che, in media, le emissioni pro capite di un australiano sono tre volte quelle di un italiano), invece del solito stato africano o asiatico scarsamente industrializzato. Per ora, il primo ministro Scott Morrison si è solamente reso ridicolo sproloquiando di “affrontare i cambiamenti climatici senza tagliare l’industria del carbone”; vedremo se intraprenderà misure più costruttive (e anche se i mass media cercheranno di creare un po’ di consapevolezza invece di confondere le acque diffondendo fake news sull’arresto di centinaia di fantomatici piromani). In ogni caso, per i paesi più industrializzati “la pacchia è finita ” e dovranno abituarsi a subire le conseguenze catastrofiche dell’alterazione climatica che hanno contribuito a generare.

L’altro evento inquietante che ha introdotto il 2020 è stato ovviamente l’omicidio del generale iraniano Qasem Soleimani a Bagdad, perpetrato dagli USA attraverso droni telecomandati, a cui sono seguiti altri attacchi contro milizie filo-iraniane in territorio iracheno e poi ritorsioni missilistiche su basi militari statunitensi della regione (in tutto ciò si è poi aggiunto lo sciagurato abbattimento del jet civile ucraino). Giornalisti, opinionisti, politici ecc. si sono subiti divisi in ‘favorevoli o contrari’ all’atto di forza di Washington, personalmente ritengo che sarebbe stato più intelligente invece porsi domande del tipo:

  •  che cosa ci fanno delle milizie iraniane in Iraq e perché Teheran ritiene del tutto legittima la loro presenza (e soprattutto le loro azioni)? Corollario di questo interrogativo sarebbe: per quale ragione gli USA dispongono di 725 installazioni militari al di fuori del loro territorio?
  • perché gli USA compiono impunemente azioni di guerra in quello che, teoricamente, è uno stato sovrano? (il voto del parlamento iracheno per allontanare tutte le truppe straniere subito dopo il raid contro Soleimani lascia intendere quanto possa essere stato concordato con gli ‘alleati’)
  • non esiste forse un diritto internazionale pensato per evitare condotte di tipo mafioso come atti di killeraggio e simili, specialmente se gli esecutori millantano il possesso di ‘prove’  (non bastava semplicemente renderle pubbliche per depotenziare subito le minacce?)

Tralasciando tali domande retoriche che, ne sono consapevole, trasudano tanta ingenuità, l’elemento nuovo non c’è certo l’ingerenza militare statunitense o l’attivismo iraniano in Medio Oriente, bensì lo sgretolamento definitivo delle strutture statuali createsi con il colonialismo europeo e i successivi movimenti di liberazione, in particolare di quelle realtà artificiose come la Libia e l’Iraq rimaste compatte finché sono state controllate dal pugno di ferro di regimi nazionalisti-laici (ispirati al partito Ba’th) che, usando il bastone del potere militare e la carota degli introiti garantiti dall’esportazione di idrocarburi, hanno operato almeno un minimo di modernizzazione e redistribuzione della ricchezza, tamponando momentaneamente i problemi interni e creando una parvenza di unità.

Oggigiorno, senza il sostegno rispettivamente di USA e Russia, Iraq e Siria si sgretolerebbero all’istante; intanto, approfittando dello sfacelo generale, potenze regionali quali Turchia e Iran attuano un imperialismo ‘locale’ sovvenzionando milizie e/o intervenendo direttamente, come sta facendo Erdogan in Libia. La ‘somalizzazione’ del nord Africa incombe sui paesi produttori di gas e petrolio strozzati da anni di deflazione, lasciando campo libero alle profonde divisioni interne, alle conseguenze della piaga della sovrappopolazione e all’emergere del terrorismo fondamentalista successivo al crollo del baathismo; un collasso che desta molto interesse, poiché si rendono vacanti risorse naturali che fanno ovviamente gola a tanti.

Per destabilizzare il mercato degli idrocarburi non serve mettere le mani direttamente sul petrolio. E’ probabile ad esempio che l’Amministrazione Trump con le sue intimidazioni punti a un taglio della produzione iraniana e irachena per favorire quell’aumento dei prezzi (già parzialmente avvenuto) da tempo implorato dalle aziende dello shale oil, le quali finora hanno spesso evitato la bancarotta solo grazie a spregiudicati equilibrismi finanziari. Nel caso l’Iran decidesse di chiudere lo stretto di Hormuz o di intraprendere misure analoghe, il beneficio per i produttori di shale sarebbe ancora maggiore; che poi l’economia mondiale, complice i rialzi eccessivi del greggio, finisca a rotoli, è un’altra storia…

Nel triste pantano della geopolitica è possibile, per ognuno di noi, agire affinché la polveriera mediorientale non degeneri irrimediabilmente, oppure tutto è vano? Beh, se non altro si può prendere in prestito un importante principio dal primo soccorso: se non puoi aiutare, evita accuratamente di peggiorare la situazione. Nel nostro caso, ciò significa astenersi dallo schierarsi e parteggiare attivamente per qualsiasi delle parti in causa, non essendocene alcuna meritevole di ricevere sostegno.

Non si tratta né di cerchiobottismo né di ignavia, perché resta comunque un dovere imprescindibile riconoscere le responsabilità, accertare il diritto e denunciare l’ingiustizia; tuttavia, nel recente passato troppo spesso i cultori (o sedicenti tali) di pace ed ecologia hanno preferito sostenere, contro la minaccia neo/ordoliberista statunitenese/tedesca, ‘mali minori’ quali il capitalismo dirigista russo, il ‘nuovo corso’ globalista cinese, il sovranismo autoritario alla Orban, i residuali regimi baathisti; in certi casi hanno addirittura hanno intravisto speranze nell’isolazionismo di Trump o nell’Iran degli ayatollah. Per pace ed ecologia, il tempo dei compromessi al ribasso è definitivamente finito, speriamo non lo sia ancora per una esistenza umana sufficientemente dignitosa sulla Terra.

(Immagine in evidenza: The Futility of a Well-Ordered Life di Winston Smith)

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

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