Ma quale decrescita!

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Con il fallimento di Lehman Brothers nell’ottobre del 2008 e la conseguente contrazione del PIL mondiale del 2009, l’umanità intera è stata colpita da un terribile “terremoto economico” che pur avendo il proprio epicentro nei paesi sviluppati (è partito dagli USA e si è poi espanso nella vecchia Europa) ha fatto sentire i propri effetti anche sulle economie emergenti (perfino la galoppante Cina ha registrato una frenata  della propria crescita a due cifre). La crisi ha conseguenze reali – i disoccupati, i precari, i cassaintegrati o gli esodati del nostro paese non sono che l’adattamento al particolare contesto socio-economico italiano – e queste conseguenze stanno cambiando la vita ed i valori della gente. A queste conseguenze reali occorre però aggiungere il ruolo dei media, anche se in questo caso ci troviamo di fronte al solito gioco sleale – basti pensare a come tutto questo venisse minimizzato durante il governo di Berlusconi (“I ristoranti sono tutti pieni” o “gli italiani sono il popolo più ricco del mondo”), per poi essere tutto d’un tratto riscoperto durante l’ultimo anno di governo Monti e le misure recessive messe in atto per placare il malcontento dei mercati e permettere l’intervento a tampone della BCE.

E’ innegabile che questa crisi stia cambiando i valori e i pensieri di un’intera umanità, che si sta riscoprendo sempre più attenta alle questioni economiche e alle ricette che sarebbero necessarie per “far ripartire l’economia”. Basta entrare in un bar o dare un’occhiata alla propria pagina di Facebook per notare il “chiacchiericcio” di fondo sui temi economici, il tutto riconducibile alla chimera delle chimere, ovvero alla crescita del prodotto interno lordo, diventato ormai il problema per eccellenza dei nostri tempi (mettendo in secondo piano la tragedia del riscaldamento del clima o la distruzione della biodiversità del nostro pianeta). Altro che opportunità per riscoprire nuovi valori diversi da quelli economici o per avvicinarsi con un po’ di buonsenso ai temi propugnati dai teorici della “decrescita felice”, la realtà è che con la crisi economica la maggior parte di noi non ne vuole proprio sapere di decrescita felice (ci si divide tra chi è più cinico e la crede un’utopia irrealizzabile e chi la trova semplicemente assurda avendola confusa con la “decrescita infelice”). E questo perché ci troviamo schiacciati fra la dura realtà (fatta delle rate del mutuo per l’acquisto della casa e dell’auto da pagare ogni mese, da condizioni di lavoro sempre più grame – e si dichiara fortunato chi può lavorare – e la continua perdita del proprio potere d’acquisto) e l’umiliante confronto che ci viene continuamente proposto da coloro che veicolano l’informazione con gli “unti del Signore”, ovvero l’esercito di celebrità, calciatori, attori e veline che fanno dello sfarzo e dell’ostentazione la propria ragion d’essere.

I teorici della decrescita felice si trovano a giocare una partita persa in partenza, perché la “sobria austerità” che si auspicano i Latouche, i Pallante o i Bonaiuti non piace alle masse e questo non si può certo negare. Basti pensare al fatto che nonostante l’innegabile benessere e agio a cui siamo giunti (se solo lo si prova a confrontare con il passato o con chi è rimasto fuori dal progresso), la gran parte di noi non si considera “felice” con quello che già possiede (oltre la metà della popolazione dei paesi sviluppati fanno uso di psicofarmaci)  ed ha riposto tutte le proprie vane speranze di una futura felicità nella vita da celebrità – secondo lo psicologo e giornalista Oliver James vaste aree della popolazione britannica credono che chiunque “possa diventare ricco e famoso” o possa diventare “come Alan Sugar o Bill Gates, anche se dagli anni Settanta a oggi la possibilità che ciò accada realmente è diminuita” (“Selfish capitalism is bad for our mental health” in Guardian, 3 gennaio 2008).

Fino a quando questo sistema socio-economico (fondato sul progresso materiale e l’industrialismo) non imploderà – ma è questione di qualche decennio, giusto il tempo di scontrarci davvero con la finitezza del pianeta e l’esaurimento delle riserve di combustibili fossili, compresi quelli non convenzionali – non avremo quel cambio di valori (almeno su larga scala) che si auspica chi combatte per l’affermazione di un pensiero e soprattutto di un agire basato sulla decrescita felice, anche se quando saremo arrivati a quel punto si renderà opportuno trovare un nuovo nome alla decrescita, perché ci sarà rimasto ben poco da “decrescere”.

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Manuel Castelletti
Laureato in Economia, ho avuto diverse esperienze lavorative (tra cui Ambasciata d'Italia a Buenos Aires, Monte dei Paschi, Freeandpartners, Nestle). "Verso la fine dell'economia - apice e collasso del consumismo" è il mio nuovo libro, edito da Fuoco-Edizioni. http://economiafinita.com

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