Manifesto per un’Europa decrescente

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1913

I processi di integrazione europea sono oggetto di forte contestazione, anche perché stanno gravemente penalizzando alcune nazioni provate dalla crisi economica, e in tutti i paesi membri si stanno affermando movimenti politici ostili alla moneta comune o addirittura alla ragion d’essere dell’Unione.
Come decrescenti, da una parte non possiamo accettare la logica di chi vuole riportare indietro l’orologio della storia proponendo soluzioni peggiori dei mali che vorrebbe curare, dall’altra non possiamo tapparci gli occhi e non constatare che l’Unione Europea, così come è configurata attualmente, non solo non risponde alle esigenze delle sfide che l’umanità si vede costretta ad affrontare – i cambiamenti climatici in primis – ma sostiene attivamente il degrado ecologico e la disintegrazione sociale. Come europei, consapevoli del fatto che gran parte dei problemi che attualmente attanagliano il mondo derivano da degenerazioni del pensiero occidentale, siamo altresì convinti che il Vecchio Continente abbia tutte le carte in regola proporre un’importante inversione di tendenza che possa servire eventualmente da spunto anche per altre civiltà.
Nel Manifesto per un’Europa decrescente non ci siamo limitati a riproporre i classici capisaldi della decrescita (la critica del PIL, la differenza tra decrescita e recessione, l’elogio dell’autoproduzione, la decolonizzazione dell’immaginario), ma abbiamo cercato di abbozzare un progetto politico compatibile con gli ideali di questa filosofia.
Ne è uscita fuori quella che si potrebbe chiamare, con un gioco di parole, ‘riforma rivoluzionaria’: inevitabilmente rivoluzionaria, perché la decrescita segna un vero e proprio cambio di paradigma, che coinvolge inevitabilmente anche le tradizionali forme di governo. D’altro canto, quasi tutte le proposte evocano la sensazione che si potrebbero applicare ‘qui e ora’, perché non comportano né tecnologie avveniristiche né particolari stravolgimenti della vita delle persone; tendono anzi a rafforzare tutti quegli aspetti che rendono la vita umana un’esperienza meritevole di essere vissuta.
Il manifesto è volutamente un passo iniziale, un work in progress che chiediamo di condividere a tutte le persone di buona volontà. Un’alimentazione più sana, un ambiente pulito, una nuova concezione del lavoro slegata dal produttivismo, maggior libertà e autonomia… sono tutti obiettivi a portata di mano, a patto di abbandonare per sempre la logica perversa della crescita infinita. Invitiamo chi contesta le presunte privazioni derivanti dall’adozione della decrescita a riflettere seriamente sui sacrifici, quelli sì veramente dolorosi, necessari per mantenere in vita un Moloch che diventa sempre più crudele ed esigente all’aggravarsi dei sintomi della sua fine – riscaldamento del pianeta, perdita di biodiversità, picco del petrolio ed esaurimento di materie prime. Il Manifesto per un’Europa decrescente è il nostro modo di dissociarci e di proporre un’altra economia, un’altra politica, un’altra società.

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8 Commenti

  1. Ho letto il Manifesto.
    Lo trovo bello, ben scritto.
    Io svilupperei di piu’ un aspetto: il suolo, l’antropizzazione, gli squilibri territoriali, la concentrazione di popolazione nei grandi centri urbani, lo spopolamento della montagna.
    Non vi può essere decrescita senza riequilibrio territoriale: senza forme di incentivo che incoraggino il ritorno alla terra.
    Oggi, anche in considerazione della penuria di lavoro nelle città, è indubbiamente possibile pensare a uno sviluppo “altro”, basato sull’autoproduzione, il consumo di prossimità, la valorizzazione delle comunità locali.
    Non basta ripensare la geopolitica istituzionale ( a partire dalla fisionomia e dal ruolo dei comuni).
    Serve “reinventare” un modo nuovo di vivere il territorio; a partire dalle aree abbandonate.
    Il Comune dove vivo ( Bardi, appennino parmense) ha 12 abitanti/kmq su una superficie di 190 kmq.
    Gli insiediamenti abitativi ed economici rappresentano lo 0,75% della superficie totale.
    Dal 1861 ad oggi la popolazione è passata da 9.000 a 2.000 abitanti. L’indice di vecchiaia è del 400%
    Eppure è un paese tanto bello!
    Buona parte dell’Italia è in queste condizioni. In compenso le città sono congestionate, invivibili, irrespirabili sotto ogni punto di vista.
    Di chiacchiere sullo spopolamento, sull’abbandono della montagna se ne sono fatte tante ma un progetto vero, serio, lungimirante, biocompatibile non esiste; se non delle iniziative sporadiche che lasciano il tempo che trovano.
    Non vale la pena di riflettere e di progettare una nuova maniera di utilizzare il territorio?

    • Sono d’accordo con te Raffaele, non si può parlare di decrescita e continuare ad accettare queste megalopoli che assorbono tutte le risorse e l’energia del territorio. Oltre ad essere troppo popolata (l’Europa, come del resto l’intero pianeta) è anche mal distribuita e i vecchi paese andrebbero recuperati, anche e soprattutto per fermare la continua cementificazione di terreni fertili. Ma questo Manifesto è stato scritto proprio per stimolare un dibattito e per far emergere nuovi spunti o temi che non sono stati approfonditi, ma che appartengono al pensiero decrescentista.

      • Ciao Manuel,
        alcuni giorni fa ero ad una riunione in cui si parlava di Terzigno e della famosa vicenda della discarica.
        Anche in questa occasione, come spesso accade, sia l’analisi della relatrice che il tono degli interventi ha riguardato aspetti legati all’oggi e, manco a dirlo, agli aspetti emergenziali ( L’Italia è sempre e perennemente in stato di emergenza).
        Io sono un fanatico del GIS e mi piace ragionare guardando le carte geografiche.
        Terzigno, come tutti i paesi di cintura del napoletano, è stata costruita a ridosso del Vesuvio: un vulcano quiescente ma non spento!
        Guardare dal satellite l’area metropolitana partenopea fa rabbrividire.
        Per contro l’appennino è completamente spopolato.
        E’ ovvio che una siffatta concentrazione urbana crei problemi: a cominciare dallo smaltimento dei rifiuti.
        Ma a monte ci dovrebbe stare una discussione sul packaging, sul perchè se ne producono tanti e, in definitiva, sul fatto che si viva per consumare e non si consumi per vivere.
        Se guardiamo le curve demografiche di Terzigno e di Bardi ( comune dove risiedo) sono esattamente opposte. La prima ha quadruplicato la sua popolazione, dal 1861 a oggi; la seconda ha avuto una diminuizione di quattro quinti.

        Il suolo abbandonato è stato sottratto alla cementificazione ma, non di meno, l’abbandono comporta altri problemi: il dilavamento, l’erosione, il ruscellamento con conseguente aumento della franosità, già favorita dagli aspetti geo-morfologici del suolo.
        C’è abbastanza materiale sul quale riflettere.

        • Ciao Raffaele, il Manifesto è ovviamente un lavoro di sintesi che ragiona inevitabilmente sui ‘massimi sistemi’ con un tono abbastanza astratto; tuttavia è proprio pensato per innestarci contributi ‘concreti’ come il tuo. Ovviamente nessuno pensava di redigere un manifesto ‘tuttologo’! 🙂 Diciamo che la nostra speranza è di proporre un cambiamento nel sistema politico e nella società tale per cui le tue proposte diventino istanze imprescindibili.

          • Ciao Igor,
            comprendo benissimo la necessità di essere sintetici.
            Spero che ci sarà modo di arricchire le preziose idee sui “massimi sistemi” anche ragionando su esperienze pratiche e progetti già in essere che bene si inseriscono nel quadro generale di riferimento della decrescita ( felice).
            Mi piacerebbe raccontare la nostra esperienza e quello che cerchiamo di fare nella nostra valle.

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