Nell’inferno di Kinshasa

Kinshasa: fare il cooperante non è un mestiere facile soprattutto se il motivo per cui hai deciso di abbandonare un contratto e un buon stipendio, è morale

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La gente di Kinshasa che raccoglie l’immondizia per bruciarla

Fare il cooperante non è un mestiere facile, soprattutto se il motivo per cui hai deciso di abbandonare un contratto a tempo indeterminato e un buon stipendio è morale. Questo è sicuramente il mio caso, perché ho deciso di provare a consacrare la mia vita, le mie energie fisiche e intellettuali per la costruzione di un mondo migliore. In genere si viene mandati in paesi difficili e contesti poco prevedibili, dove i rischi di qualsiasi genere sono all’ordine del giorno. E questa è stata l’esperienza dei miei primi due mesi come cooperante in un’azienda agricola della Pediatria di Kimbondo a 180 chilometri da Kinshasa, in Repubblica Democratica del Congo, il penultimo paese più povero al mondo per PIL pro-capite a parità di potere d’acquisto secondo uno degli ultimi report rilasciati dal FMI. In R.D. del Congo c’è ancora la guerra nella parte est del paese – in particolare nella regione del Chivu – e il 15 dicembre 2016 sono stato rimpatriato d’emergenza per decisione delle ONG presso cui lavoro, di comune accordo con la Farnesina che nel frattempo aveva aperto l’unità di crisi nel paese. La causa sono le manifestazioni che erano previste per il 19 dicembre per protestare contro il presidente Kabila e il suo mancato rispetto del limite dei due mandati di presidenza previsti dalla Costituzione – Kabila è subito succeduto al padre che era stato assassinato nel 2001.

Curioso che questo paese abbia inserito la parola “democratica” nel proprio nome – il paese non si chiama più Zaire da quando Mobutu è stato destituito dal padre dell’attuale presidente –, la R.D. del Congo infatti non ha proprio niente di democratico. A una dittatura è sempre succeduta un’altra dittatura e ogni cambio di potere è sempre stato sancito dal sangue e da violente lotte di potere. Non esiste un senso di stato, ogni persona di potere cerca di massimizzare i propri interessi per sé, per la propria famiglia o al massimo per il proprio gruppo tribale. Nel paese aleggia ancora lo spettro dei massacri tra hutu e tutsi, di una guerra in cui il Congo ha comunque avuto un ruolo da protagonista ed è per questo che gli esperti internazionali di geopolitica temono il ritorno di una guerra civile nella regione dell’Africa Centrale nel caso in cui la situazione di Kinshasa dovesse degenerare.

Le rive del fiume Congo

Kinshasa, appunto. Ci vivono dieci milioni di persone, forse di più, chi può dirlo – l’ultimo censimento risale a parecchio tempo fa e molti ancora oggi non denunciano all’anagrafe i nuovi nati. Attraversare questa città fa subito venire in mente quei racconti di fantascienza post-atomici: appena usciti dall’aeroporto la prima impressione è che l’inferno sulla terra esiste e ci si è appena arrivati, ci si sente una sorta di Dante del XXI° secolo alla scoperta dei vari gironi infernali a cui sono stati destinati milioni di Africani. Forse Kinshasa è un’anteprima di quello che spetterà anche a noi in un futuro forse non troppo lontano nel caso di collasso dell’economia mondiale? Probabile. Viviamo in un pianeta sovrappopolato, dove le risorse naturali si stanno rapidamente esaurendo e in cui i danni di due secoli e mezzo di rivoluzione industriale stanno minando la stessa continuità della vita complessa sulla Terra – se pensiamo alle possibili ricadute future degli inquinanti chimici pericolosamente entrati nella catena alimentare. A Kinshasa ogni giorno milioni di persone si svegliano prima dell’alba per andare a lavorare a piedi o con mezzi motorizzati di fortuna, in genere furgoncini scassati che vomitando pesanti fumi neri si fanno strada tra buche che sembrano voragini e tremendi ingorghi di traffico. Si sta pigiati come mosche in venti o anche più seduti in una qualche maniera, di certo non confortabile, il sudore che gronda dalla fronte tua e dei tuoi vicini che ti entra dentro il corpo, il tuo odore che cambia e non lo riconosci più: mescolanza di olezzi africani e di sporcizia. Certo, ci sono anche i moto-taxi, con quelli si va più svelti, in genere su in tre, ma prenderli vuol dire non dare troppo valore alla propria vita. In genere, il grosso del flusso di esseri umani va dalle baraccopoli della periferia in cui a perdita d’occhio si ammassano capanne fatte di lamiere, pali e plastica al centro della città, dove si muove il grosso del denaro. Tranne che dove vivono e si muovono i più ricchi, si nota che le strade non sono più state asfaltate da anni e il risultato è che le buche, col tempo, sono diventate vere o proprie voragini colme d’acqua marcescente e fango, dove è meglio non arrischiarsi ad entrare. Il traffico è terribile a ogni ora del giorno e della notte, in città non ci sono regole anche se non mancano di certo i poliziotti, ma questi sembrano più interessati a cercare di arrotondare la propria comunque misera paga piuttosto che a garantire il rispetto delle regole – ma le leggi non mancano, basti pensare che ogni veicolo motorizzato dovrebbe aver prima superato una revisione per poter circolare e invece ti trovi di fronte strani veicoli sgangherati che ti domandi proprio come sia possibile che siano in grado di farcela ancora. Ma ai congolesi va comunque riconosciuto il merito di sapersela cavare anche nelle situazioni e coi mezzi più difficili. Fa sempre un certo effetto vedere nelle vie centrali della capitale sfrecciare veloci per chissà quale urgenza le camionette dei caschi blu e spesso a pochi metri di distanza vedere quelle stipate di militari congolesi che con sguardi minacciosi ostentano i loro mitra e i loro kalashnikov, simboli di un potere che trova nell’uso della forza la sua unica legittimità.

Nella giungla del traffico di Kinshasa ognuno cerca di superare l’altro, i pedoni sbucano fuori ad ogni dove, le moto zigzagheggiano rischiando lo scontro frontale in ogni momento e giganteschi camion strafottenti invadono le altre corsie a tutto gas, ma il risultato è che tutti stanno fermi, in una sorta di cacofonico incanto fatto di clacson e urla di autisti infuriati l’uno con l’altro, il tutto immerso nei nauseabondi fumi di scarico di vecchi motori diesel. Bastano pochi minuti di questo spettacolo per garantirsi subito un cerchio alla testa di tutto rispetto e le lacrime agli occhi, è l’inquinamento il prezzo da pagare per lo sviluppo dei paesi poveri. E in tutto questo la vita, anche se si tratta di un vita profondamente degradata, va avanti. Assurdo quanto l’essere umano riesca ad adattarsi anche ai contesti più disumani, veramente incomprensibile come così tante persone preferiscano comunque l’assurda vita di città alla tranquilla vita dei villaggi della savana circostante – ed è ancora più assurdo considerando che il paese ha ancora tante terre incolte e un gran bisogno di gente che coltivi la terra. Il consumismo e le luccicanti promesse di ricchezza materiale hanno creato un’umanità drogata di merci, macchine e fumi di scarico, mai si era visto l’essere umano abbassarsi a una forma così infima di degrado morale, fisico e culturale. Eppure frotte di mercanti e ambulanti vari continuano imperterriti la loro quotidiana missione, cercando di venderti la loro quota di consumismo – anche se devo dire che mantengono un certo rispetto quando ti vedono, nessuna pressione o assalto al bianco come invece capita a Sharm el Sheik o in altri luoghi turistici di spicco. Quello che hanno da offrirti sono ogni sorta di chincaglieria cinese rigorosamente in plastica (ultimamente sembrano avere un discreto successo gli sturalavandini), bottigliette di improbabili marche di bevande gassate con un liquido dal sapore innaturale e il colore delle vernici o il cibo congolese (dalla chickwanga, la manioca avvolta nella foglia di banano al fufu – polenta di mais e manioca –, il pondu – foglie di manioca cotte – o i chemilles, i bruchi secchi che insieme al pesce salato e la carne di capra bruciacchiata costituiscono l’alternativa proteica ai fagioli). Si vede anche la frutta, ma quella in genere non la mangiano le persone comuni, perché l’eccessivo costo (due ananas costano come la paga giornaliera di un operaio) l’ha ormai estromessa dalla cultura popolare. E’ un fenomeno proprio della globalizzazione e della modernità che ai poveri non siano riservati frutta e verdura fresca, a loro l’efficientissima economia moderna ha riservato il solo junk food, il cibo spazzatura. In Congo siamo nella fase in cui si intravede un po’ di sviluppo economico – sancito dall’aumento dei mezzi motorizzati e della plastica gettata in giro – e quindi i primi timidi tentativi di standardizzazione e produzione a basso costo e infima qualità dei piatti tipici del luogo che qui ancora puoi comprare ai bordi della strada cucinati dalle instancabili e sempre allegre maman.

Ma proseguendo per le vie di Kinshasa immancabile presenza quella degli accattoni, degli storpi, dei ciechi e dei mendicanti di ogni genere e sorta che elemosinando un po’ della compassione altrui cercano anche loro di arrivare a fine giornata con la pancia piena – tanto sanno benissimo che nessuno si occuperà di loro, di certo non lo Stato, intento com’è a destinare le striminzite entrate fiscali a un nuovo parco di SUV da regalare ai parlamentari per il loro impegno istituzionale o ad approvare l’ennesima legge in favore delle grandi compagnie straniere che fanno affari con oro, diamanti e coltan. Colpisce vedere certi signori di una certa età e senza gambe che ogni giorno vengono spinti sulle sedie a rotelle in mezzo agli ingorghi del traffico da dei ragazzi sui dieci / dodici anni; ci si domanda se la loro associazione è per affetti o semplicemente per business, se c’è un qualche mercato di nonni amputati da affittare e quale ne possa essere il prezzo. Forse questa società non è proprio così moralmente degradata come sembra, alla fine la presenza stessa dei mendicanti indica che c’è qualcuno che è disposto a condividere con loro la propria misera paga, il proprio pane. Che sia il risultato di oltre un secolo di attività di missionari intenti a predicare la buona novella? O forse è insito nell’uomo, anche e soprattutto perché povero, di provare quel sentimento di compassione e quel desiderio di aiutare chi si trova in una situazione addirittura peggiore della propria. Osservando i mendicanti al lavoro non si può non notare come riescano comunque a mantenere un certo ordine; il tempo e la pratica quotidiana hanno conferito un’arte e un protocollo anche al loro mestiere. In genere si mettono nella via principale, che è asfaltata e senza buche – certo sarebbe impossibile spingere carrozzine o camminare con stampelle in mezzo a fango e buche – e si nota che esiste una certa organizzazione nel quotidiano domandare attenzioni e riconoscimenti per le proprie sciagure tra le auto bloccate nel traffico. Uno dei sintomi della disperazione della società congolese si può cogliere anche dal gran fiorire di nuove chiese e nuovi predicatori di ispirazione vagamente cristiana e che sono n grado di garantire la benedizione di un dio che porterà ai propri seguaci fortune e ricchezze terrene. Ovviamente si tratta di una forma meramente materialistica di religione, una sorta di lotteria della religione che fa leva sulle necessità e sui sogni di agiatezza della povera gente.

Il traffico di Kinshasa

In città quasi non esiste l’elettricità pubblica, ma tanto anche se ci si allacciasse al servizio non si avrebbe nessuna garanzia di un erogazione stabile o almeno prevedibile. In Congo la corrente elettrica non dura che per poche ore al giorno e il risultato è che al già tremendo inquinamento si vanno aggiungere anche i gas di scarico dei vecchi generatori che bruciano diesel. L’acqua è inquinata e le strade sono invase da ragazzi che portando sul capo secchi colmi di sacchetti di plastica pieni di acqua da rivendere agli assetati cercano di attirare l’attenzione con il caratteristico richiamo dei congolesi – uno stridere di labbra come da noi si chiamano i gatti. Ovviamente il sacchetto che conteneva l’acqua verrà gettato a terra non appena sarà stato svuotato, Questo dovrebbe farci riflettere sulla necessità di produrre bioplastica soprattutto in contesti come questi. Poi ci sono vere e proprie isole di lusso sprezzante (ma ce ne sono anche molti decadenti, con case un tempo ricche che sono ora abbandonate) nei confronti di una povertà così dilagante. Ci sono alte mura col filo spinato e la corrente elettrica che vengono difese da guardie molto ben armate.

Per le vie di Kinshasa l’inquinamento è così forte che dopo che si è attraversato la città se ci si soffia il naso esce un liquido nerastro, un bel concentrato di smog e diossine che va dritto ai polmoni – ecco spiegato perché non sono più la fame o l’AIDS ad essere fra le prime cause di morte in Africa, ma le malattie respiratorie (sui tumori bisogna aspettare di raggiungere i sessanta anni di età per raccogliere i frutti di uno stile di vita e un ambiente incompatibile con la salute umana e quella soglia per molti rappresenta la fine). La città paga la grande densità di persone – è assurdo ma in ogni angolo e a qualsiasi ora è sempre pieno di persone –, i tremendi ingorghi di traffico – si consuma molto più carburante se non si riesce a mantenere un andamento regolare –, l’essere diventato l’”ospizio” di tutti i veicoli più inquinanti del pianeta (ci sono mezzi diesel di quaranta o cinquant’anni fa) e la piaga dei veleni che si sprigionano dalla combustione della plastica. Ma d’altronde qui lo Stato non si occupa proprio dei rifiuti, che vengono semplicemente accatastati in qualche angolo della strada e bruciati nella notte. C’è poi chi coltiva il mais o la manioca nelle discariche dove si accumulano le ceneri della plastica e degli altri pericolosi rifiuti bruciati. Ai loro figli il privilegio di mangiare il fufu alla diossina, ma non si può certo pretendere diversamente da un paese in cui buona parte della popolazione è ancora analfabeta. I fiumi e le vie d’acqua sono diventate i luoghi in cui si vanno ad accumulare tonnellate di rifiuti e di puzzolenti reflui della città – vere e proprie cloache a cielo aperto, contenitori di morte naturale, raccoglitori dell’olio esausto di milioni di motori –, ma dove la presenza della plastica ha l’inconveniente di tappare tutto. E allora con cadenza regolare si deve ricorrere si ricorrere alla via più spiccia, il fuoco. Fumanti altari che nella notte onorano le proprie offerte al dio del progresso e della plastica. Sporcizia, povertà, violenza, ignoranza e ogni forma possibile e immaginabile di inquinamento sono parte delle vite delle città dei paesi poveri, poca differenza tra Kinshasa e Lagos, tra Bangalore e Città del Messico. E sarà sempre peggio perchè quello dell’esodo dei contadini verso le bidonville delle grandi megalopoli del sud del mondo è un processo a cui le assurde logiche della globalizzazione e della modernità che stiamo vivendo non può certo sottrarsi.

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Manuel Castelletti
Laureato in Economia, ho avuto diverse esperienze lavorative (tra cui Ambasciata d'Italia a Buenos Aires, Monte dei Paschi, Freeandpartners, Nestle). "Verso la fine dell'economia - apice e collasso del consumismo" è il mio nuovo libro, edito da Fuoco-Edizioni. http://economiafinita.com

6 Commenti

  1. Gran bell’articolo,complimenti. Leggendolo sembra quasi di esserci,si avverte la “pesantezza” dell’atmosfera che si respira.Incuriosito dalle immagini ho cercato su youtube qualche video di conferma di tutto ciò,ma in realtà sono usciti solo filmati che presentano una città moderna ,in piena crescita,bei quartieri residenziali , persone felici ,esattamente il contrario di quello che hai visto con i tuoi occhi.Quindi? Esiste una realtà che vale per tutti,o è sempre una visione soggettiva?

    • Be sul moderno e sui bei quartieri non so, si esiste qualche isola artificiale con tanto di filo elettrico e muri giganti, in particolare il quartiere degli americani che dirigono grandi companies, ma quello è quello che ho visto e percepitp. Un certo grado di soggettività è implicito, non esistono articoli oggettivi, questo lo diceva sempre Tiziano Terzani che cercava di sfatare il mito degli articoli oggettivi made in UK.

  2. Ciao Manuel
    Hai fatto una realistica analisi della situazione che hai visto.
    Purtroppo è una analisi che toglie ogni speranza per una soluzione interna alla realtà dell’Africa e di altre realtà simili distribuite in altre parti del mondo.
    La soluzione, se ci sarà, verrà dall’esterno: verrà dal mondo sviluppato se questo prenderà coscienza che siamo tutti sulla stessa barca e che le condizioni in cui si vive in Africa e in altri posti simili metteranno in discussione le proprie condizioni di vita. Penso ai cambiamenti climatico-ambientali e alle emigrazioni di massa che sempre più diventeranno imponenti e a tante altre cose.
    Qualche tempo fa ho redatto un articolo dal titolo “Un grande accordo” in cui facevo delle analisi e delle proposte per risolvere questi problemi (l’articolo, pubblicato su questo blog, è al link http://www.decrescita.com/news/un-grande-accordo/ ). Gradirei un tuo commento sull’analisi e le proposte fatte in questo articolo.
    Ciao
    Armando

    • È evidente che così non si può andare avanti, nonostante gli scoppiettanti programmi di mega infrastrutture e megalopoli dove si concentrerà gran parte dell’umanità futura. Io provo a fare di tutto per cambiare le cose ma troppe forze ci remano contro. Se noi volessimo dall’oggi al domani potremmo costruire un mondo migliore acquistando solo determinati beni e rinunciano al superfluo e abbracciando piu tempo libero, ma non lo vogliamo. Non possiamo essere tutti americani od europei, ma il problema è che ci sono almeno due miliardi di persone in tutta l’Asia che stanno arrivando a quegli standard di vita. E come li fermi? Gli dici che devono continuare a fare gli schiavi in cambio di una ciotola di riso? Sulla sovrappopolazione, è evidente la gravità del problema ma non puoi affrontarlo nel breve termine, quindi abbiamo poche speranze, vivremo in un pianeta degradato e la vita sarà molto difficile per la gran parte di noi.

  3. Complimenti per la tua scelta e per quello che fai. Mi ci ritrovo molto nelle tue parole e nelle esperienze che ho avuto anch’io all’estero, anche se non così forti.

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