NO TAV: riflessioni per resistere

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Alla fine, il trasversalissimo ‘partito del PIL’ – ottima definizione coniata da Guido Viale – vera espressione dei ‘valori nazionali condivisi’ tanto spesso auspicati nelle ricorrenze importanti, ha ottenuto un voto parlamentare esplicitamente in favore della prosecuzione dei lavori per il maxi-tunnel di Chiomonte in Val di Susa, destinato alla linea ferroviaria ad alta velocità (TAV) afferente il mitologico ‘corridoio 5 Lisbona-Kiev’, la cui concretezza attualmente è più o meno la stessa di quando Berlusconi lo tratteggiò con un pennarello in una celeberrima puntata di Porta a Porta diciotto anni fa.

Ovazioni trionfanti dell’Italia che conta, rabbia e accuse dello storico leader NO TAV Luca Perino verso il M5S, la replica di Grillo e i mal di pancia di tanti deputati pentastellati, l’oramai imminente crisi di governo provocata dalla Lega… sono tutti argomenti abbondantemente trattati da Web, TV e giornali. Nel mio piccolo, propongo a freddo tre riflessioni secondo me prioritarie, limitandomi ad abbozzarle in quanto ciascuna di esse meriterebbe di essere sviscerata in profondità – compito per il quale, non ho problemi ad ammetterlo, potrei non essere all’altezza. Spero però di fornire ispirazione a qualcuno più capace di me al riguardo.

Il parlamentarismo non basta

Se neppure ottenendo il 35% dei consensi elettorali riesci a bloccare quella che, nonostante il giro di denaro stellare che le ruota attorno, in fin dei conti è ‘solo’ un’infrastruttura, allora è illusorio pensare di raggiungere l’obiettivo tramite un semplice iter parlamentare. E’ innegabile che il M5S, una volta investito del ruolo di forza di governo, abbia trasformato gradualmente il tema TAV in Val di Susa in una questione di palazzo allontanandosi dalla battaglia popolare, rinunciando così a un supporto fondamentale.

Si potrebbe discutere a oltranza sui comportamenti controversi tenuti dal M5S, è opportuno però levarsi uniformi, elmetti e paraocchi per accettare un dato di fatto piuttosto lapalissiano: nel momento in cui qualsiasi forza politica (anche quella moralmente più integerrima) entra a far parte del cosiddetto ‘arco parlamentare’, subisce un processo di omologazione alla real politik, tale per cui solo una forte partecipazione popolare può riportare sulla retta via. Come insegna la storia dei diritti civili e sindacali, istanze radicali possono essere accolte solo se la piazza trova una sponda in parlamento, mentre il viceversa è abbastanza illusorio.

A chi accusa il mio ragionamento di idealismo e utopia, faccio notare che nel 1993 i politici italiani hanno rinunciato, a causa della massiccia pressione dal basso, al privilegio a cui erano più affezionati – ossia l’immunità alle indagini della magistratura – attraverso un emendamento della costituzione approvato in tempi rapidi e con una maggioranza talmente ampia da non richiedere la ratifica referendaria; tutto ciò nel contesto del parlamento più inquisito della storia della repubblica. Ma ciò è avvenuto perché si temeva l’insurrezione popolare, mentre chi ha approvato le mozioni SI TAV sapeva di arginare un malcontento per lo più locale e limitato.

Relazione tecnica: ok, ma…

La relazione tecnica costi-benefici del  MIT ha rappresentato un momento importante nell’intera vicenda TAV, trattandosi dell’unica forma di argomentazione oppugnabile ai paladini dell’opera; sarebbe stato infatti  impossibile ragionare su logiche diverse da quelle mainstream (per capirci “soldi, soldi”, come canta Mahmood). Tuttavia, alla disputa di carattere tecnico ne andava affiancata una prettamente politica incentrata su di un nuovo modello di civiltà compatibile con la grave crisi sociale ed ecologica planetaria (Non solo un treno è l’emblematico titolo di un importante libro NO TAV), dove la contestazione della crescita economica continua fosse un tema centrale. Al di là delle schermaglie contro gli ultras della grande opera, era infatti essenziale aiutare la marea di persone senza un’opinione precisa e poco avvezza alle diatribe tecniche a inquadrare meglio l’intera questione, allo scopo di ottenere il loro supporto. Ma tutto ciò, ricollegandoci al punto precedente, è inconciliabile con la real politik e solo forti movimenti sociali extraparlamentari possono farsene carico.

Contro l’autoreferenzialità e la frammentazione, in favore di una cultura condivisa

Contrariamente a certe visioni disfattiste e qualunquiste, il nostro paese pullula di comitati di cittadini a difesa dei territori (alcuni dei quali ben descritti da Miriam Corongiu e Vincenzo Tosti in Cercate l’antica madre), nonché di iniziative in favore di agricoltura biologica, energie rinnovabili, autoproduzione ecc. Fatico a esprimere la benché minima critica a persone che, nella migliore delle ipotesi, sacrificano tempo libero e vita familiare, nella peggiore invece vengono denigrate dai mass media, si trovano invischiate in vicissitudini giudiziarie o addirittura devono schivare manganellate.

Tuttavia, non si può ignorare un’eccessiva frammentazione e autoreferenzialità che, oltre a impedire la formazione di un ampio fronte comune, disorienta l’opinione pubblica, finendo per convincerla che TAV, trivelle, inquinamento da PFAS, ecc. costituiscono solo fenomeni locali slegati da considerazioni più generali coinvolgenti l’intera società civile, quindi pure chi per lontananza geografica si sente estraneo a tali problematiche.

Che fare?

Per i comitati NO TAV la risposta è facile: proseguire la lotta. Necessitano come non mai di visibilità e sostegno, è facile immaginare la portata che può assumere la repressione del dissenso (già elevata) ora che può farsi forte di un mandato parlamentare.

Sicuramente, il tempo della contabilità e della ragioneria si è oramai concluso, del resto, quando si accampano argomentazioni brillanti del tipo ‘a me piacciono i treni che corrono’ (Salvini), la razionalità dei numeri va semplicemente a farsi benedire. Al presidio della Val di Susa si deve accompagnare una ventata culturale ‘pro’ un nuovo modello di società che, automaticamente, provochi nelle persone un atteggiamento ‘anti’ il maxi-tunnel di Chiomonte e opere faraoniche analoghe. E urge fare in fretta.

 

Immagine in evidenza: foto di Miriam Corongiu a un dettaglio del murale antistante al cantiere del tunnel geognostico a Chiomonte.

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

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