Non abbiamo ancora sbattuto bene i denti contro il muro

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Basta girare un po’ per la propria città e guardarsi intorno per notare una cosa ben triste e sotto gli occhi di tutti: dappertutto c’è una gran quantità di cartelli con su scritto “Vendesi” o “Affittasi”. In tanti centri cittadini, molte attività hanno abbassato le serrande, perché non ce l’hanno più fatta a reggere il mercato, con i costi che crescevano e gli affitti che non solo non calavano, ma in taluni casi addirittura venivano aumentati. In molte zone industriali o artigianali crescono le erbacce intorno a capannoni sfitti che chissà quando verranno rimessi in attività, per non parlare delle case private messe in vendita da chissà quanto tempo.

La cosa invece difficilmente comprensibile è invece quella di vedere, a fianco di questi NUMEROSI edifici messi in vendita o in affitto, altrettanti edifici, negozi o capannoni nuovi di pacca o che sono in costruzione, pronti da vendere od affittare al miglior offerente. Ma se ce ne sono già tanti da “sbolognare”, per chi diavolo li stanno costruendo? Tenendo conto che la popolazione del nostro Paese negli ultimi anni è praticamente stabile, chi si spera potrà comprare o prendere in affitto tutti questi bei negozi o capannoni, se non si riesce a piazzare nemmeno quelli vecchi?

Certo, come si dice: “investire nel mattone”… ma questi mattoni sono ormai divenuti ben difficili da piazzare. E’ chiaro che buttare tutti i propri risparmi negli immobili già da qualche tempo vuol dire come minimo allocare male i propri investimenti, senza contare che ormai la cementificazione nel nostro Paese ha raggiunto livelli talvolta osceni. Anche le banche si ritrovano ad avere sul groppone un sacco di case riprese magari da persone o imprese che non sono riuscite a pagare il mutuo, e neppure loro sanno più che farne. Se ci ricordiamo bene, tutto il “patatrack” partito nel 2008 è partito proprio da una vergognosa speculazione immobiliare (i famigerati mutui “subprime”), che poi, con una reazione a catena tipo quella delle pedine del domino che cadono una sopra l’altra, ha sparso i nefasti effetti dall’America verso gli altri paesi occidentali. Nonostante ciò, continuiamo a costruire, sperando in una agognata ripresa, senza renderci conto che la famigerata crisi di cui tanto si parla (e della quale comunque tutti più o meno paghiamo quotidianamente le conseguenze sulle nostre spalle) è di tipo strutturale e non congiunturale. Tanti sono coloro che – privati o aziende – hanno investito nel mattone, e ora che magari hanno bisogno di liquidità, non riescono a disfarsene, a smobilizzarlo. E cosa facciamo? Costruiamo ancora…

Vuol dire allora che non abbiamo ancora sbattuto ben bene i denti contro al muro, ecco cosa.

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Mirko Omiccioli
Nato nel 1969 a Pesaro, nel 1988 mi sono diplomato come Perito Turistico e nel ’93 ho completato un corso di Operatore di Marketing per PMI. Dopo quarant’anni vissuti sulla riviera romagnola a Cattolica, mi sono sposato e trasferito nelle Marche a Fermignano, vicino ad Urbino. Entrato molto presto nel mondo del lavoro (più per necessità che per scelta), ho avuto modo di notare con dispiacere che alla medesima domanda, ovvero: “Cosa serve per vivere?” una volta avremmo risposto “Un tetto, cibo ,acqua e la salute”, mentre ora semplicemente “Servono i soldi”. Questa triste constatazione mi ha fatto capire di essere decrescentista già prima di aver conosciuto il termine.

6 Commenti

  1. Condivido in pieno,vivo in un paese dove l’unica attività produttiva era il mattone .Conseguenze: disoccupazione e danni irriversibili al territorio.

    • Ciao Davide, a guardarmi in giro noto con dispiacere che la situazione che descrivi è diffusa un pò dappertutto, e purtroppo le due conseguenze che citi sono le due più tipiche, tanto peggiori quanto maggiore è il peso economico dell’edilizia (folle)… Roba da matti!

  2. Ciao Mirko! Io vivo a Roma e mi ritrovo perfettamente nelle parole che dici. Ho iniziato a guardare la mia città con altri occhi da un po’ di tempo a questa parte, da quando ho iniziato a interessarmi di sostenibilità, decrescita e felicità. Non so come mai ci si sia ridotti a questo e ogni giorno mi chiedo come sia possibile vivere in una città dove acquistare una casa è impossibile e affittarla ti porta via quasi tutto lo stipendio. Mi chiedo dove sia il senso di tutto questo quando le case ci sono ma non sono accessibili alla gente come se la necessità di avere un posto in cui vivere e la costruzione di case fossero due cose del tutto indipendenti… Mi chiedo come siamo arrivati a questo e quando abbiamo perso di vista la realtà delle cose, della nostra vita, dei nostri bisogni primari. In definitiva della nostra felicità…
    Marica

    • Ciao Marica! dici bene tu, dov’è il senso di tutta la situazione che descrivi? Il problema dei costi insostenibili della casa sono purtroppo un male comune: vieni a fare un salto sulla riviera romagnola e vedrai pure lì prezzi “galattici”. Il paradosso è proprio questo: da un lato case e capannoni sfitti, e dall’altro prezzi di locazione sempre troppo alti… Ci vorrebbe proprio un economista molto sperto per capire la logica della cosa.

  3. Consideriamo anche che l’edilizia in Italia è un mondo ideale per riciclare soldi sporchi: senza grandi rischi, si paga in nero sia i fornitori e sia i dipendenti. Così si spiega perché ad alcuni conviene costruire anche se poi i fabbricati rimangono a lungo invenduti o sfitti: hanno comunque ripulito soldi che chissà da dove arrivano, convertendoli in bene immobiliare comunque sicuro e in regola. Ciao

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