Pasolini e la Decrescita. Tra poetica e impegno!

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Alla luce dei dibattiti che si sono susseguiti in queste ultime settimane, basti ricordare ad esempio la critica a Pallante o l’articolo del Corriere, si è reso necessario impegnarsi, schierarsi, affermare i propri principi ed i propri obiettivi.
Ho cercato, ho letto in questi giorni, molte poesie assieme a libri di economia, e più cercavo e leggevo più mi son reso conto come sia importante usare correttamente le singole parole. È vero, siamo schiavi delle parole, ma finché comunicheremo con esse dovremmo adoperarle corrattamente. Il termine “de-crescita” ha la colpa di portare con sé la Maledetta e poco si presta a dialoghi con gli economisti che la confondono con la diminuzione del PIL e le seguente recessione. Certo, è uno slogan, io stesso più volte ho affermato che non significa nulla, ma si può costruire qualcosa su un termine vago? Facilmente criticabile sia dagli oppositori sia dai critici interni?

Una via praticabile è quella proposta da Latouche, l’ A-crescita, che sottolinea il carattere privativo ed emancipativo dalla religione della crescita (crescere per crescere) ma ugualmente non viene recepita e digerita per i problemi inerenti al significante principale che ineludibile rimane nel nostro immaginario, inglobando pure il nostro momento di rivolta. Lo sviluppo capitalistico è neutro, è religiosamente ateo, e si presta ipocritamente a qualunque “campana”, pure a quella di Latouche, di Pallante, di Bonaiuti, ecc. ecc.

Io non conosco soluzioni a questi problemi, li evidenzio perché si mostrano ogni qualvolta cerco di fondare la necessità della “decrescita” (ecco, ci sono ricaduto!).
Spero che dal dialogo con voi lettori – e perché no da qualche “interprete autentico” che reputi degne di attenzione queste mie note – possa emergere qualche chiarimento o opinione condivisa.

Questa “decrescita” ha bisogno anche di una fuoriuscita dalla Parola? È possibile professare libertà con stretti significanti autoritari che non permettono la comunicazione?

Dopo questa breve – quanto inutile – introduzione, vi lascio alla lettura di un capolavoro pasoliniano come d’altronde è tutta la sua produzione.

Appunto per una poesia in lappone” tratta da Tetro Entusiasmo (Poesie italo-friulane) 1973-1974

di Pier Paolo Pasolini

Perché se la civiltà dei consumi ha posto il problema della mancanza del verde o della solitudine della vecchiaia, un sindaco comunista si sente tenuto a risolverlo? (caso di Bologna, NdA)
Di che si tratta? Della accettazione di una realtà fatale? E, visto che le cose stanno così, il dovere storico è quello di cercar di migliorarle attraverso l’entusiasmo comunista? Il “modello di sviluppo” è quello voluto dalla società capitalista che sta per giungere alla massima maturità. Proporre “altri” modelli di sviluppo, significa accettare tale primo modello di sviluppo. Significa voler migliorarlo, modificarlo, correggerlo. No: non bisogna accettare tale “modello di sviluppo”. E non basta neanche rifiutare tale “modello di sviluppo”. Bisogna rifiutare lo sviluppo. Questo sviluppo: perché è uno sviluppo capitalista. Esso parte da principi non solo sbagliati (anzi, essi non sono affatto sbagliati: in sé sono perfetti, sono i migliori dei principi possibili), bensì maledetti. Essi presuppongono trionfanti una società migliore e quindi tutta borghese. I comunisti che accettano questo sviluppo, considerando il fatto che l’industrializzazione totale e la forma di vita che ne consegue, è irreversibile, sarebbero indubbiamente realisti a collaborarvi, se la diagnosi fosse assolutamente giusta. E invece non è detto – e ci sono ormai le prove – che tale sviluppo debba continuare com’è cominciato. C’è anzi la possibilità di una recessione. Cinque anni di sviluppo hanno reso gli italiani un popolo di nevrotici idioti, cinque anni di miseria possono ricondurli alla loro sia pur misera umanità. E allora – almeno i comunisti – potranno far tesoro dell’esperienza vissuta: e, poiché si dovrà ricominciare daccapo con uno sviluppo, questo sviluppo dovrà essere totalmente diverso da quello che è stato. Altro che proporre nuovi modelli allo sviluppo quale esso è ora!

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Luca Barbirati
Nasco il 6 marzo 1990 a Vittorio Veneto, paese dove tuttora vivo. Mi diplomo al Collegio Dante Alighieri e nel 2010 mi iscrivo all’Università di Udine. Collaboro con vari siti internet scrivendo articoli, recensioni e poesie.

5 Commenti

  1. Trovo sinceramente urgente la soluzione della questione lessicale, poichè io per prima ritengo assolutamente sbagliato pensare a una de-crescita, che pone al centro sempre e comunque i parametri tradizionali, mentre ciò che conta è andare oltre, verso nuove priorità e nuovi valori.
    Non conta se il PIL cresce o cala, se il fatturato o la produzione aumenta o diminuisce: conta quante risorse naturali vengono distrutte e quante rigenerate, quanta felicità siamo riusciti a raggiungere e diffondere nelle altre creature…

    • Mi trovi d’accordo e se tale progetto – il nostro progetto – mira all’affrancamento dalla schiavitù, ciò deve passare necessariamente per un’emancipazione intellettuale, ma anche “dall’intellettuale” per non arroccarsi nel formalismo sterile e perdere di vista l’obiettivo.

  2. Il latino ci insegna che la proposizione De significa ‘discorrere’, ‘approfondire’, ‘andare dentro’ qualcosa (il De Architectura di Marco Vitruvio Pollione). Per cui credo che anche in questo caso la De-crescita possa essere considerata una materia che approfondisce e dice qualcosa di più sulla crescita. Che, a mio parere, è completamente insostenibile.

    • Davvero interessante il tuo commento! è un ottimo spunto per continuare la riflessione sull’eco-compatibilità dell’uomo sul pianeta Terra con una proprietà di linguaggio che certo non guasta.

  3. Secondo la mia iniqua esperienza,il successo di un termine o neologismo dipende soprattutto dalla capacita’ di raccontarlo al mondo e dai mezzi a disposizione.
    Ora starete pensando…ma noi siamo un po’ sfigati non abbiamo tv,interessi economici che ci supportano…beh e’ proprio li che comincia il nostro LAVORO,la decrescita e’ soprattutto economia…CONVIENE!
    Facciamo in modo di non farci stereotipare come un gruppo di ex-hippy…o di comunistelli…appariamo diversi tra di noi ma con lo stesso dizionario.

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