Pesticidi, una cultura da eradicare

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(tratto da www.georgika.it)

DeWayne “Lee” Johnson passeggia nervoso nei corridoi del tribunale americano che, a breve, lo consegnerà alla storia. Un giardiniere di colore, 46 anni, con un cancro terminale alla pelle, sta per mettere in ginocchio il più noto dei colossi dell’agrochimica: la Monsanto, ora gruppo Bayer. Lo sguardo torvo, quasi spento. Penserà probabilmente ai suoi figli di 10 e 13 anni che presto si ritroveranno orfani di padre, ennesime vittime di questo mondo a rovescio che mette i soldi davanti a tutto, perfino alla vita stessa. E con i soldi, anche in questo caso, si cerca di compensare. Sono infatti 268 i milioni di dollari che lo Stato della California stabilisce debbano essere pagati e non soltanto perché il glifosato usato come erbicida sia ritenuto un killer. Ma perché la Monsanto SAPEVA. Sapeva di aver messo in commercio un principio attivo probabilmente cancerogeno e sapeva che i 4 miliardi di dollari che ne avrebbe ricavato si sarebbero sporcati di sangue.

Alla Monsanto era già “capitato” di essere superficiale nella gestione dei propri brevetti. Nei noti Poison Papers, un enorme archivio di documenti collazionati tra cause intentate alle industrie chimiche e richiesti alle agenzie federali americane, si legge a chiare lettere che la Monsanto era a conoscenza anche della pericolosità dei PCB, i policlorurobifenili prodotti per 50 anni dalla Caffaro di Brescia e responsabili del più grande disastro industriale italiano. I PCB sono stati ritirati dal mercato solo a catastrofe avvenuta e quando la potente macchina da soldi americana capì che non poteva più ricavarne nulla. Accadrà lo stesso per il glifosato che, per esempio, l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha ritenuto non essere dannoso e il cui uso è stato prorogato nel Vecchio Continente per altri 5 anni.

Eppure sono ormai una folta antologia gli studi che provano come pesticidi e diserbanti in genere siano altamente tossici per la salute umana, oltre che una condanna per i suoli agricoli. E’ del giugno di quest’anno la pubblicazione di una ricerca che potrebbe mettere la parola fine a ogni discussione in merito: Celine Lukowicz e il suo team di studiosi hanno dimostrato sulla rivista scientifica Environmental Health Perspectives che i residui dei fitofarmaci, anche se in dosaggi inferiori a quelli consentiti per legge ma assunti in combinazione multipla attraverso il cibo, possono provocare alterazioni del metabolismo. Il documento recentemente espresso dall’ISDE (Medici per l’Ambiente) – “Rischi derivanti dall’obbligo d’uso di pesticidi per il controllo della xylella fastidiosa in Puglia” – in merito al Decreto Martina del marzo 2018 e all’obbligo imposto ai coltivatori pugliesi di utilizzare neonicotinoidi e piretroidi per debellare la presunta infestazione da Xylella Fastidiosa, ci schiaffeggia anche di più: a fronte di controlli esigui sia sui residui di pesticidi negli alimenti che nelle acque (ad esempio, scrive il dott. Agostino Di Ciaula, non è mai stato monitorato l’uso del glifosato), tra il 2012 e il 2014 è aumentata la percentuale di campioni con presenza simultanea di più pesticidi, sino a 15 differenti tipologie in un unico campione. Siamo già ben oltre gli standard dello studio della Lukowicz.  E se consideriamo che L’ISTAT ci consegna la Puglia al quarto posto in Italia per l’uso di agrochimica, siamo indotti a pensare che, se i monitoraggi fossero più estesi e costanti, ci ritroveremmo davanti ad una situazione incredibilmente preoccupante.

Sulla stessa scia si pone la recentissima proroga dello Stato italiano all’uso della cloropicrina, un fumigante del suolo che serve a eliminare funghi e insetti dannosi alla coltivazione delle fragole e altre colture, utilizzato in sintesi differenti come arma chimica durante il primo conflitto mondiale. Anche l’attuale governo ha preferito agire in regime di deroga alla disciplina europea per evitare scontri con i produttori. La Spagna aveva già autorizzato l’uso di questo principio attivo ritenuto indispensabile ai fragoleti e, ribadisce la Coldiretti lucana, il comparto ne avrebbe risentito in maniera drammatica. Tuttavia, è possibile e remunerativo coltivare fragole in regime di agricoltura biologica come dimostrano moltissime esperienze sul campo e, ormai, una notevole letteratura a riguardo.

Perché, dunque, se è chiaro ai più che l’uso dell’agrochimica è pestilenziale per la salute umana e dei suoli; perché se gli studi in materia di agricoltura biologica/biodinamica urlano ormai la possibilità di andare oltre il paradigma corrente, c’è ancora questa corsa ai sistemi convenzionali? Dagli ulivi della Puglia ai vigneti veneti del prosecco, dal verde scolastico curato da DeWayne Johnson con il glifosato, al clordecone che appesta le banane delle Antille: cosa rende così lento il passaggio a più avanzati sistemi agroecologici in armonia con la natura?

L’economia neoclassica che ancora oggi tiene banco nelle accademie e che impregna di sé ogni aspetto della cultura meccanicistica moderna, si basa essenzialmente sul concetto che al mondo naturale si possa attingere illimitatamente. Eppure, la fisica e la biologia ci dicono – fosse anche solo per esperienza diretta – che in natura qualsiasi processo è soggetto a degradazione: qualcosa si perde per sempre, o – per meglio dire – c’è sempre un costo ogni volta che produciamo un bene o un servizio. La natura, invece, contrariamente a quanto ritenevano gli economisti classici, non offre nulla gratis[1].

A questa cultura economica, crudele con l’ambiente e profondamente ignorante delle leggi naturali, si ancora l’agricoltura convenzionale. Nel convincimento che l’ homo oeconomicus avesse davvero il potere di dominare il mondo senza ritorsioni sensibili, anche i sistemi agricoli si sono trasformati in modifiche sostanziali (e per questo deboli) del paesaggio. L’agrochimica è indispensabile in regime di monocoltura, laddove cioè in assenza totale di biodiversità, le colture diventano terribilmente suscettibili alle avversità biotiche: enormi concentrazioni di risorse utili agli insetti fitofagi specializzati (che si cibano di quelle specifiche piante) ne determinano l’immigrazione e gli insetti antagonisti vengono decimati. Il risultato finale è un ecosistema artificiale che per sussistere richiede un costante intervento umano[2]: la medicina è necessaria quando ci si ammala, non prima.

Masanobu Fukuoka, l’ideatore dell’agricoltura naturale, pensava a quella convenzionale come ad una vera e propria dipendenza culturale: una droga dalla quale, una volta assunta, è difficile liberarsi. Pur vivendo e studiando il potere del “filo di paglia” in anni addirittura di molto antecedenti la Rivoluzione Verde, Fukuoka già capiva quanto fosse perverso il pensiero sotteso all’uso della chimica in agricoltura: massime rese con il minimo sforzo, controllo capillare e sottilmente narcisistico di ogni reazione scomposta della natura, profitti alti. E non importava a quale prezzo.

E’ intuitivo comprendere, a questo punto, come sia difficile passare dall’agricoltura convenzionale a sistemi agroecologici sostenibili: è una conversione spirituale molto prima che tecnica che impone una riflessione molto seria su se stessi e sul mondo. Guardare alla terra come fine e non come mezzo dovrà diventare il cardine di una nuova ispirazione e, in questa nuova dimensione culturale, l’agricoltura tornerà a essere un dolce addomesticare la natura, non un pericolo certo per troppi di noi.

Nella bellissima prefazione di Giannozzo Pucci a “La rivoluzione del filo di paglia” di Fukuoka, con invidia e con speranza si legge : “E’ questo il senso più importante: lo spirito di vita, l’essere come fanciulli. L’agricoltura, allora, viene da sé”[3]

 

[1] “Bioeconomia – verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile” di Nicholas Georgescu Roegen, Bollati Boringhieri, 2003, a cura di Mauro Bonaiuti

[2] “Agroecologia, una via percorribile per un pianeta in crisi” di Altieri, Nicholls, Ponti – Edagricole, 2015 – pag. 7

[3] “La rivoluzione del filo di paglia” di Masanobu Fukuoka, Libreria Editrice Fiorentina, 2008

Immagine in evidenza: www.ilgiornaledipuglia.it 

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Miriam Corongiu
Non è importante "chi" sono, ma "cosa" mi propongo di essere e con quanta tenacia mi ci proietto. Sono dunque madre, sono moglie, sono per metà sarda e per metà napoletana e, in entrambi i casi, straordinariamente fiera di esserlo; sono una contadina, con tanto da imparare. Ambientalista, per necessità, e piena di passione civile, per vocazione. E credo nell'integrazione, nelle persone, nell'impegno, nella mia terra così martoriata, nel valore delle parole, in quello della decrescita e nella felicità come traguardo raggiungibile ogni giorno. La mia finestra sul mondo e sul web è http://www.georgika.it

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