Prospettive di decrescita: tre livelli di analisi

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Quanti “ancora” per fare un “abbastanza”?
Quanti moniti per un “te l’avevo detto”?
Quand’è che la speranza muore e si comincia a agire?
Qual’è la massa critica per smuovere un macigno?
Com’è la libertà che uccide l’uomo?
Qual’è la costrizione che lo salva?
Quanta democrazia vede un tiranno nello specchio?

 

La questione di vitale importanza però è una sola. Tutte le altre, dispiace dirlo, sono accessorie. La questione è questa: come vogliamo cambiare le cose?
A un secondo livello di riflessione diventa: perché vogliamo farlo?
Ciò prevede la conoscenza di chi siamo, che è il terzo livello di riflessione.
Le tre questioni possono essere poste su una scala con agli estremi introversione ed estroversione, con il primo livello (“come”) posto al limite della massima estroversione (la prospettiva è futura e in quanto tale non ci coinvolge direttamente come esseri umani), e il terzo (“chi”) posto al limite della massima introversione.
Queste tre domande/livelli si potrebbe dire costituiscano il cuore pulsante del “progetto decrescita” e, a seconda di come il movimento vi risponderà, prefigurano un ampio range di futuri possibili (per il movimento nonché, nei migliori auspici, per la società).

Chi siamo →       Perché vogliamo cambiare →      Come possiamo cambiare le cose
Introversione       ————————————>        Estroversione

Poche settimane fa ho proposto una breve riflessione [1] sulla terza domanda (chi siamo?), e la conclusione è che la risposta non è facile come sembra. Semplificando, si può dire che non lo sappiamo.
Qualcuno potrebbe giungere alla conclusione che la questione sia troppo ostica da dirimere, e che la cosa più saggia da fare sarebbe procedere oltre e dedicarsi a cose più importanti (in altre parole, dirigere l’attenzione al secondo, o addirittura al primo livello).
Il bicchiere, tuttavia, è anche mezzo pieno, e forse è proprio l’ignoranza la risposta. Mi spiego meglio. Il fatto di non sapere esattamente chi siamo (e di riflesso chi sono gli altri) potrebbe non essere un problema, ma addirittura uno strumento utile a elaborare una risposta plausibile alla seconda domanda: perché vogliamo cambiare?
Vogliamo cambiare perché non sappiamo più chi siamo, siamo senza certezze, privi di punti di riferimento abbastanza solidi da resistere alla brezza del post-moderno; le grandi narrazioni hanno fallito, o forse ha vinto l’ideologia capital-consumistica, che tuttavia si configura come un’ideologia monca, in quanto non aggrega le persone ma le individualizza, ostacolando la coesione sociale. Se la decrescita abbia o meno le caratteristiche per divenire una nuova possibile grande narrazione è una domanda legittima, alla quale per ora è tuttavia difficile rispondere.
In ogni caso questa disillusione generalizzata ci ha regalato nuove – seppur fragili – certezze contrastive (passatemi il termine): ai “così dev’essere” si sono sostituiti i “così non va”. E i “così non va” sono sempre in prospettiva, prevedono ogni volta un “prima andava meglio”. Quello che distingue noi (i decrescentisti) dagli altri (più modestamente: quasi tutti gli altri) non riguarda tanto una presunta minore immersione nel flusso caotico del postmoderno, non sta nei “così non va” e neppure nei “prima andava meglio”, i quali sono altresì piuttosto condivisi: la differenza sta nel fatto che noi aggiungiamo una terza proposizione, noi crediamo che “forse andrà meglio”, e che per liberarci del “forse” occorra attivarsi e agire.
Questo ci porta alla prima questione: come vogliamo cambiare le cose?
Qui è dove si incontrano le maggiori difficoltà, e il motivo è presto detto: mentre gli ultimi due livelli coinvolgono direttamente unicamente noi stessi (in altre parole, sono più spostati verso il limite della massima introversione), il “come vogliamo cambiare”, per l’entità del cambiamento previsto dalla teoria della decrescita, coinvolge anche gli “altri”, e non superficialmente, bensì nel profondo delle loro pratiche quotidiane, dei loro desideri (genuini o indotti che siano) e dei mezzi leciti per realizzarli. E con “gli altri” entrano in gioco le numerosissime questioni di carattere etico, politico e morale in parte rievocate dalle domande poste a incipit di questo breve intervento. Sono quelle, insieme a molte altre, le questioni che preoccupano i critici della decrescita, i quali temono una deriva illiberale del movimento.
Il macigno che ci troviamo dinnanzi ha l’etichetta “libertà” (un po’ sbiadita a dire il vero), e rappresenta il paradosso di una cultura consumistica che al tempo stesso veicola valori liberali – e li utilizza per autolegittimarsi – e genera stili di vita e pratiche di consumo insostenibili per gli ecosistemi e dunque in ultima analisi per la stessa razza umana (ed ecco qui ripresentarsi il secondo livello, il più trattato, quello del perché cambiare).

Nascendo in un contesto socio-politico liberale e democratico – qual’è, pur con molti limiti, l’occidente europeo – il movimento per la decrescita ha dovuto quindi gestire fin da subito (e in misura crescente col suo progressivo affermarsi come tema di dibattito in Europa) la resistenza che la sua proposta anti-sistemica genera. Alcuni ipotizzano che dietro al macigno, o forse sarebbe meglio dire alla sua base, risieda una matrice culturale, e che proprio la cultura possa – e debba – essere utilizzata dai decrescentisti quale leva per l’ottenimento di quegli strumenti della politica necessari all’avvio di un cambiamento su basi democratiche. Tolte le fondamenta del macigno, esso (con i suoi risvolti economici, politici, sociali) diviene facilmente eliminabile. Attraverso una via condivisa dalla collettività. In altre parole, se la cultura della decrescita si sostituisce, almeno in parte, all’ideologia consumistica, una rivoluzione decrescente in seno alla democrazia diventa possibile.
Si tratta del sogno di una rivoluzione riformista, o, per parafrasare Latouche, un riformismo nella via e una rivoluzione nell’obiettivo. E in effetti per la maggior parte dei sostenitori della decrescita questa appare come l’unica via possibile. Forse è anche l’unico modo in cui la decrescita possa essere veramente felice. Quanto sia realizzabile una tale riforma, tuttavia, e con che tempi, è una questione cruciale che merita adeguata attenzione in sedi più opportune.

note:

1. http://www.decrescita.com/news/?p=4930

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Federico Tabellini
Autore de 'Il Secolo Decisivo: storia futura di un'utopia possibile'. Nato a Brescia nel 1988. Da anni si interessa di tematiche ambientali, economiche e sociali. In passato ha pubblicato due paper su temi inerenti alla decrescita: "Degrowth and Sustainable Human Development: in search of a path toward integration" (Paper presentato alla Conferenza Internazionale sulla Decrescita, Venezia 2012) e "Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione" (Vincitore della prima edizione del "Giorgio Rota Best Paper Award", Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, 2013). È laureato in Scienze Politiche, in Sociologia e in Linguistica Applicata. Attualmente vive a Barcellona.

5 Commenti

  1. Leggo con piacere e apprezzo la preparazione di fondo dell’argomento. Concordo sul fatto che il nodo centrale sia “come cambiare le cose”: gli spunti sono tanti e la strada da affrontare è sconnessa e complicata. Un lavoro che non manca di fascino e di buone speranze. Non mancherò di dare il mio contributo.

    • Ti ringrazio per il commento Elidio. Il futuro è una strada misteriosa, costellata di speranze e precipizi. Cogliere le prime ed evitare i secondi è un lavoro che richiede innanzitutto di schiarire la visione del movimento (o per lo meno la visione “d’insieme”) e successivamente di approntare una macchina che possa portarci in sicurezza verso una meta condivisa (forse anche quest’ultima andrebbe meglio chiarita, ma mi pare questo sia il minore dei problemi).

      • Bravi!! Vi ho scoperto solo ieri grazie ad una segnalazione di mia figlia sul progetto di San Cresci. Io sono molto vecchio e piuttosto malandato per poter occuparmi attivamente come vorrei delle mille cose da fare, ma vedo che c’è chi ha cominciato a capire le cose e si sta attivando. Bene! Continuate con fervore e, mi raccomando, non tralasciate l’istruzione. Cinquant’anni fa (forse sessanta) scrissi all’allora Ministro Ugo La Malfa una lettera appassionata in cui lo pregavo di investire le risorse del nostro Paese nella scuola. Gli dicevo: 10 anni con le pazze al culo, ma tutti i nostri ragazzi a scuola. saranno loro, in futuro, a risolvere i nostri problemi. Inopinatamente mi rispose, ringraziandomi per le idee che condivideva, ma, al momento, le priorità erano altre: doveva preoccuparsi delle infrastrutture. L’Italia aveva bisogno di strade ecc,ecc, e la scuola doveva aspettare….vediamo adesso i risultati!
        Forza ragazzi!!!!
        Piero Piccioli

  2. Grazie per il lavoro metodologico, è importante. E’ importante cementare i presupposti ideali per infonderci convinzione, ma poi è necessario passare ai fatti, ognuno nel proprio piccolo, nelle scelte quotidiane e nelle nostre espressioni, nel confronto con chi ci sta attorno. E’ durissimo confrontarsi con le convinzioni inculcate in anni di proselitismo consumistico e cieco. Eppure l’odore della terra umida rivoltata con la vanga è un piacevole ricordo impresso nel nostro DNA,

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