Quella strada perduta

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Facciamoci un breve esame di coscienza. Al di là di tutto, credo sia necessario. Dovremmo chiederci: qual’è lo scopo delle nostre vite? Perché ci comportiamo come ci comportiamo? Se gli ideali di ognuno possono cambiare, nella pratica sono le nostre azioni quotidiane a indicarci quale strada stiamo percorrendo. “Come impieghiamo il nostro tempo?”, credo sia questa la domanda fondamentale. Senza indugiare oltre in inutile retorica si può dire che una parte la impieghiamo lavorando, una parte dormendo e una parte spendendo il frutto monetario del nostro lavoro. E più lavoriamo, più possiamo spendere. Il lavoro è reso sempre più efficiente dall’innovazione tecnologica e dalla specializzazione delle mansioni, quindi teoricamente – anche considerando la crescita demografica – potremmo avere le stesse cose lavorando meno. Ma il tempo è svalutato, sono i gadget che contano. E più lavoro significa più gadget, quindi avanti! Però – e questo è un bel problema – il tempo che abbiamo a disposizione è costante e allora, più cose possediamo, meno possiamo dedicarci a ognuna di esse. Raggiunto il livello di saturazione sulla dimensione temporale, ci si è dovuti inventare stratagemmi alternativi per espandere i consumi. Essendo la via più facile, si è scelto di agire sul processo di obsolescenza dei beni di cui già eravamo in possesso, accelerandolo. La sfida era la seguente: occorreva rendere vecchie le cose perché quelle nuove apparissero come indispensabili. Un circolo vizioso avviato in parte grazie al lavoro “sporco” fatto dall’industria attraverso l’obsolescenza progammata, a monte dei consumi. Prodotti più belli esteticamente ma più fragili. Ciò non sarebbe tuttavia bastato in assenza di una cultura ricettiva di tale pratica a valle, che si è andata formando ed esasperando nel corso dell’ultimo secolo. E’ così emerso un altro tipo di obsolescenza, psicologica, forse patologica e di certo più insidiosa: una strana malattia che ci induce a cambiare ciò che funziona per qualcos’altro che funziona allo stesso modo ma in maniera più appariscente. E le risorse, sempre più scarse, le abbiamo guardate scorrere via, lungo tubi di scarico sempre più intasati dai rifiuti senza senso generati dalla nostra dipendenza dalle novità. In parallelo naturamente aumentavano gli sprechi, frutto inevitabile di una società che sovraproduce ma che non riesce a sovraconsumare oltre un certo limite. Se in un primo momento ci siamo limitati a guardare, negli ultimi decenni abbiamo iniziato a parlarne con preoccupazione, farfugliando a (s)proposito di blandi interventi palliativi e di crescita sostenibile. Oh, sì, la crescita sostenibile! Quel gioco di prestigio che vuole rendere credibile la possibilità che una crescita infinita in termini fisici possa essere sostenibile benché posta all’interno di qualcosa che infinito non è (il pianeta Terra). E’ un bel gioco di prestigio, e può apparire divertente nel breve e medio periodo. E infatti basta accendere la tv per vedere che il mago sta riscuotendo i suoi applausi. Alla fine però il pubblico, uscito dal teatro, si troverà con il portafogli più sgonfio e, interrotta la fase di sgomento, ritornerà consapevole di qualcosa che ha sempre saputo: la magia, quella vera, non esiste. Va bene, ma che importa, si può dire, almeno ci godiamo la vita finché possiamo. Una risposta sensata, sembrerebbe, sebbene egoistica. Ma torniamo al nostro esame di coscienza. Il sovralavoro, il sovraconsumo, il bombardamento pubblicitario e sensoriale, il luccichio asfissiante delle luci delle insegne… cose che non ci lasciano mai, e in qualche modo ci provocano un overload sensoriale che snatura la dinamica del desiderio: possiamo avere tutto, ma quando lo otteniamo non ne siamo soddisfatti. Vogliamo subito qualcos’altro: nuovi status symbol, nuove emozioni, nuove soddisfazioni effimere. Non riuscendo a goderci il presente cerchiamo di goderci il futuro, anticipandolo. Ma quello che otteniamo è smarrimento, non serenità. Siamo come persi in un mondo dove tutto è possibile ma niente è necessario. E dove forse, paradossalmente, una sola cosa potrebbe renderci davvero più leggeri, facendoci ritrovare la strada: rinunciare a tutto questo. Forse non è vero che la serenità è una stanza piena di tesori. Forse… bé, sarà banale ma non importa, perché credo sia vero. Forse la serenità dobbiamo riprendere a cercarla dentro di noi.

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Federico Tabellini
Autore de 'Il Secolo Decisivo: storia futura di un'utopia possibile'. Nato a Brescia nel 1988. Da anni si interessa di tematiche ambientali, economiche e sociali. In passato ha pubblicato due paper su temi inerenti alla decrescita: "Degrowth and Sustainable Human Development: in search of a path toward integration" (Paper presentato alla Conferenza Internazionale sulla Decrescita, Venezia 2012) e "Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione" (Vincitore della prima edizione del "Giorgio Rota Best Paper Award", Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, 2013). È laureato in Scienze Politiche, in Sociologia e in Linguistica Applicata. Attualmente vive a Barcellona.

5 Commenti

  1. Si, ta tua analisi è condivisibile, io sono partito nel mio percorso di decrescita dal tempo di lavoro che ho diminuito (ora lavoro part time), i vincoli economici ti “obbligano” a fare seguito anche nei consumi – volente o nolente, ma volente è meglio. Come tuttavia ha ben spiegato Umberto Galimberti nel suo “Psiche e tekne”, le forze che si autoalimentano nel processo di innovazione tecnica travolgono di fatto qualunque tentativo di resistere a tale processo, almeno a livello sistemico. Aggredire questo sistema scoraggia e rischia di ottenere in cambio frustrazione e delusione, ma forse anche di recuperare un sentire comune: su queste basi non c’è forse spazio per fondare un nuovo “patto sociale”, ma quantomeno fa sentire meno soli.

  2. Come dici, la parte difficile è sfondare il muro. E’ il muro del progresso, della crescita, dello sviluppo. Occorre sfondarlo per evitare di schiantarvisi quando sarà ormai troppo tardi. Occorre farlo perché la serenità sta da un’altra parte. Certo è difficile, perché i mattoni di quel muro siamo noi, con la nostra cultura di matrice illuminista, con il nostro voler arrivare a tutti i costi da qualche parte, con la nostra illusione che il benessere sia un continuo divenire, un’espansione, anziché una con-centrazione, un riscoprirsi. E poi ci sono i potenti, ma loro il più delle volte perpetuano il sistema con azioni quotidiane di cui spesso non comprendono a pieno il senso. Alla fine le azioni di ognuno, se saremo in tanti, per quanto piccole faranno la differenza. Persone come te sono l’avanguardia di un nuovo tipo di cultura e di società. Grazie del bel commento 🙂

  3. qualche critica da parte mia sulla nascita e l’svoluzione dell’obsolescenza programmata da te decsritta. ma sono sostanzialmente d’accordo sul forte nesso con l’obsolescenza psicologica e patologica nonchè sulla inevitabile nascita della società dei rifiuti. c’è molto da riflettere su quel che hai scritto. gli spunti sono tanti e le tue esortazioni condivisibilissime “cominciamo a rinunciare a ciò che non ci serve”. anche se rimane sempre da affrontare lo scalino più grosso “chi valuta cosa ci è necessario”…cos’è che ci è indispensabile?…è indubbiamente un concetto relativo…difficile da definire…vogliamo provarci????

  4. Certamente. Sono d’accordo con te, è un concetto relativo. E purtroppo non si può nemmeno dire che ognuno “sa” che cosa gli è indispensabile, perché un indigente è portato ad accontentarsi con meno e a desiderare cose più modeste di un ricco: è il problema delle cosiddette “prospettive adattive” sollevato da Elster. Ma allora chi valuta cosa è necessario? Se si dovesse diffondere una cultura della sobrietà e del risparmio e una maggiore consapevolezza dei danni ambientali provocati dal consumismo, forse le persone farebbero più attenzione a non sprecare ciò posseggono, soprattutto i beni alimentari e quelli deperibili. Ma il problema vero credo non sia a valle: se anche riciclassimo la gran parte dei beni che consumiamo e contenessimo gli sprechi, quella percentuale di non riciclato, sempre maggiore, alla fine ci porterebbe allo stesso risultato. Senza contare che il riciclo non è a costo zero, richiede energia, e questa energia va ad accelerare il processo entropico…
    E allora siamo di nuovo lì: la gente dovrebbe adottare uno stile di vita più sobrio, e dovrebbe farlo volontariamente per quanto possibile. Questo processo, oltre ad avvenire democraticamente, dovrebbe anche evitare di sacrificare sulla strada tutte le mete positive faticosamente raggiunte dalle società occidentali e non nel corso degli ultimi due secoli, penso in particolare ai diritti dell’uomo ma anche ai diritti civili. Fammi sapere tu cosa ne pensi, mi piacerebbe continuare questa discussione.

    Fra l’altro questo tema lo tocco marginalmente in un saggio che sto finendo di scrivere, nel quale però mi sono maggiormente concentrato sulle politiche pubbliche. Spero di riuscire a renderlo disponibile sul sito entro fine gennaio.

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