Renzi e Bonometti nel paese delle meraviglie

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Marco Bonometti qualche giorno fa, durante il suo intervento all’annuale assemblea dell’Associazione industriale bresciana di cui è presidente, ha sostenuto che “questo è il tempo dei fatti, non dell’ideologia”. Con il premier Renzi si sono scambiati sorrisi e sguardi d’intesa. Fra i “fatti” a cui faceva riferimento vi è quello che “senza le imprese non si crea lavoro, non c’è benessere, non si aumentano i consumi e non si alimentano nuove famiglie”[1].
Bonometti, poi, di cose ne ha dette molte altre, in particolare a proposito del ruolo dei sindacati e circa le relazioni fra lavoratori e imprese. Ma concentriamoci su questa frase straordinaria, che credo esprima in nuce tutto quanto ci sia di miope e pericoloso in questa ideologia (perché di questo si tratta, mi spiace dirlo) liberista che pare essere diventata l’unico metro di giudizio legittimo della realtà. Non parlerò di diritti dei lavoratori – per quanto sarebbe doveroso farlo –, poiché sono già stati spesi fiumi di parole sul tema. Vorrei parlare invece di quanto le parole di Bonometti sottendono più nel profondo.
Il suo discorso è una matriosca splendidamente verniciata di progresso (le imprese veicolo di innovazione, la crescita del paese, il dinamismo dei giovani), bellissima e luccicante all’esterno, ma che con ogni strato tolto rivela una sempre maggiore consunzione, una resilienza incrinata e quasi spezzata ed un’intrinseca povertà filosofica – e noi, lo ricordo, di quella matriosca siamo il pezzo più piccolo, quello sotto tutti gli strati di dogmi che ci hanno inculcato fin dalla nascita, i figli di un modernità assassina che ne stanno divenendo progressivamente le vittime incoscienti.
Eccoli qua, allora, nella loro univoca e incontestabile veridicità, gli sfavillanti fatti, schematizzati con grazia rara da uno dei sacerdoti del Culto: imprese → lavoro → consumi → benessere → espansione demografica. Tutti in una frase. Dovremmo quasi ringraziarlo, Don Bonometti, perché le cose le dice chiaramente. La validità della formula, purtroppo, almeno per i non credenti, si ferma alla prima equazione – per quanto anche su questa ci sarebbero da fare numerose precisazioni e distinguo –, ovvero che con più imprese c’è più lavoro[2]. Che più lavoro porti a maggiori consumi dipende dalle scelte individuali, non immuni dalla cultura dominante e dalla propaganda (lui auspica sia così, gli ecosistemi e le generazioni future pregano si sbagli). Che maggiori consumi portino a maggiore benessere è, come hanno dimostrato ampiamente le scienze sociali ormai da decenni[3], un surreale mito economicista che continua ad avere un seguito solo per gli interessi di qualcuno e l’asservimento mediatico e accademico alla “economic wonderland” – Alice, ti prego, ti supplico, strappati di dosso il colletto bianco e svegliati!
Se poi guardiamo alle conseguenze indirette dei consumi – e, a monte, della produzione industriale – sullo stato degli equilibri ecosistemici, la natura profondamente falsa e dogmatica dell’equazione “consumi = benessere” diviene persino palese: ciò che è consumato è perso, e attraverso il consumo delle risorse rinnovabili e il loro esaurimento stiamo condannando l’umanità tutta al mal-essere. Forse non oggi – non in occidente, per lo meno –, ma sicuramente da qui a cent’anni. La crescita demografica, infine, non fa che peggiorare una situazione già ampiamente compromessa, anticipando la resa dei conti. Ma il Don queste cose non le vede, probabilmente perché troppo impegnato a difendere interessi parziali e contingenti, che tuttavia rischiano, insieme con quelli del resto del clero economicista-modernista coadiuvato dallo sterminato popolo di credenti vecchi e nuovi, di condannare tutti quanti sul medio-lungo periodo (per quanto ancora, fra l’altro, potremo parlare di medio-lungo periodo e non di presente?).
La “Chiesa” invece di fornire soluzioni acquista nuova vernice, e ripropone vecchie formule e vecchie parabole – quella del dinamismo del mercato del lavoro e delle imprese salvatrici del benessere è una di queste –, agitando convulsamente il suo pennello davanti agli occhi del pubblico, che lo fissa come ipnotizzato.
E intanto nella Brescia definita da Renzi culla del progresso (“se tutta l’Italia fosse come voi saremmo primi nel mondo. Avanti con la Tav. Bisogna salvare la siderurgia”) le percentuali di tumori sulla popolazione sono fra le più alte del paese, l’acqua che sgorga dai rubinetti delle case presenta livelli di inquinamento allarmanti (e di fatto è ritenuta potabile solo per via di soglie ben al di sopra di quelle dell’OMS), le polveri sottili in centro presentano concentrazioni elevatissime e i terreni sono tanto inquinati da aver portato il comune – con qualche decennio di ritardo – a sconsigliare ai bambini di giocare con la terra nei parchi. Di riflesso, l’inceneritore fornisce opportunità di impiego qualificato, le industrie assumono persone – e le persone assumono sostanze tossiche, naturalmente – e si respira un’aria frizzante carica di smog e ottimismo. Mettiamoci una maschera antigas, dunque, e saltelliamo tutti insieme allegramente, con 80 euro in più in tasca e 3 anni di vita in meno per spenderli. Quasi tutti, almeno. Naturalmente ci sono sempre i soliti guastafeste, quelli che vorrebbero tornare indietro, gli antimodernisti, gli ecologisti utopisti, i radical chic, quelli che di economia in fondo non hanno mai capito un accidente. Poveretti. E allora non ascoltateli, non ascoltateci, e continuate la gloriosa corsa verso la modernità, la crescita, l’elogio dei giovani bocconiani imbottiti di equazioni e svuotati di etica, le start-up, lo sviluppo-è-sempre-un-bene, l’Alice-non-svegliarti. Seguite il Don, che lui sa bene cosa fare per il futuro. Noi siamo l’ideologia, voi i fatti. In questa finestra della storia siete voi gli eroi, ma si tratta di una sfida che potete vincere solo sacrificando tutti quanti sull’altare di una vittoria tragicamente effimera.

Note

1. Qui l’intervento integrale.

2. Sarebbe ad esempio interessante vedere che tipo di lavoro.

3. Basti pensare, per citare solo uno dei contributi più famosi, al noto paradosso di Elster sulla relazione inversa fra reddito pro capite e benessere oltre certe soglie.

Fonte immagine: giornaledibrescia.it
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Federico Tabellini
Autore de 'Il Secolo Decisivo: storia futura di un'utopia possibile'. Nato a Brescia nel 1988. Da anni si interessa di tematiche ambientali, economiche e sociali. In passato ha pubblicato due paper su temi inerenti alla decrescita: "Degrowth and Sustainable Human Development: in search of a path toward integration" (Paper presentato alla Conferenza Internazionale sulla Decrescita, Venezia 2012) e "Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione" (Vincitore della prima edizione del "Giorgio Rota Best Paper Award", Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, 2013). È laureato in Scienze Politiche, in Sociologia e in Linguistica Applicata. Attualmente vive a Barcellona.

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