Ridurre

Quando si parla di “Ridurre” si intende principalmente la riduzione degli sprechi. E’ ormai cosa nota che la società occidentale si basa sul concetto di benessere sostenuto dal ciclo della sovra-produzione, del sovra-consumo e dello spreco.
E’ una questione su cui riflettere.
Ognuno di noi infatti ha un peso ecologico. In concreto ogni azione che compiamo nel nostro quotidiano si ripercuote, quasi sempre negativamente, sull’ecosistema. L’uso sconsiderato dell’acqua e dell’energia elettrica,  lo shopping sfrenato, l’aggiornamento continuo del cellulare o del computer sono tutti elementi mossi, molte volte, da falsi bisogni creati ad arte dall’efficacissima azione fuorviante della pubblicità.
Tutte azioni queste che incrementano il nostro peso ecologico. Questo peso, la nostra impronta ecologica, varia a seconda del Paese in cui viviamo: per soddisfare le esigenze di un italiano servono 4 pianeti, 9 per un americano e meno di uno per un indiano.
Il “fabbisogno” di pianeti è destinato purtroppo a crescere in quanto ognuno di noi, anche il più fervido ecologista/ambientalista, ha un concetto di “necessario e di “superfluo” che è tutto impregnato della cultura consumistica occidentale, e risulta falsato.
Provate a pensare a voi una quindicina di anni fa. Sicuramente non avevate il cellulare. Oggi non riuscite a farne a meno e anche se pensate di potervi rinunciare, sarà la cerchia dei vostri amici, parenti colleghi ad imporvene l’uso. Questo esempio potrebbe essere esteso a decine di oggetti e servizi che oggi “completano” la nostra esistenza.
Come ci ricorda Serge Latouche, il “Ridurre il nostro consumo materiale fino a che ritroviamo l’impronta ecologica corrispondente a un pianeta” è oramai diventata una necessità imprescindibile. Riduzione che non implica necessariamente rinunce e sacrifici, se si parte dalla comprensione dei nostri reali bisogni.
La pubblicità crea tutta una gamma di bisogni e per farlo entra nel nostro privato utilizzando tutti i mezzi comunicativi che ha a disposizione: dalla televisione alla radio, da internet alle email, dal telefono al passaparola. Le strade, e si pensi ad esempio al nostro percorso quotidiano casa-lavoro, sono oramai un unico cartellone pubblicitario inutile e antiestetico.
Subiamo da parte della pubblicità un’aggressione quotidiana e a questo assalto si deve rispondere con una duplice azione: contenere e disincentivare l’uso della pubblicità con mezzi legislativi e attuare forme di resistenza individuale basate sulla sobrietà e  sul buon senso.
Di certo voler ridurre gli sprechi non è cosa semplice in quanto, come abbiamo già accennato, la nostra cultura ne è impregnata e quindi in alcuni casi è veramente difficile individuarli.
Dobbiamo prima di tutto partire da noi stessi: ridurre i nostri sprechi individuali perché, diciamocelo francamente, siamo dei potenziali spreconi. Solo un’ attenta analisi che parta dall’acquisto (valutando quindi l’effettiva necessità dell’acquisto, il tipo di imballo utilizzato o la provenienza geografica), che pensi alla durata dell’oggetto o del servizio che dobbiamo comperare (considerandone a priori l’obsolescenza o la possibilità di riciclo), può esserci d’aiuto in questo difficile percorso.
Ridurre però non significa semplicemente fare le stesse cose che facciamo oggi con meno merci, ma è importante arrivare a fare le cose che veramente ci interessano con quanto realmente ci serve. Ridurre non è nemmeno un “ritorno al passato”. Nessuno ha in mente di tornare a lavare i panni al lavatoio pubblico. Quello di cui abbiamo bisogno è ricreare un nuovo senso comune senza sprechi, senza il superfluo e l’inutile.
Solo con una reale volontà di cambiare il mondo che ci circonda, modificando prima di tutto noi stessi, possiamo realmente evitare che il 60% del cibo prodotto a livello mondiale venga ancora sprecato, scartato (1)  o, come ci racconta Adrea Segrè, presidente della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, impedire che, solo in Italia, vengano buttati annualmente 238 mila tonnellate di beni alimentari recuperabili che potrebbero sfamare 620 mila persone (2).
Non dimentichiamo poi la necessità di ridurre il consumo di energia, la riduzione dei trasporti di merci e persone, la riduzione dei rifiuti e dell’obsolescenza degli oggetti ed in fine la riduzione del tempo dedicato al lavoro. Tutti argomenti che affronteremo nei prossimi numeri.

Note:

1) Il mondo alla rovescia – Michele Buono e Piero Riccardi . edizioni per la decrescita . Pg 182

2) op. cit. – pg. 181

Simone Zuin

Simone Zuin

Nasco nell'associazionismo e mi sono avvicinato alla decrescita durante la mia esperienza amministrativa. Attualmente scrivo di decrescita per alcune testate giornalistiche. Sono l'ideatore ed il fondatore del sito Decrescita Felice Social Network. 

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