Riscaldamento globale: ultima chiamata

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Secondo quanto riportato da un articolo pubblicato su Huffingtonpost del 19 giugno, il 63% degli americani ritiene ancora fondate le preoccupazioni degli scienziati sul riscaldamento globale, dato però che mostra un deciso calo (quattro punti percentuali!) da quando lo stesso sondaggio venne fatto subito dopo la torrida estate del 2012 (quando il 67% dei cittadini a stelle e strisce ammise la fondatezza dei teorici del “Global Warming”). Questo sondaggio ben inquadra l’atteggiamento dell’opinione pubblica, che come ben sanno i politici di casa nostra è smemorata (l’estate del 2012, che ha portato a ingenti danni alla produzione di mais e grano del Midwest, il “granaio d’America”, è già stata dimenticata) e soprattutto matura un’opinione senza prima essersi ben informata. In poche parole siamo di fronte a un’umanità che costruisce i propri schemi mentali e quindi la propria vita e i propri valori sulle sole prime impressioni (per la gioia di pubblicitari e manipolatori di consensi vari).

Il riscaldamento del nostro pianeta è ormai un dato di fatto all’interno della comunità scientifica (anche gli irriducibili che fino a qualche anno fa negavano il fenomeno hanno infatti ritrattato la propria posizione), anche se rimane ancora aperta la questione sulla principale causa del fenomeno (ma con il 90% degli scienziati dell’IPCC – l’agenzia delle Nazioni Unite che raccoglie gli scienziati di tutto il mondo per studiare i cambiamenti climatici del nostro pianeta –  che non ha dubbi a riguardo e considera la deforestazione, le pratiche dell’agricoltura industriale e l’utilizzo dei combustibili fossili come le cause prime dell’aumento dell’effetto serra e quindi del riscaldamento del pianeta).

L’errore che spesso compiamo a riguardo è quello di confrontare un anno con l’altro (l’aumento delle temperature medie del pianeta, seppur repentino, tende comunque a manifestarsi su un trend di diversi anni, registrando quindi una certa variabilità – cioè uno scostamento dal trend di fondo) oppure di considerare solamente il nostro limitato punto di vista (limitato alla particolare regione in cui viviamo, sul cui particolare clima influiscono anche altri fattori diversi dall’aumento dell’effetto serra). Ed è su questi due errori che le lobby industriali come la famiglia Koch (che difendono gli interessi di chi fonda i propri profitti sull’utilizzo su larga scala dei combustibili fossili, sulle pratiche di deforestazione e sull’agricoltura industriale) e politici in cerca di facili consensi (vedi http://www.decrescita.com/news/?p=6300) impediscono che vengano prese le urgenti misure necessarie a evitare la catastrofe verso cui siamo diretti.

L’IPCC, il cui ultimo rapporto sullo stato del clima del nostro pianeta risale a sei anni fa (nel 2007), sta per pubblicare il nuovo e aggiornato studio sui cambiamenti climatici del nostro pianeta (AR5, vedi http://www.ipcc.ch/). Secondo alcune indiscrezioni che sono trapelate, i cambiamenti climatici – per certo provocati dall’attività antropica – avranno un impatto catastrofico sulla nostra società e siamo inoltre vicinissimi al punto di non ritorno, ovvero al momento in cui avremo innescato in automatico il processo di riscaldamento (ad esempio basta che si sciolga il sottile strato di ghiaccio del permafrost della Siberia che assisteremmo all’immissione nell’atmosfera di milioni di tonnellate di gas metano, un gas serra con una capacità di trattenere il calore nell’atmosfera 30 volte maggiore rispetto all’anidride carbonica). Andiamo infatti incontro a un ulteriore aumento dei livelli dei mari a causa dello scioglimento dei ghiacci dell’Artico e della Groenlandia, all’aumento dei fenomeni meteorologici estremi come siccità, inondazioni e uragani, all’acidificazione degli oceani (e alla conseguente morte delle barriere coralline), allo scioglimento dei ghiacciai di tutte le principali catene montuose (e quindi alla diminuzione della portata dei grandi fiumi che forniscono l’acqua alle principali regioni agricole del nostro pianeta), all’inesorabile avanzata del deserto e la ritirata delle foreste tropicali, ma anche a conseguenze che potrebbero avere effetti non scontati (se la Corrente del Golfo dovesse deviare, l’Europa ghiaccerebbe (almeno d’Inverno) – ricordiamoci sempre che Napoli è alla stessa latitudine di New York.

Un motivo in più per ripensare la nostra economia e quindi l’attuale stile di vita, perché il pianeta non può più permettersi di smaltire la crescente immissione di gas serra per sostenere la produzione del superfluo da parte di un’umanità sempre più irrazionale.

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Manuel Castelletti
Laureato in Economia, ho avuto diverse esperienze lavorative (tra cui Ambasciata d'Italia a Buenos Aires, Monte dei Paschi, Freeandpartners, Nestle). "Verso la fine dell'economia - apice e collasso del consumismo" è il mio nuovo libro, edito da Fuoco-Edizioni. http://economiafinita.com

1 commento

  1. Mi dispiace dirlo, ma un collasso imminente del sistema economico mondiale è una speranza per la Terra. E gli umani? Non resta che sperare in un “meraviglioso imprevisto”.

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