Rispondo ad Andrea Strozzi – Seconda parte

Il contenuto dell'articolo e è da considerarsi quale opinione personale di Igor Giussani e non come posizione ufficiale di DFSN riguardo la persona di Andrea Strozzi, le sue opere e le iniziative a cui collabora.

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Caro Andrea,

dopo una prima parte incentrata sulle nostre personali divergenze di vedute, finalmente posso allargare la panoramica del discorso. Non ti nascondo che, vedendo il titolo dell’ultimo libro di Pallante e Pertosa che fa chiaramente il verso a quello scritto da te e Ermani – Solo una decrescita felice (selettiva e governata) può salvarci vs Solo la crisi ci può salvare – speravo che sarebbero stati loro a sviscerare tutti i dubbi riguardo alla decrescita intesa nella versione ‘scollocamento’, di cui tu sei uno dei principali promotori insieme a Ermani, Perotti e altri; non ho ancora finito la lettura, ma sembra che in realtà il principale bersaglio polemico, per quanto riguarda l’ambito della decrescita, sia Serge Latouche. Detto en passant: qualcuno parlerà sconsolato di ‘guerre fratricide’, in realtà, come ho spiegato sul canale youtube di DFSN,  una dialettica interna mi sembra oramai auspicabile, almeno finché si mantiene sui giusti binari.

Partiamo da quella che considero la criticità fondamentale, ossia l’idea di ‘scollocarsi dal sistema’, ‘uscire dal sistema’, ‘abbandonare il sistema’ e via discorrendo con una marea di slogan dove si abusa (sistematicamente!) della parola ‘sistema’. Siccome sono un grande appassionato di dinamica dei sistemi, mi sorgono spontanee alcune obiezioni, in particolare:

  • se ti trovi all’interno di un ‘sistema’ omnicomprensivo, come la biosfera e la società, ci ‘esci’ solamente da morto (e forse neanche in quel caso, visto che anche i cadaveri sono sottoposti all’azione delle forze naturali e le tumulazioni sono strettamente regolamentate);
  • un sistema non è un apparato di controllo stile Matrix, per quanto anche io talvolta lo abbia tirato in ballo a sproposito. E’ un contesto dinamico che non è il risultato della somma delle parti che lo compongono, dove esistono soggetti con diversa capacità di influenza (privato cittadino, associazioni, governi, multinazionali, ecc.) che intrattengono tra loro feedback di varia natura, cooperativi e conflittuali, instaurando così processi il cui esito finale non è determinato in partenza, nonostante i diversi rapporti di forza. Donella Meadows, con la profondità e la semplicità che la caratterizzavano, ha mirabilmente descritto i ‘punti leva’ per intervenire sui trend sistemici;
  • la comunicazione riveste un ruolo fondamentale e i mass media (compresi il Web e le piattaforme correlate, principale strumento per promuovere il downshifting e stili di vita alternativi) sono strettamente connessi ai soggetti egemoni, sebbene impiegati spesso in maniera sovversiva rispetto agli scopi per cui sono stati progettati. Si tratta quindi di una dipendenza sistemica ineliminabile.

Ernani e Perotti in Ufficio di scollocamento descrivono la loro proposta facendo un paragone poco convincente con l’incidente della Costa Concordia:

Quando sarà tardi, già domani mattina, molti cittadini, come alcuni malcapitati passeggeri della nave Concordia, non riusciranno più a farcela. Cosa ha consentito il salvataggio della gran parte degli uomini e delle donne su quella nave, se non essersi ammutinati, essersi dati idealmente da soli i sette fischi più uno, cioè l’ordine del “si salvi chi può” che non arrivava dal comando? Se avessero atteso ancora, confidando nel comandante, sarebbero morti. È per la loro indisciplina che hanno portato a casa la pelle.

In realtà, il sistema sociale non è una nave da crociera che si può evacuare. ‘Scollocandosi’ non si esce da nulla, semmai si aumenta il grado di autonomia da alcune entità dominanti (in particolare burocrazia statale e forze di mercato), senza però creare una zona franca immune alla loro influenza. Giustificandosi con motivazioni legate alla sicurezza, a problematiche tecniche o sanitarie, oppure semplicemente sfruttando il ricatto fiscale, lo stato può frapporre (come spesso fa) moltissimi ostacoli all’autoproduzione alimentare ed energetica nonché al riciclo, alla ristrutturazione e al recupero di edifici, solo per dirne una.

Tuttavia, se adeguatamente boicottato, il sistema non imploderà da solo per inerzia? Leggo da una recensione di Solo la crisi ci può salvare pubblicata su Il cambiamento:

La crisi è la nostra grande opportunità, bisogna avere il coraggio di dire forte e chiaro che non si può più accettare un sistema che per la bramosia di soldi e potere ci sta portando tutti alla catastrofe. Che la crisi si aggravi e faccia chiudere fabbriche nocive, produzioni di oggetti inutili, servizi che non hanno alcun senso, tutto al solo beneficio di arricchire i soliti noti: la crisi loro è la salvezza nostra.

L’assunto alla base può anche essere ragionevole, peccato degeneri nel semplicismo più bieco. Innanzitutto, la crisi economica in molti casi ha coinvolto comparti produttivi indiscutibilmente utili, come quello delle energie rinnovabili, e inferto colpi durissimi a servizi sociali essenziali già massacrati da un trentennio di ‘riforme’ neoliberiste. In secondo luogo, si trascura la versatilità del capitalismo (dote che gli ha permesso di surclassare il rivale storico, il socialismo reale), sottovalutando quindi i colpi di coda che il business as usual agonizzante può infliggere, improntati alla logica ‘muoia Sansone con tutti i filistei’: infatti, se la globalizzazione economica neoliberale appare oramai  in fase marcescente, l’alternativa che sembra profilarsi – il nazionalismo economico incarnato da Trump e dal populismo di destra – non è certo meno pericolosa sul piano ecologico e sociale, anzi.

Ma c’è una ragione più delle altre che mi porta a diffidare dello slogan #forzacrisi. Augurarsi il puro e semplice tracollo significa di fatto auspicare che si verifichi in tutto e per tutto lo scenario-base de I limiti dello sviluppo, che finora ha dimostrato un’ottima capacità predittiva, per cui conviene prenderlo sul serio:

A chi sembra gridare ‘tanto peggio tanto meglio’, faccio notare l’aumento esponenziale del tasso di mortalità una volta iniziata la picchiata dell’economia, senza dimenticare che lo studio è sostanzialmente ottimistico, non contemplando la possibilità di reazioni violente quali l’innescarsi di conflitti e azioni terroristiche su vasta scala. Se gli ‘scollocati’, in un mondo sempre più simile a un film post-apocalittico stile Mad Max, pensano di poter vivere allegramente la loro utopia conviviale assistendo serenamente alla caduta dei ‘complici del sistema’, più che cinici insensibili mi paiono semplicemente pazzi.

Ovviamente, tornare a crescere è allo stesso tempo non auspicabile e materialmente impossibile. Cosa resta da fare allora per contenere i danni? Occorre gestire il tracollo cercando di rallentare il più possibile la caduta, sperando di andare a sbattere il meno violentemente possibile in modo da uscirne fuori, se non proprio indenni (oramai è impossibile), almeno senza troppe ossa rotte. Serve insomma quella ‘decrescita selettiva e governata’, di cui parlano Pallante e Pertosa, tentando di domare il collasso per fargli assumere il più possibile la seguente traiettoria:

Fonte: www.thwink.org

Per riuscire nell’intento, tanto ambizioso quanto necessario, è essenziale che le dinamiche interne al sistema convergano il più possibile in quella direzione, anche e soprattutto quelle che ora usano il loro notevole potere in senso opposto. Come fare? Per rispondere, ripesco un post pubblicato sul tuo profilo Facebook nel dicembre scorso:

Forse la protesta è sensata anche solo perché, volenti o nolenti, questa gente decide sopra le nostre teste e siamo per giunta obbligati a mantenerla con i soldi delle nostre tasse, compresi scollocati e anarchici qualora non rientrino nella no tax area; in ogni caso, se mi trovassi su di un aeroplano in avaria governato da piloti palesemente incompetenti inconsapevoli della sciagura in corso, l’ultima cosa che farei sarebbe lasciarli indisturbati ai comandi a crogiolarsi nella loro mediocrità. Non ho mai pensato che la società della decrescita si realizzi tramite provvedimenti governativi o voti parlamentari, ma so distinguere un potere politico da cui possono provenire input positivi da uno apparentemente programmato per l’autodistruzione. Nonostante abbia biasimato a più riprese lo ‘sviluppo sostenibile’, fa una grande differenza vivere sotto un governo che promuove fonti rinnovabili, efficienza energetica, riciclaggio, tutela del patrimonio naturale e dell’agricoltura biologica, da uno che insiste con i combustibili fossili e auspica ‘grandi opere’, nuove colate di cemento, OGM; superfluo chiedersi quale strada intraprenderà un potere lasciato senza controllo sociale e completamente asservito al lobbysmo. Condivido in toto l’opinione di Tim Clarke esposta in un recente articolo che spero presto di veder tradotto in italiano: dobbiamo costringere la classe politica ad ascoltarci pretendendo l’implementazione di almeno una parte delle misure indispensabili per la transizione, prima che la deflagrazione finale della crisi impedisca di reperire le risorse necessarie. Il ridottissimo orizzonte temporale rimasto per contenere gli effetti peggiori del degrado ecologico e dell’esaurimento di risorse impone una riorganizzazione almeno parziale degli scopi dello stato e del mercato; solo dopo la ‘grande botta’ potremo abbandonare i rottami dell’aereo facendo eventualmente a meno di entrambi (probabilmente saremo semplicemente costretti a rinunciarci, a prescindere dalla nostre convinzioni), ora no.

E veniamo all’ultimo punto dolente. Sul sito Ufficio di scollocamento è possibile leggere:

Dire “io voglio scollocarmi, voglio cambiare” porta con sé una serie di stati d’animo che non sempre trovano una sistemazione consapevole.
Lo scollocamento da lavoro eccessivo, stile di vita insensato, stressante e basato sul consumismo, si pone dunque come un cammino di emancipazione, un percorso di cambiamento, che ha al centro la Persona e il suo benessere.
Pur proponendo una nuova idea di modello sociale ed economico, lo scollocamento è un percorso individuale, un viaggio dentro se stessi, per intercettare motivazioni, passioni e sogni da mettere al centro della nuova vita, che si deve costruire in maniera consapevole, uscendo e non “fuggendo” dal sistema attuale.

L’esaltazione dell’autorealizzazione individuale accompagnata dalla diffidenza verso la politica e la società, nella convinzione che ‘volere è potere’, mi ha sempre dato l’impressione di trovarmi di fronte a un’utopia in qualche modo uguale e opposta a quella liberal-liberista; questo spiegherebbe anche la comune avversione verso chi sottolinea le disparità sociali come ostacolo per la realizzazione personale, ritornando al tema della prima lettera aperta.

Per curiosità, ho dato un’occhiata alla Bacheca del cambiamento, accorgendomi subito di quanto le condizioni di partenza all’interno del ‘sistema’ si ripercuotano non poco nella scelta di vita scollocata: in alcuni annunci (non dissimili da quelli delle comuni agenzie immobiliari) si vendono casali di campagna con annesso terreno agricolo utilizzabili a scopo agriturismo o per iniziare un piccolo business contadino, con prezzi compresi tra i 50.000-200.000 euro in base allo stato degli edifici; stonano non poco insieme alle proposte dove si chiede alloggio in cambio di prestazioni lavorative, dove si cercano partner per condividere risorse economiche per attività altrimenti incapaci di avviare da soli, dove si richiedono terreni e altri beni a titolo gratuito o con affitti agevolati, tutte situazioni contingenti che potrebbero mutare nel tempo perché implicano dipendenza dalla volontà altrui. In definitiva la gerarchizzazione, che prima era provocata dalla differenza di reddito, nello scollocamento si è tradotta in maggior o minore grado di autonomia e indipendenza assicurato dal nuovo progetto di vita, con tutta la sicurezza che ne deriva. Puoi dolerti di avere indugiato troppo prima di dare una svolta alla tua vita, caro Andrea, ma senza quattordici anni da manager il tuo downshifting avrebbe preso una piega molto differente da quella che stai vivendo attualmente, puoi starne certo.

Mi sta venendo l’orticaria per quello che sto per fare, ma non posso esimermi. Chi mi segue conosce i problemi sorti con Luca Simonetti e la critica distruttiva a cui ho sottoposto il suo libro Contro la decrescita; tuttavia, se c’è qualcosa in quel testo che merita di essere salvato, sono proprio le osservazioni mosse al downshifting. Propongo alcuni stralci particolarmente rilevanti per il nostro discorso:

…L’enfasi sull’individuo e sul suo stile di vita è in diretta contrapposizione con l’unica vera minaccia per il sistema, cioé l’azione politica… Si tratta di una “emancipazione individuale”, di una “rivoluzione individuale” promossa da un signore [Simone Perotti, ndr] che non ha la minima consapevolezza che proprio la sua preziosa individualità è un prodotto sociale; che la deve a un’istruzione, una sanità, una sicurezza, delle leggi, delle infrastrutture, insomma a istituzioni che sono opere sociali… In altre parole, siamo di fronte a una pretesa rivoluzione socio-politica-economica che è in realtà parassitaria dello stesso sistema che afferma di voler rovesciare, e senza il quale non potrebbe sussistere neppure un istante.

A parte la conclusione – chi riduce volontariamente il proprio stile di vita pur potendosene permettere uno più impattante fa solo bene, indipendentemente da come è arrivato a questo passo – la sostanza del ragionamento mi sembra perfettamente condivisibile.

Il downshifting inteso come autolimitazione del consumo è un momento imprescindibile che va incoraggiato in tutte le maniere, quindi sono molto felice del successo ottenuto da te e altri nel promuovere tale pratica. Tuttavia se, come nello scollocamento, invece di essere la tappa di un percorso diventa solo un fine per vivere meglio – cioé lo stesso scopo dichiarato del consumismo – elevando per di più un muro intorno a quanto si ritiene ‘altro da sé’ (giudicandolo arrogantemente dall’alto in basso), allora si rischia di inficiarne qualsiasi virtù ecologica.

Nella prima parte della lettera ho citato Alex Langer: mi viene naturale contrappore la sua conversione ecologica allo scollocamento. Anch’egli insisteva sulla sobrietà di vita e la riscoperta di un senso dell’esistenza negato dell’edonismo consumista, anch’egli rifiutava il mito sinistroide della ‘presa del potere’ in favore di altre forme di impegno, tuttavia insisteva sul tema della giustizia e, soprattutto, concepiva la società realmente come un ‘sistema’ e non come una gabbia dalla quale si entra o si esce a piacimento in base alla propria superiorità morale. Se esiste una qualche ‘soluzione’, questa va ricercata approfondendo le sue intuizioni, per quanto non mettano al riparo da delusioni e cocenti sconfitte: infatti Langer, diversamente dai sostenitori dello scollocamento, non ha vissuto in armonia con se stesso ma è giunto persino al gesto estremo di togliersi la vita, un atto ancor più emblematico alla luce della sua fervente fede cristiana.

E’ da tempo che sostengo la necessità di valorizzare la biodiversità di pensiero e sottolineo l’importanza di elaborare strategie diverse per raggiungere obiettivi condivisi, dentro e fuori la decrescita. Non ho cambiato idea ed è per questo che chiudo augurandoti un sincero in bocca al lupo.

Ciao

Igor

Immagine in evidenza: rielaborazione personale di un fotogramma del film Matrix e di immagine tratta da www.smetteredilavorare.it

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

10 Commenti

  1. “Alle volte l’informazione alternativa può dare un’idea sbagliata delle situazioni, involontariamente o meno. In Grecia non importa più quasi a nessuno di cosa fa o non fa il governo centrale; le persone si sono organizzate, auto-producono e scambiano beni e servizi senza denaro …che non c’è più! Far vedere folle agguerrite e falò nelle strade da’ un’idea truce del cambiamento in atto, un vero e proprio deterrente per chi anche nelle altre nazioni persegue il cambiamento. Il messaggio sembra essere: se vuoi cambiare la società devi combattere nelle strade. Non è vero amici, il cambiamento è già in atto anche in Italia e altrove nel mondo e avviene in maniera pacifica nei campi, nelle botteghe, nelle case e ovunque ma non nelle strade. Lì trovi la Polizia ad aspettarti, non il cambiamento. La vera delegittimazione dei corrotti al governo e dei poteri forti che li fanno eleggere è nel dantesco: “Non ti curar di lor, ma guarda e passa!”.
    Dal sito facebook di Gian Carlo Cappello.
    Oh! qui come commentatori ci si sente un pò soli…pazienza. Meglio soli che male accompagnati.
    Saluti

    • Ci penso io a fare da cattiva compagnia! Non ho mai avuto follower oceanici, ma da quando ho deciso di scrivere pezzi che uscissero dall’autoreferenzialità e dalla scontatezza, evidenziando anzi alcune criticità, ho persino perso seguito. Me ne farò una ragione. Le esperienze comunitarie greche sono sicuramente uno dei fenomeni più interessanti degli ultimi anni, siccome ho una grande simpatia per l’anarchismo e l’auto-organizzazione sociale le guardo con molta attenzione. Ma come si è arrivati a tutto questo? Lo scollocamento ha spopolato nel giro di pochi anni in
      tutta la Grecia?
      Ovviamente no, parliamo della nazione che 12 anni fa con le Olimpiadi mirava ad entrare tra i paesi emergenti: poi il default economico e le successive politiche
      lacrime e sangue della troika hanno fatto precipitare tutto, e il resto è storia recente.
      Per completezza d’informazione, vorrei riportare l’altra faccia della medaglia, oltre a quella della sperimentazione sociale: una mortalità infantile che Lancet nel 2014 denuciava in aumento dell 43%; mortalità in aumento negli ospedali causa infezioni ospedaliere e altre problematiche ‘banali’; il più elevato numero di denutriti e bambini sottopeso nell’OCSE. Triste ironia della
      sorte, nonostante l’elevata contrazione economica e quindi le ridotte necessità energetiche, un cittadino greco mediamente rilascia più emissioni di un francese o di un italiano: senza più uno stato capace di investire in ammodernamento tecnologico, rinnovabili ed efficienza, ho seri dubbi che su questo versante saranno possibili molti progressi. Ci sarebbero molte altre problematiche ma possiamo fermarci qua, per appronfondire può essere utile uno sguardo a questo articolo http://www.wallstreetitalia.com/troika-in-grecia-con-austerity-boom-suicidi-e-mortalita-infantile/ (sì, le condizioni sono talmente gravi che persino Wall Street Italia si è indignato).
      Ora, cosa facciamo di fronte a tutto ciò, non ci curiamo di loro e passiamo? Pensiamo che sia il giusto tributo da pagare al cambiamento e ci auguriamo che la stessa identica mazzata colpisca anche l’Italia? Pensiamo che le conseguenze negative se le saranno prese solo i ‘complici del sistema’ e che quindi sono meritate? Io non credo. Ed è per questo che spero che, quando la botta forte arriverà, il mio paese abbia più risorse da sfruttare per le eventuali esperienze comunitarie che dovrebbero supplire a uno stato oramai evanescente.

      • Tutto quello che c’è di negativo nell’esperienza greca è innegabile ma non mi sembra ancora un “dirupo di Seneca” per dirla alla Bardi. C’è mazzata e mazzata. Certo che scollegarsi dal sistema politico non è una scelta ragionevole, il voto e la democrazia sono importanti, però bisogna anche rendersi conto che in paesi come l’Italia, tra un artificio e l’altro, non si vota da anni e che il governo attualmente in carica anzichè tener conto della sconfitta del referendum costituzionale ci ha riproposto la fotocopia di quello precedente. Negli Stati Uniti gli elettori si aspettavano grandi cose da Obama e tutto quello che hanno ottenuto è stato di pagare per salvare le banche o peggio ancora per intraprendere delle guerre assurde, con tutto lo strascico di falsità sull’estremismo islamico e roba del genere. Insomma, mi pare che il “sistema” sia ben strutturato per fare gli interessi di pochi e per resistere anche alla democrazia.
        Per finire quando dico male accompagnati intendo in compagnia di quei commentatori onnipresenti che continuano a ripetere in ogni contesto che l’immigrazione è “il” problema, non certo Igor Giussani.
        Saluti

        • Penso che, soprattutto in democrazia, votare dovrebbe essere una delle cose meno rilevanti dell’azione politica, che dovrebbe consistere in una costante opera di pressione sociale sul potere. Votare qualcuno con una piattaforma e poi lasciarlo solo a se stesso è il modo migliore per ingoiare rospi! Nel 1992, il parlamento italiano più corrotto della storia abolì il più amato privilegio della classe politica (l’immunità alle indagini) perché fuori c’era la folla con i forconi. Non mi aspetto granché dagli stati, però sono come un gigante goffo e sgraziato: con una semplice pedata possono causare gravi danni, ma con gesti altrettanto semplici in altra direzione possono portare vantaggi effettivi per il bene comune.

  2. Grazie prof.Giussani. Nel grafico, con la linea resources in picchiata e le nascite che decollano, superate solo da deaths, vedo uno scenario paradisiaco per i natalisti e pro-life. Cioè un mondo dove i livelli riproduttivi, la qualità della vita e la durata della stessa, sono quelli del criceto. Pur avendo capito le differenze fra noi e il terzo mondo, da lei spiegate, e i problemi per l’invecchiamento della società, spero che i temi decrescita e demografia vadano sempre piu insieme. Questo blog è traipochi ad aver mostrato apertura in tal senso. Un saluto.

    • C’è solo una cosa da aggiungere: gli autori di LTG hanno sempre sottolineato che WORLD3 è programmato in maniera tale per cui a un aumento del PIL procapite faccia seguito una diminuzione della natalità (in stile transizione demografica) e che inversamente diminuendo il PIL procapite aumenti la natalità come nelle situazione pre-transizione demografica. Ora, mentre è del tutto ragionevole che la diminuzione del PIL procapite porti a un aumento della mortalità (perché meno PIL significa meno servizi sanitari) non è affatto scontato che una popolazione che ha già vissuto la transizione demografica torni a figliare come ai vecchi tempi: ad esempio in Russia e nelle repubbliche ex sovietiche si è assistito dopo il crollo dell’URSS a un aumento della mortalità (che ora compete alla pari con quella di stati africani normalmente associati all’idea di miseria assoluta) ma non si è avuta alcuna ripresa della natalità. Quindi credo che, in definitiva mentre la linea della mortalità mi sembra assolutamente realistica, quella della natalità potrebbe risultare eccessiva rispetto ai riscontri concreti.

  3. La mia concezione di decrescita (ammesso che di questo stiamo parlando… perché sinceramente la tua tesi continua a sfuggirmi), umile e senza alcuna velleità impositiva nei confronti di alcuno, è sulla pagina della mission del mio blog dal giorno della sua nascita, il 23 agosto 2012: https://llht.org/tutto-su-llht/llht/
    E’ ispirata a quelli che io considero i padri più autentici di questa disciplina (Ivan Illich e Nicholas Georgescu-Roegen) e non l’ho mai cambiata di una virgola. Semplicemente, da allora, ho cambiato qualcosa io nella mia vita. Smettendo di raccontarla, quella concezione, e iniziando a TESTIMONIARLA.

    Perché quello che facciamo, Igor, rivela chi siamo. Quello che diciamo, invece, rivela chi vorremmo essere.

    Ognuno a suo modo
    Andrea

    PS. Alcune specifiche:
    • Hai sbagliato a citare il titolo del libro che ho scritto con Paolo Ermani (https://llht.org/i-miei-libri/solo-la-crisi-ci-puo-salvare/). Il titolo corretto è “Solo la Crisi ci può salvare” ed è curiosamente ancor più simile (…) a quello, uscito sette mesi dopo, di Pallante-Pertosa.
    • Evidentemente non mi leggi con continuità, perché la mia avversione al concetto di “sistema” (di cui io per primo non ho mai negato di fare parte) è ormai proverbiale. E’ una parola che, come dico sempre, “puzza di cantina” e che non ha ormai più alcuna applicabilità al di fuori di comunità come quelle degli Amish, degli Elfi e poche altre.
    • Nel riproporre il mio post FB del 13 dicembre 2016 hai curiosamente tagliato la jpg subito prima del numero di like e condivisioni. Per correttezza, lo ricordo io ai tuoi lettori: rispettivamente 206 e 37.
    • Infine, considero chiusa questa vicenda. Che – ripeto – a me non sta dando assolutamente nulla. E, a giudicare dal numero di like, temo neanche ai tuoi lettori.

    • Ho corretto il titolo del libro che, citandolo a memoria, avevo sbagliato. Per il resto, posso solo augurarmi che Pallante e Pertosa dicano esplicitamente come la pensano anche perché, trattandosi di persone intelligenti, le loro riflessioni saranno opinabili ma non stupide. Penso che sia sempre meglio parlare francamente invece di trincerarsi dietro le allusioni.

      La mia concezione di decrescita (ammesso che di questo stiamo parlando… perché sinceramente la tua >tesi continua a sfuggirmi), umile e senza alcuna velleità impositiva nei confronti di alcuno, è sulla pagina >della mission del mio blog dal giorno della sua nascita, il 23 agosto 2012: https://llht.org/tutto-su-llht/llht/
      E’ ispirata a quelli che io considero i padri più autentici di questa disciplina (Ivan Illich e Nicholas >Georgescu-Roegen) e non l’ho mai cambiata di una virgola. Semplicemente, da allora, ho cambiato >qualcosa io nella mia vita. Smettendo di raccontarla, quella concezione, e iniziando a TESTIMONIARLA.

      Io non so se non capisci o non vuoi capire (siccome stimo anche te una persona intelligente al di là delle diverse vedute, comincio a pensare che sia la seconda) ma stai continuando a difenderti a oltranza su di una cosa su cui non ti ho toccato e che soprattutto sulla quale non mi permetterei mai di questionare, ossia la tua personale scelta di vita. La mia critica sorge quando in nome di tale scelta ci si permette di trinciare giudizi sugli altri e quando viene generalizzata nella forma dello scollocamento. Per quanto riguarda la tua umiltà, ognuno è libero di giudicarla come meglio crede.

      Evidentemente non mi leggi con continuità, perché la mia avversione al concetto di “sistema” (di cui io >per primo non ho mai negato di fare parte) è ormai proverbiale. E’ una parola che, come dico >sempre, “puzza di cantina” e che non ha ormai più alcuna applicabilità al di fuori di comunità come quelle degli Amish, degli Elfi e poche altre.

      Se per te è una parola tanto ‘marcia’, mi chiedo perché la utilizzi con così tanta frequenza. Io non ci trovo nulla di male, a patto di intenderla correttamente (vedi appunto la dinamica dei sistemi). Comunque, anche tu segui con approssimazione, perché quando ho parlato di ‘sistema’ stavo allargando la panoramica dalla tua persona al movimento dello scollocamento; e leggo dalla pagina Web Ufficio di scollocamento: “Pur proponendo una nuova idea di modello sociale ed economico, lo scollocamento è un percorso individuale, un viaggio dentro se stessi, per intercettare motivazioni, passioni e sogni da mettere al centro della nuova vita, che si deve costruire in maniera consapevole, uscendo e non “fuggendo” dal sistema attuale”

      Nel riproporre il mio post FB del 13 dicembre 2016 hai curiosamente tagliato la jpg subito prima del numero di like e condivisioni. Per correttezza, lo ricordo io ai tuoi lettori: rispettivamente 206 e 37.

      “Dorme quello spirto managerial ch’entro mi rugge”! Soddisfo facilmente la tua curiosità: non ho riportato like e condivisioni semplicemente perché li trovo totalmente ininfluenti per stabilire la fondatezza di un’affermazione. In caso contrario, dovremmo elevare le fake news sugli immigrati che raccolgono milionate di like e condivisioni a verità rivelate.

      Infine, considero chiusa questa vicenda. Che – ripeto – a me non sta dando assolutamente nulla. E, a giudicare dal numero di like, temo neanche ai tuoi lettori.

      Non so te, ma io non penso i pezzi in base ai like che potrei ricevere: perché in quel caso, immagino che scriverei la milionesima tirata contro il lavoro, la milionesima esaltazione della vita in campagna oppure condividerei per la milionesima volta ‘Ma quale celiachia? Chiamatela Roundup’, per quanto lo studio su cui si basa faccia acqua da tutte le parti, tanto c’è un sacco di gente che basta che attacchi anche a vanvera Monsanto e mette ‘mi piace’ a prescindere. Di sicuro sarebbe molto più semplice che ricercare ed elaborare dati sugli OGM sul database della FAO e riviste scientifiche o cercare di rendere più accessibili al pubblico tematiche complesse come quelle relative al global warming, al picco petrolifero o all’esaurimento delle risorse. Molta retorica, poca documentazione e tante visual!

      Lasciami dire che anche io voglio chiudere qui la ‘vicenda’, che per me piuttosto sarebbe stata una possibilità di confronto. Ma attenzione, non lo faccio per mancanza di like, se ci fosse stato uno scambio costruttivo non avrei avuto problemi a proseguirlo a oltranza indipendentemente dalle visite ricevute (tra l’altro, se avessi voluto attirarmi visibilità, mi sarei comportato in maniera molto diversa). Per quanto posso essere utile sul Web, voglio farlo improntandomi a quanto auspicato da Flavio Troisi nell’ultimo bellissimo articolo del suo blog: “Vi va se rimettiamo al centro il pensiero critico, soprattutto su noi stessi? Se la smettiamo di darci sempre ragione fra noi? Se ci analizziamo in cerca di falle nei nostri sistemi anziché di conferme facili? Sarebbe tanto utile”
      Nella prima lettera aperta, dove replicavo ai tuoi giudizi sull’operaio di Atessa e chiarivo la mia posizione rispetto alle tue illazioni, posso capire che più di tanto tu non avessi da dire. Ma in questa ho mosso osservazioni circostanziate e segnalato problematiche concrete riguardo allo scollocamento (mi sembra decisamente di offendere la tua intelligenza pensando che non hai capito la mia ‘tesi), allo slogan ‘forzacrisi’ ecc. Che cosa hai fatto? Ti sei difeso da un attacco che nessuno ti ha mosso sulla tua PERSONALE scelta di vita condendo il tutto con una delle tue frasi fatte (molta bella e pregna di significato, ma totalmente avulsa da quanto avevo scritto). Per carità: sei liberissimo di comportarti così e non posso pretendere nulla, ci mancherebbe, non posso certo importi di ‘confrontare le mappe’, per riprendere un’altra felice espressione dell’articolo di Flavio. Però credo che sia tutto molto rivelatore della tua persona e di come intendi la tua attività. Per quanto mi riguarda, sono stato zitto per tanto tempo tenendomi ogni perplessità per me, poi sono sbottato di fronte a un tuo giudizio pubblico che ho considerato troppo sopra le righe e ne ho approfittato per esprimere tutti i miei dubbi sullo scollocamento, con te a conoscenza di ogni cosa: ritengo quindi di aver agito nella massima correttezza.
      Un saluto nella speranza che i tuoi tanti follower, oltre a like e condivisioni, siano capaci di distinguere la paglia dal fieno.

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