Rivalutare il lavoro manuale

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In questi tempi di iperspecializzazione, coloro che hanno un lavoro si trovano probabilmente a saper fare cose che un tempo faticavamo persino ad immaginare, ma in compenso ci troviamo spesso ad essere degli inetti nelle cose semplici di tutti i giorni. Tempo fa lessi un breve articolo su di un quotidiano che presentava un libro di Mauro Corona (“La fine del mondo storto”), nel quale l’autore dichiarava che tempo prima nei boschi vicino a casa sua era stata ritrovata una coppia purtroppo morta. I due poveretti erano stati ritrovati abbracciati, morti assiderati, e nella tasca di lui c’era un accendino… Sarebbe bastato loro ingegnarsi un po’ per accendersi un fuoco che li avrebbe bene o male scaldati quel tanto che bastava per tenerli in vita; il legno non mancava loro di certo.

La notizia mi ha fatto (e mi fa ancora) molto pensare.

Stiamo delegando sempre più attività della nostra vita quotidiana al lavoro di altri, i quali ovviamente dovranno essere pagati per i loro servigi. Per pagare queste persone dovremo guadagnare altri soldi, e per fare ciò dovremo lavorare di più. Lavorando di più avremo meno tempo libero, e dovremo quindi delegare ancora più attività ad estranei, che dovranno essere pagati. Ecco quindi che il circolo vizioso si chiude.

Pensiamo tutto in termini puramente monetari, guardando al denaro come all’unica risorsa che abbiamo per la vita di tutti i giorni, e conseguentemente al lavoro come all’unico modo per procurarselo. Lasciando da parte in questa sede tutte quelle considerazioni di tipo sociologico che si potrebbero fare al riguardo (si pensi soltanto allo scarso tempo dedicato ai figli o agli amici e parenti), vorrei solo concentrarmi sul fatto che stiamo perdendo la capacità di ingegnarci, di fare lavori manuali anche semplici. Quanti di noi si trovano in difficoltà se vogliono anche solo cambiare una ruota forata alla propria automobile, montare una mensola in casa, o fare una qualsiasi piccola riparazione? Il vero lusso al giorno d’oggi sono il tempo e lo spazio…

Occorre rivalutare il lavoro manuale, e ritagliarsi del tempo per dedicarsi a tutte quelle piccole attività che troppo facilmente deleghiamo ad altri. Purtroppo il lavoro manuale viene considerato come di “serie b”, e solo l’idea di dover fare il muratore o l’operaio ci infastidisce, mentre invece occorrerebbe riflettere sul fatto che svolgere attività manuali richiede ingegno, intelligenza e capacità di immaginare cosa stai facendo o riparando, a meno che ovviamente non si sia costretti a fare lavori meccanici o ripetitivi, che risultano al contrario estranianti. Magari in questi ultimi periodi di gravi disagi sociali e finanziari molti di noi stanno per forza rivedendo i propri stili di vita, ma credetemi la strada è ancora lunga. Scrollarsi di dosso i condizionamenti che ci spingono a pensare tutto da un punto di vista puramente monetaristico è cosa lunga e difficile, pure io sto personalmente cercando di farlo e mi rendo conto che non è cosa che si fa da un giorno all’altro.

Diventare un po’ più autonomi per le piccole cose di tutti i giorni ci permetterebbe di dipendere meno dal solo denaro e magari ricominciare a provare quella soddisfazione che si ha quando, dopo aver stretto l’ultima curva, ci si accorge di essere riusciti da soli a bloccare quello sgocciolamento sotto il lavabo in cucina!

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Mirko Omiccioli
Nato nel 1969 a Pesaro, nel 1988 mi sono diplomato come Perito Turistico e nel ’93 ho completato un corso di Operatore di Marketing per PMI. Dopo quarant’anni vissuti sulla riviera romagnola a Cattolica, mi sono sposato e trasferito nelle Marche a Fermignano, vicino ad Urbino. Entrato molto presto nel mondo del lavoro (più per necessità che per scelta), ho avuto modo di notare con dispiacere che alla medesima domanda, ovvero: “Cosa serve per vivere?” una volta avremmo risposto “Un tetto, cibo ,acqua e la salute”, mentre ora semplicemente “Servono i soldi”. Questa triste constatazione mi ha fatto capire di essere decrescentista già prima di aver conosciuto il termine.

5 Commenti

  1. Condivido il messaggio. Qualche tempo fa scrissi questo.

    http://www.michelebellingeri.it/?p=164

    INCAPACI DI PROVVEDERE AL PROPRIO SOSTENTAMENTO

    La debolezza della società in cui viviamo consta nella distanza dalla base, dalle nostre fondamenta.

    La maggior parte degli individui moderni non conosce l’origine del cibo di cui si foraggia.

    Pochi sanno uccidere un animale domestico, eppure la carne viene mangiata da tutti.

    Tutti gustano vegetali e derivati, ad esempio i farinacei, ma i coltivatori sono un numero esiguo ed in continua diminuzione. L’individuo medio non conosce nulla della semina o della raccolta del grano o del riso.

    Tutti, o almeno quasi, dormono sotto un tetto e giovano quindi dell’utilizzo di una abitazione. Eppure la massa ignora come un edificio, anche il più semplice, sia costruito.

    In quanti saprebbero procurarsi acqua potabile per vie diverse dalle moderne condutture idriche? Poche eccezioni.

    Nozioni che la popolazione del primo dopoguerra ancora possedeva e che in pochi decenni sono andate perdute.

    La lista potrebbe continuare per diversi beni essenziali come il prodursi un qualche genere di vestiario o calzatura.

    L’esercizio di un artigianato elementare non è cosa da uomini moderni.

    Questo perchè nella moderna “società dei servizi” il soddisfacimento dei bisogni essenziali è relegato ad alcuni “ingranaggi”, ad alcuni individui, o gruppi di individui.

    Il resto della popolazione è semplice fruitore e consumatore.
    L’iper-specializzazione portata dalla “progressione tecnica” ha ingenerato paradossali condizioni di vita, per cui l’uomo comune è perfettamente abile nell’operare con un pacchetto Office, ma del tutto incapace di provvedere ai propri bisogni vitali.

    Tutto ciò non è solo deprimente, diviene tragico in una epoca di crisi economiche insanabili come la nostra. In caso di collasso, di totale “break-down” del sistema produzione-consumo in cui ci trastulliamo, nessun saprebbe provvedere al proprio sostentamento.

  2. Ciao Michele, ho appena letto il tuo ma esauriente commento, che sembra scritto di getto da qualcuno che VERAMENTE crede a ciò che scrive, e non lo fa solo per riempirsi la bocca di belle parole. appena ho un momento andrò a leggere il tuo articolo ed anzi ti chiedo da subito il permesso di citarlo sul mio blog personale. La conclusione del tuo commento fra le altre cose mi fa venire in mente un libro che ho letto non molto tempo fa, ovvero “Esperti di troppo” di Ivan Illich: la creazione di una massa di servizi sempre più complessi finisce con il perdere lo scopo che aveva all’inizio, ovvero renderci la vita più semplice, perché alla fine ce la rende più complessa…

  3. Per adesso vi mando un saluto a tutti /e di buona descrescita, quando mi varra’ in mente qualcosa di interessante ve lo comunichero’.

  4. Ciao Mirko,
    scusa il ritardo con cui rispondo.
    Sarei contentissimo se citassi il mio articolo nel tuo blog personale.
    Il sistema in cui viviamo è alla fine, e ci servirà tanta manualità
    nel futuro prossimo.
    Michele

    PS: Potremmo anche scambiarci i links.

  5. Ciao mirko,
    condivido pienamente il tuo approccio esistenziale e, siccome lo pratico quotidianamente, sono convinto che sia utile ed essenziale non solo per noi stessi ma per l’intera comunità. Mi riferisco ad esempio al degrado delle nostre campagne che sono oramai in perenne stato di abbandono, lasciando il territorio in balia degli agenti atmosferici, erodendolo in maniera spropositata come avviene periodicamente durante le alluvioni che colpiscono il nostro bel paese, causando morte e devastazione. Io sarei per un ritorno diretto dei giovani al lavoro agricolo, a sporcarci le mani per ripulirci l’anima. Quindi ritornare ai lavori manuali come fonte di sostentamento personale e per il bene comune.

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