Sette…Otto…Nove miliardi di persone!

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Crowd_in_HKDal 1960 al 2010, la popolazione mondiale è più che raddoppiata, passando da 3.027 milioni a 6.841 milioni (ma già 7 miliardi a metà 2011), registrando quindi nei cinquant’anni considerati un aumento pari al 126%. Con una popolazione che nel 2010 era pari a 1,33 miliardi, la Cina è il paese più popoloso e rappresenta il 19,56% dell’intera popolazione mondiale. Al secondo posto troviamo l’altro gigante asiatico, l’India, che con 1,17 miliardi di abitanti, vanta il 17% della popolazione presente sulla terra. I paesi sviluppati (Europa, Nord America, Giappone e Australia), rappresentano invece meno di 1/5 dell’intera popolazione mondiale.

Nel 2015, secondo le stime dei demografi, sul nostro pianeta avremo 7,28 miliardi di persone, mentre nel 2025 ce ne saranno 8 miliardi e nel 2050 avremo raggiunto la strabiliante cifra di 9,31 miliardi. Entro il 2025 l’India sarà il paese più popolato al mondo (con 1,46 miliardi di persone), mentre l’Africa entro il 2050 avrà cinque fra i quindici paesi più popolati al mondo, cioè Nigeria (390 milioni di abitanti), R.D. Congo (149 milioni di abitanti), Etiopia (145 milioni di abitanti), Tanzania (138 milioni di abitanti) e Egitto (124 milioni di abitanti). Non c’è dubbio che i prossimi decenni saranno dominati dalle popolazioni di quello che fino a poco tempo fa era il Terzo Mondo ed il Quarto Mondo.

Negli ultimi cinquanta anni l’aspettativa di vita media di un neonato è aumentata (e con questo la popolazione mondiale), passando così dai 53 anni del 1960 ai 69 del 2010. L’aumento dell’aspettativa di vita significa che c’è stato un generale allungamento della vita media delle persone sul nostro pianeta, anche se occorre tener presente che l’aspettativa di vita alla nascita è notevolmente influenzata dalla mortalità infantile che avviene nei primi mesi di vita. La mortalità infantile è correlata negativamente con il reddito pro capite, perché disporre di migliori condizioni igieniche, di un’alimentazione adeguata, di un sistema sanitario efficiente e soprattutto dell’accesso ad acqua non contaminata, diminuiscono di molto le probabilità di morire nei primi mesi di vita, laddove la diarrea è la principale causa di morte (spesso proprio perché manca l’acqua potabile!).

Questa rivoluzione demografica non potrà che avere un forte impatto sulla società dei paesi sviluppati, perché la massa di indigenti e poveri (il 40% della popolazione del pianeta vive con meno di 2 dollari al giorno) recriminerà sempre più la propria parte di progresso e benessere (ma diciamo che la maggior parte di essi si accontenterebbero di acqua potabile e la sicurezza di due pasti al giorno). Appurato che le risorse naturali del nostro pianeta non sono sufficienti affinché tutti gli abitanti della Terra attuali e dei prossimi decenni possano permettersi uno stile di vita pari a quello dell’italiano o dell’americano medio, occorre trovare un accordo per giungere alla pacifica condivisione delle risorse naturali (energia, materie prime minerarie, prodotti agricoli e forestali, risorse ittiche, eccetera) fra i popoli. L’alternativa sono le guerre, la competizione e le disuguaglianze più sfrenate, in poche parole l’inferno in terra.

Perché quello verso cui stiamo andando incontro è un futuro sempre più difficile, in cui il capitale naturale del nostro pianeta sarà sempre più esiguo a causa dell’eccessivo sfruttamento (basti pensare alle riserve ittiche che sono quasi ovunque sovra-sfruttate e prossime all’esaurimento) o a causa di tutte le forme di inquinamento (il riscaldamento del pianeta, la salinizzazione e l’agricoltura industriale stanno diminuendo sempre più la fertilità dei suoli e la superficie agricola). Ma è evidente a tutti che se (a livello globale) la torta si restringe sempre di più, con una quota sempre maggiore di persone che rivendicano un posto a tavola, allora la situazione non potrà che essere sempre più tesa.

L’unica via affinché si possa giungere ad un effettivo miglioramento dell’umanità passa quindi per uno stile di vita più sobrio, una diminuzione degli inutili sprechi e soprattutto un taglio netto con quel consumismo che non possiamo proprio più permetterci. Perché come diceva Gandhi: “Ce n’è abbastanza per le necessità di tutti, ma non per l’avidità di ciascuno”.

 

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