“Si scrive acqua, si legge democrazia” – parte 1

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Dall’acqua trae origine ogni forma di civiltà: qualunque comunità si è sempre insediata in prossimità di un corso d’acqua che rendesse fertile le pianure e più semplici i collegamenti.  All’acqua (e agli altri elementi naturali) sono legati miti ancestrali e all’acqua, come alla terra, è sempre stata attribuita una dimensione sacrale: a ciò che è fondamentale per la vita dell’uomo, sono stati tributati nei millenni devozione e profondo rispetto.

Anche soltanto guardando alla cultura Greca e Magno-greca, nostra progenitrice, e segnatamente al fisico Empedocle, ci rendiamo conto che Acqua, Aria, Fuoco e Terra sono gli elementi che non hanno origine, ma che sono le radici stesse (rizomata) della vita in ogni sua meravigliosa declinazione.

Non così oggi.

L’acqua e la terra, l’energia e l’aria (e la cultura) sono ormai decadute a oggetto del contendere delle multinazionali che del profitto, non certo dell’interesse generale, fanno il loro precipuo obiettivo.

Beni comuni rapidamente trasformati in merci a carattere privato.

Uomini e idee lasciati al deserto culturale dell’epoca post-industriale.

La questione dei beni comuni va dunque affrontata, a mio avviso, sotto un duplice aspetto: il primo, più pratico, che contrappone i vantaggi/svantaggi della privatizzazione a quelli della gestione pubblica; l’altro, di carattere sociale e direi di sintesi, che ci conduce all’alfa e all’omega  del concetto di bene comune, alla tipologia di società di cui è alfiere e ad alcune valutazioni sul modello culturale che implica e a cui dovremmo tendere.

Il ritornello riproposto in loop negli anni ’80 – 90’, da tutte le parti politiche, ci ha cantato lodi sperticate della gestione privata dell’acqua, ritenuta ispirata a principi di economicità, puntuale nell’erogazione efficiente del servizio, sufficientemente ricca da poter fornire gli ingenti capitali che necessitano per investimenti in una rete idrica ridotta a un colabrodo.

La gestione pubblica veniva e viene, soprattutto in tempi di crisi finanziaria, additata come inefficiente, politicizzata nel peggior senso del termine e, in primis, senza larga disponibilità dei fondi necessari.

Ma questa è la versione degli incantatori di serpenti, perché, a ben leggere i dati correnti, la realtà è tutt’altra.

Si possono fare almeno tre casi di privatizzazioni dell’acqua, in diversi luoghi del pianeta, che ben esemplificano quanto la gestione del servizio da parte di SpA sia stata non solo inefficiente, ma addirittura esiziale per i cittadini, che spendono pro familia molto di più in cambio di un servizio scadente e di un’acqua qualitativamente sotto gli standard consentiti. Soprattutto, però, i cittadini si sono scoperti essere solo consumatori impotenti e non più soggetti di diritto.

1)      A Cochabamba, la terza città in ordine di importanza della Bolivia pre-Morales, nel 1999 la gestione dell’acqua fu appaltata, tramite gara, all’unica azienda partecipante, Agua del Tunari che, con il solito gioco di scatole cinesi, risultava poi essere controllata dalla Bechtel, colosso americano, e in parte minore dalla Edison, a sua volta controllata dall’AEM, Azienda municipale milanese (possiamo trarre da soli le conclusioni sul legame che c’è tra le privatizzazioni in tutto il mondo)[1]. Alla rete non fu apportato nessun miglioramento e la tariffa per il servizio idrico aumentò del 300%.

2)      In Inghilterra e in Galles, secondo uno studio di David Hall ed Emanuele Lobina[2] – Università di Greenwich –  dove la privatizzazione, perfino delle infrastrutture,  dura da decenni, nel 2005-2006 gli investimenti sulla rete idrica sono stati il 22% in meno rispetto a quelli previsti. Purtroppo però, è in base alle previsioni di investimenti che l’authority di settore (Ofwat) aveva imposto tariffe salatissime, tariffe che dal 1989 al 2006 hanno subito un’impennata del 245%. Lo stesso studio dimostra come i lavoratori a tempo indeterminato del settore siano diminuiti del 21%, ma come sia stato fatto ricorso massiccio al precariato meno qualificato: il risultato è che la sola rete di Londra, gestita dalla privatissima Thames Water, ha perdite idriche del 40%.

3)      A Napoli, il caso a me più vicino, il 23 settembre 2011 (a poca distanza quindi dai clamorosi risultati del noto referendum), la Giunta Comunale ha deliberato per la trasformazione dell’Arin da SPA ad Azienda di diritto pubblico, dando vita ad ABC (Acqua Bene Comune) Napoli[3]. Questo importantissimo risultato rischia ora di essere completamente vanificato dalla Giunta Regionale campana che, dei 283 milioni di debiti che la Gori Spa (l’azienda privata che gestisce il servizio in buona parte della Campania) ha accumulato con la Regione, ne ha condonati 70 e dilazionato senza interessi 210, aumentando le bollette del 13.4%. Inoltre, si studia di affidare il Servizio Idrico Integrato alla stessa Gori SpA, mettendo fuori l’ABC Napoli[4] e disattendendo la volontà popolare espressasi così chiaramente nel 2011 a favore della ripubblicizzazione dell’acqua.

Nonostante al referendum del 2011 abbiano votato più di 27 milioni di italiani, con un 95% di SI, la Campania è solo uno dei tanti territori dove si combatte ancora per l’acqua bene comune. A Mantova, giusto per citare un’altra città italiana, il 31 luglio di quest’anno, la TEA Acque finisce in mani private.

Non a caso, la Costituente dei Beni Comuni, un’alleanza di giuristi e di movimenti che fa capo a Stefano Rodotà, ha inviato al Parlamento  un pacchetto di sei proposte di legge che contiene anche la riforma dei regolamenti parlamentari per rendere i referendum, le petizioni e le iniziative di leggi popolari un “potere dello stato”[5].

Il fronte della resistenza alle ingerenze delle grandi SpA e con esse delle lobbies politiche è fortemente spezzettato, nonostante il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua che riunisce enti e privati cittadini in lotta per i propri diritti: è una specie di guerriglia “legale” che si combatte a colpi di contratti locali, di scorporamenti in bolletta della quota di “remunerazione del capitale investito”[6], di tavole rotonde e di cortei.

L’atteggiamento della politica nazionale nei confronti della gestione dell’acqua e, più in generale, dei beni comuni, è solo una delle propaggini dei grandi cambiamenti anti-democratici in atto.

Per capire l’intera portata del concetto di bene comune e di quanto sia rivoluzionaria, bisogna capire il modello culturale che lo sottende e quindi perché, oggi, nell’era del consumismo e della competitività più spietata, venga così aspramente combattuto dai potenti di ogni nazione a capitalismo avanzato.

 Continua


[1] “Terroni e Campesindios. Da Sud a Sud, per una democrazia popolare della terra”, Jaca Book, 2012, pag 139

[2] In “La grande rapina della privatizzazione dell’acqua. Che cosa insegna all’Italia il caso inglese”, Tommaso Fattori in Micromega, 10 giugno 2011

[3] http://www.acquabenecomune.org

[4] In “L’acqua di Napoli torna ai privati” di Adriana Pollice, in Il Manifesto, 26 luglio 2013

[5] In “Stefano Rodotà battezza la Costituente dei beni comuni”, di Roberto Ciccarelli, in Il Manifesto, 15 aprile 2013

[6] La quota è stata abrogata dal 2° quesito referendario, ma sotto varie forme viene continuamente riproposta nelle bollette

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Miriam Corongiu
Non è importante "chi" sono, ma "cosa" mi propongo di essere e con quanta tenacia mi ci proietto. Sono dunque madre, sono moglie, sono per metà sarda e per metà napoletana e, in entrambi i casi, straordinariamente fiera di esserlo; sono una contadina, con tanto da imparare. Ambientalista, per necessità, e piena di passione civile, per vocazione. E credo nell'integrazione, nelle persone, nell'impegno, nella mia terra così martoriata, nel valore delle parole, in quello della decrescita e nella felicità come traguardo raggiungibile ogni giorno. La mia finestra sul mondo e sul web è http://www.georgika.it

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