Sulla passione nella disobbedienza

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Vorrei parlarvi, in maniera molto semplice e intuitiva, dell’estensione del consenso alla decrescita e, in senso più lato, a una nuova forma di convivenza civile; di come questa convergenza possa essere ricercata in una società come quella occidentale, dove si preferisce tollerare l’ingiustizia e la disparità sociale e schiacciare, invece, il disordine creato dalle voci fuori dal coro e dove non si verificano eclatanti discriminazioni nei confronti delle categorie più deboli che inducano ad una vera e propria sollevazione popolare (non abbiamo infibulazione istituzionalizzata, non inviamo militari nelle regioni più depresse del nostro paese per arginare la guerriglia di fastidiose, in quanto ostinate nel voler esistere, popolazioni indigene, non abbiamo – non ancora – Fabbriche dei Suicidi, non ci sono faide razziali e bambini soldato).
Viviamo in una società che apparentemente offre una serie indiscutibile di vantaggi, di quelli che vengono venduti come privilegi della civilizzazione: il problema, come sempre, è il corrispettivo che ci viene chiesto in cambio.
Inutile tornare su quelli che mi sembrano pietre angolari del pensiero decrescista: soffriamo tutti, anche le persone meno consapevoli dei mutamenti storico-economici in atto, di una vita sacrificata sull’ altare del lavoro, sia in termini di overdose che di totale astinenza; sappiamo quasi tutti che “cibo” è sinonimo di “veleno”, che il riscaldamento globale è la più grande minaccia con cui, molto presto, dovremo fare i conti in termini non solo di quieta e pacifica convivenza tra popolazioni che prima o poi si troveranno a dover dividere le scarse risorse disponibili, ma anche in termini di mera sopravvivenza.
Il problema è che, nonostante una generale – ma generalizzata – conoscenza della realtà dei fatti, la società civile, atomizzata, divisa e individualista, non sembra avere la forza necessaria per opporsi con forza, unità e consapevolezza. Anestetizzata, annichilita, disinformata: sono solo tre – tra i tanti – attributi che ben la descrivono .
All’ultima Fiera dei Beni Comuni che si è tenuta a Napoli, la mia città, ha partecipato una buona quota dell’associazionismo di base, tra cui anche MDF, enti di volontariato, Università. Nell’incontro sul Consumo Critico, quasi solo per pochi intimi, ciò che maggiormente è emerso, aldilà delle giuste considerazioni sulle buone pratiche di vita e sulla responsabilità personale, è questa incredibile (ma storicamente comprensibile al Sud) mancanza di coralità tra le varie voci “dissidenti”. Indubbiamente, le tesi sono tante e quel che manca ancora è una sintesi (siamo individualisti anche nell’associazionismo), ma ciò che trovo preoccupante, nella divisione, è l’aver ingenerato la serpeggiante sensazione di essere sempre desolatamente soli a fronteggiare lo sfascio, di poter incidere solo ed esclusivamente sulla propria personalissima esistenza e sempre entro certi limiti, mentre si attende che un post-moderno super eroe mascherato (o un comico) venga a trarla in salvo dall’ignavia della sedicente classe politica e dal disinteresse generale. Insomma, l’inclinazione a sempre delegare e a mai, o poco, partecipare.
Mi spiego: in tanti hanno smesso di credere che le cose possano cambiare e con questo non mi riferisco solo alle chiacchiere dal fruttivendolo dietro l’angolo o alla rabbia dell’impiegato in balia di un pessimo trasporto pubblico. Mi riferisco a tanti amici informati e riflessivi che fanno fatica a pronunciare la parola resistenza e tantomeno quella di rivoluzione. Non parliamo poi del termine utopia: genera vero e proprio panico, come se coltivare la speranza richiedesse troppi sforzi e racchiudesse in sé già un sicuro fallimento, come se la fantasia non fosse per tre quarti sostanza di ogni reale cambiamento (Bakunin). Le parole sono state svuotate del loro primario significato dal pensiero unico imperante e usate come frecce all’arco del marketing.
Come fare dunque per diffondere la speranza?
L’esempio personale è di sicuro fondamentale: ci ripetiamo come un mantra, ogni giorno, che “dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”, ma non basta.
Con altrettanta certezza, subito dopo l’evoluzione personale verso stili di vita sobri e consapevoli, viene il coinvolgimento delle comunità, degli uomini e delle donne disincantate, delle persone disinnamorate del vivere, degli stanchi e degli afflitti dalla modernità.
Ma, a questo scopo, non è sufficiente generare riflessione critica. Ugualmente importante è suscitare passione, afflato, compartecipazione e senso di appartenenza, entusiasmo e, ritengo, aspirazione alla lotta: non c’è affatto bisogno di imbracciare le armi per battersi. La nostra è la guerra della ragione e dell’esempio vivo.
A questo punto, credo ci si propongano (tra i tanti) due spunti di riflessione:
• La formulazione di un’elasticità d’azione volta a raggiungere quante più persone possibile. Qui, cito il Subcomandante Marcos in una bellissima intervista rilasciata a Manuel Vasquez Montalban (1) : “Che cosa accade…quando entriamo in contatto con le comunità? Facciamo la nostra proposta politica. Non accade niente, rimbalza, la modifichiamo via via, impariamo quindi ad ascoltare e a parlare. E pertanto, quando passiamo all’esterno, facciamo la stessa cosa…Il nostro scopo è farci capire. E allora andiamo avanti a modificare e a modificarci, senza intaccare la sostanza”.
• L’interazione incessante e umile con quanti si pongono in maniera critica nei confronti del tempo presente. Riprendo a questo proposito Igor Giussani nel suo ultimo articolo  : “sta a noi avvicinare quelle persone che, magari da direzioni diverse, osservano il nostro stesso orizzonte”
Entrambi questi due spunti di riflessione, ne presuppongono un altro: il linguaggio.
Bisogna conferire alle parole un nuovo orizzonte di senso per cercare non di convincere o persuadere (questo è lo scopo del proselitismo), ma per trovare interlocutori e anche, e soprattutto, critici informati.
Adoperare la maieutica per generare libertà e indipendenza di pensiero.
Ispirare intensità ed entusiasmo per rilanciare il significato profondo della decrescita.
Essere specchio, vetro e acqua, come Marcos, per riflettere la società moderna e metterla davanti alla realtà.

[1] “Marcos, Il signore degli specchi”, Frassinelli 2001

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Miriam Corongiu
Non è importante "chi" sono, ma "cosa" mi propongo di essere e con quanta tenacia mi ci proietto. Sono dunque madre, sono moglie, sono per metà sarda e per metà napoletana e, in entrambi i casi, straordinariamente fiera di esserlo; sono una contadina, con tanto da imparare. Ambientalista, per necessità, e piena di passione civile, per vocazione. E credo nell'integrazione, nelle persone, nell'impegno, nella mia terra così martoriata, nel valore delle parole, in quello della decrescita e nella felicità come traguardo raggiungibile ogni giorno. La mia finestra sul mondo e sul web è http://www.georgika.it

2 Commenti

  1. Bellissimo articolo, pieno di spunti di riflessione. Il percorso che ci mostra l’articolista è difficilissimo e irto di ostacoli, ma sicuramente affascinante. Dopo decenni e decenni di “crescita infelice” è duro instillare nelle coscienze il germe della “crescita felice”, ma probabilmente il linguaggio è davvero essenziale, come sostiene l’articolista, molto più di una improbabile opera di proselitismo.
    Speriamo in un mondo migliore, ma dobbiamo cominciare a cercarlo…

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