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Clima ed effetto serra: una verità molto scomoda

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Pubblicato da Paolo Scroccaro in ecologia, decrescita · Sabato 20 Giu 2026 · Tempo di lettura 7 minuti
Tags: effettoserragasserraallevamentiintensiviclimainquinamento
di Paolo Scroccaro

"La FAO, dopo le pressioni lobbistiche seguite allo Studio del 2006, ha parzialmente rivisto i dati riguardanti l'effetto serra dovuto agli allevamenti, che comunque si confermano la prima fonte in assoluto. Si consideri inoltre che il nuovo Studio FAO non valuta l'intero ciclo della carne, ma solo una parte: per esempio, non è considerato il respiro animale che secondo il fisico A. Calverd (2005) produceva da solo il 21% di effetto serra (oggi, più di 70 miliardi di animali allevati)"

  
Negli ultimi anni, il “riscaldamento climatico” è stato uno degli argomenti preferiti da parte dei media, dei partiti, dei gruppi ambientalisti. Ne abbiamo parlato anche noi, ma in una prospettiva molto diversa, durante l’incontro su “Antispecismo e decrescita” (17 dic. 2025), la cui videoregistrazione è disponibile sul canale di PressenzaItalia, al link https://www.youtube.com/watch?v=n6ojK5BQx5U .

La questione climatica
Tutto è in qualche modo collegato, ciò vale anche per il cambiamento climatico e le attività umane, alcune c’entrano di più, altre di meno. Quando la FAO, nel 2006, pubblica Livestock’s Long Shadow, la cosa suscita molto scalpore: all’epoca si pensava che i trasporti fossero la prima causa di effetto serra, ed invece lo studio della FAO mostrò che il 18% era dovuto agli allevamenti, mentre i trasporti nel loro insieme si fermavano al 13% dell’effetto serra totale: il rapporto FAO diventa una pietra miliare sull’argomento specifico. Come se non bastasse, tre anni dopo Robert Goodland e Jeff Anhang rincarano la dose1: se si guarda all’intero ciclo della carne, bisogna correggere in più punti la FAO, portando la percentuale addirittura al 51%! Negli anni successivi gli studi internazionali si moltiplicano, proponendo percentuali che oscillano tra il 14 e il 51%: in ogni caso, più di tutti i trasporti messi assieme, qualsiasi sia il valore intermedio che si intende privilegiare. Come spiegare queste oscillazioni così tanto divaricate? La risposta più attendibile suggerisce che ciò dipende dal fatto di considerare l’intero ciclo della carne (vedi Goodland-Anhang) o solo una parte più o meno ridotta di esso: i valori possono cambiare di molto, questo è facilmente intuibile. In una prospettiva eco-sistemica, è d’obbligo mettere al primo posto il concetto di ciclo: esso infatti è molto più estensivo e copre un maggior numero di interconnessioni, che altrimenti verrebbero tralasciate. In problemi del genere, un’analitica di tipo cartesiano si rivela fortemente riduttiva e fuorviante, proprio perché finisce per cogliere solo frammenti isolati, che forniscono un’immagine fortemente distorta e mutilata della realtà, con percentuali parimenti inaffidabili, come è facile constatare nelle dispute di settore.
Tutta colpa dei combustibili fossili?
Nonostante un’ampia letteratura scientifica indipendente, che considera seriamente le responsabilità del ciclo della carne, i gruppi ambientalisti continuano ad incolpare più che altro i combustibili fossili: è sconcertante constatare che anche molto di recente, in Colombia, questo pregiudizio è stato riproposto in modo acritico, durante il convegno internazionale di Santa Marta (24-28 aprile 2026). C’era molto entusiasmo attorno a questo convegno, che doveva costituire un’alternativa alle Cop intergovernative, che da decenni si rivelano per quello che sono: enormi passerelle dispendiose, inconcludenti e parolaie. Ma questa volta, a Santa Marta, doveva essere diverso: c’erano i governi del sud del mondo, le organizzazioni della società civile, i grandi apparati dell’ecologia superficiale, i rappresentanti dei popoli indigeni, dei contadini, delle comunità locali… - facciamola finita con l’egemonia delle aziende petrolifere e dei governi inetti dei paesi ricchi – si diceva!                                                                                                                                                                 
Conclusioni? Il solito atto d’accusa astratto contro carbone, gas e petrolio, a favore delle energie rinnovabili, e l’impegno (virtuale) verso piani di transizione per l'abbandono dei combustibili fossili, che però concretamente non si vedono (e quando si vedono, fanno più male che bene: rottamare auto, caldaie, lampadine, elettrodomestici, abitazioni datate…).

Niente di nuovo rispetto al più recente passato, considerando che negli ultimi anni migliaia e migliaia di manifestazioni sono state fatte in tutto il mondo per denunciare l’immobilismo dei governi, incapaci di contrastare il caos climatico, ma poi si scade sempre nello stesso copione velleitario: si urla a più non posso contro l’incapacità delle istituzioni di fronte al riscaldamento climatico, e però non si fanno proposte operative adeguate e concretizzabili, e nemmeno si fornisce qualche buon esempio che meriti di essere imitato. Come mai? Una motivazione elementare è questa: si tratta di proposte per nulla o scarsamente credibili, proprio perché non prendono in seria considerazione la prima fonte di effetto serra. Anzi, la maggior parte di coloro che protestano in astratto contro il riscaldamento climatico, poi però consuma sistematicamente e acriticamente proprio quei cibi che ne sono la causa principale. In pratica, si dice no! al risultato d’insieme (in questo caso il riscaldamento climatico) e contemporaneamente si perpetuano di giorno in giorno le dinamiche concrete che conducono a tale esito finale: ecco spiegata in gran parte la debolezza dei gruppi ambientalisti che inneggiano alla cosiddetta “giustizia climatica”.
In secondo luogo, perché dare per ovvia la necessità di ulteriore energia (da compensare con le rinnovabili, se non con il nucleare), quando invece vi è fin troppa energia, dilapidata per gli scopi più scellerati? In una prospettiva di decrescita, non ha senso cercare di incrementare l’energia totale, perdipiù sostituendo i combustibili fossili con energie verdi: questo avrebbe senso solo in un’ottica ipersviluppista. Si tratta piuttosto di contrastare con determinazione lo spreco sistematico di energia in genere, qualsiasi sia la fonte: bisogna spiegare che vi è un eccesso di energia, ma se la sperperiamo ai ritmi attuali, essa sembra non bastare mai.   Il fatto è che lo spreco non è un fattore occasionale, bensì il cuore del sistema sviluppista: se togli il primo, colpisci anche il secondo – e di questo dovrebbe occuparsi la decrescita, invece di inseguire l’ecologia superficiale.
Come era stato segnalato in occasione di Venezia 2022 (Conferenza internazionale sulla Decrescita) nell’ottimo documento “Uscire dalle trappole economiche, tecnologiche ed emergenziali” (vedi Quaderno di Ecofilosofia n. 64 marzo-aprile 2022), le soluzioni ai maggiori problemi del nostro tempo sono spesso di una semplicità estrema e a costo zero: nel caso del riscaldamento climatico, in via prioritaria bisognerebbe ridimensionare o neutralizzare il ciclo della carne e derivati, prima fonte di effetto serra. In che modo? A titolo personale non mangiandola, naturalmente. E poiché questo non basta, perché coinvolgerebbe solo una parte minoritaria della popolazione, bisognerà non limitarsi agli appelli morali, ed organizzare una vasta campagna contro i sussidi a carne e  derivati, e spiegare il carattere parassitario ed antieconomico della filiera della carne (vedi Stop sussidi al ciclo della carne, scaricabile qui https://www.decrescita.com/blog/?stop-sussidi-al-ciclo-della-carne ). Non pare che la decrescita si sia mostrata particolarmente sensibile al tema, e questo spiega le riserve di molti antispecisti e animalisti nei suoi riguardi.  

1 Goodland, R., & Anhang, J. (2009). Livestock and Climate Change. http://www.worldwatch.org/ww.livestock .


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Guido Dalla Casa
Domenica 21 Giu 2026
Ottimo articolo. Anche se i dati della figura iniziale possono lasciare qualche dubbio, perché sembrano minimizzare il grave apporto del ciclo della carne ai guai climatici in corso: l’incidenza dell’agricoltura è ben superiore a quel 9% di gas serra, se si comprendono gli allevamenti!
Resta comunque ben chiaro che:
-L’atmosfera terrestre non può sopportare l’invasione della specie umana attuale, in particolare la presenza di oltre 8 miliardi di un Primate di 70 Kg (con un aumento di 80 milioni di umani/anno);
-Il tipo di alimentazione attuale dell’umanità aggrava notevolmente il problema;
-Gli altri Primati sono quasi-vegetariani, salvo per modeste quantità di larve di insetti;
-L’aumento esponenziale della CO2 nell’atmosfera terrestre prosegue inesorabilmente, qualunque ne sia la fonte. La concentrazione di CO2 è passata da 280 a 420 ppm dall’inizio dell’éra industriale a oggi: prima, oscillava attorno a un valore costante (280 ppm) da almeno un milione di anni, come dimostrano le bolle nei ghiacci dell’Antartide e della Groenlandia.
In conclusione:
-Solo la fine dell’intera civiltà industriale può risolvere il problema globale e riportare la Terra in condizioni vitali.
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