Vai ai contenuti
la lumaca animale simbolo della decrescita
DFSN
DECRESCITA FELICE SOCIAL NETWORK
Salta menù
DFSN
Salta menù
BLOG

Il lavoro non nobilita l'uomo

DFSN - Decrescita Felice Social Network
Pubblicato da Danilo Tomasetta in Politica e Società · Venerdì 01 Mag 2026 · Tempo di lettura 9 minuti
Tags: politicasocietàlavororedditouniversale
di Danilo Tomasetta


Primo maggio: festa del lavoro o festa dei lavoratori ? Non è affatto la stessa cosa perché per come la vedo il lavoro è una condanna che ci ruba la più grande fetta di vita. Chi difende i diritti dei lavoratori dovrebbe puntare a ridurre il più possibile il tempo di lavoro per recuperare quello dell'ozio, che per i latini aveva un significato positivo, era cioè il tempo utile per dedicarsi alle arti, alla lettura, alla conoscenza e alle attività ludiche.
Ovviamente il lavoro non è una condanna per tutti, ma i fortunati che si realizzano attraverso il lavoro sono davvero pochi: gli artisti quando riescono a vivere della loro arte, gli scrittori, qualche insegnante, gli sportivi professionisti, qualche artigiano. Per costoro il tempo speso nel “lavoro” è un tempo felice e gratificante.
Ma sono una minoranza, operai, camionisti, impiegati, magazzinieri, operatori dei call center, ferrovieri, conducenti di autobus, commessi di negozi e supermercati, venditori ambulanti, poliziotti, vigili urbani, addetti alla manutenzione di strade, reti elettriche, reti idriche, lavoratori dei grandi allevamenti bovini, suini ed ittici, ecc ecc, per tutti costoro il lavoro è un'attività ripetitiva e noiosa che ti ruba la vita.
Dunque per prima cosa liberiamoci della retorica bugiarda. Il lavoro nobilita l'uomo ?!? Quasi mai, per lo più lo limita e lo logora.

“Arbeit Macht Frei (il lavoro ti rende libero) era il motto che sovrastava l'ingresso dei campi di concentramento nazisti. Questa l'orrenda e ipocrita falsità che nascondeva cosa accadeva al di là dei cancelli. Bisognerebbe ricordarsene per riconsiderare l'etica del lavoro che ancora resiste oggi e che pone il lavoro al centro della nostra vita ammantandolo di  ingannevole retorica.
Anche l'ottima Costituzione italiana recita all'art.1 “L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro...”, capite che detta così si erge il lavoro a valore positivo in assoluto e se ne cela l'aspetto costrittivo e riduttivo della nostra libertà.
L'art.1 venne scritto così per dare peso al ruolo delle forze di sinistra che nell'immediato dopoguerra volevano sottolineare il ruolo portante della classe operaia nella costruzione della società post-fascista.
Oggi però i tempi sarebbero maturi per promuovere una drastica riduzione degli orari di lavoro, puntando sulla tecnologia, la robotica, l'automazione, la digitalizzazione e l'impiego delle AI. Questa sarebbe la vera rivoluzione del terzo millennio, che però per essere anche solamente immaginata non è disgiungibile da una più equa distribuzione della ricchezza.
Se non si parte da qui il lavoro resterà una condanna per la maggior parte degli uomini e il primo maggio festeggeremo le nostre catene, magari digitali, ma sempre catene.
Del resto anche per smitizzare il lavoro come valore positivo occorre quella stessa rivoluzione dell'immaginario necessaria a levarsi dalla testa il mito della crescita e del così detto progresso.
Un obbiettivo difficile al quale manca oggi totalmente il contributo della politica, tanto più che anche sindacati e politici della così detta sinistra parlamentare fanno l'esatto contrario di ciò che occorrerebbe, ovvero l'apologia del lavoro.

Per trovare voci fuori dal coro bisogna cercarle in altri ambiti come ad esempio quelli della canzone o del cinema.
Non so quanti ricordino il cantautore politico Enzo del Re che nel 1974 cantava “Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo, chi è veloce si fa male e finisce in ospedale ...”
Più famosa e più graffiante rispetto al mito del lavoro è la celebre canzone di Jhon lennon “Working class hero”. Altro brano dissacrante è “Maggie's farm” di Bob Dylan. Altre canzoni parlano degli incidenti e delle morti sul lavoro, fra le tante mi piace ricordare per meriti artistici “Pablo” di Francesco De Gregori (album Rimmel).
Ma forse la riflessione più bella e dissacrante sul lavoro come ladro di vita la dobbiamo a Silvano Agosti, regista, sceneggiatore, filosofo, scrittore, poeta e saggista italiano, personaggio anarchico e controcorrente, indocile e coerente fino in fondo, ma poco noto al grande pubblico.
Il ribaltamento del comune pensiero sul lavoro Agosti lo fa con due magistrali monologhi: IL DISCORSO DELLO SCHIAVO e LA KIRGHISIA.
Nel primo il lavoro emerge come gabbia mentale autoprodotta. "Lo schiavo non è chi ha la catena, bensì colui che non sa più immaginarsi la libertà." Il discorso dello schiavo è una riflessione registrata e messa in video prima del 2002.
È una feroce critica alla nostra società, un'istantanea mortificante dell'uomo che vive tra la fine XX secolo e inizio XXI.
Quello che sorprende di questa riflessione è la scottante attualità acquistata nel tempo. Il lavoro come prigione senza sbarre, il consumismo elevato a scopo dell’esistenza, il così detto benessere costruito sul furto che una piccola minoranza dell’Occidente ha perpetrato ai danni della maggioranza che vive nel resto del mondo, l’atteggiamento mentale per cui lo schiavo diventa inconsapevolmente il primo difensore delle sue catene, gli alibi che ci costruiamo per difendere un modello sociale che ci ruba la vita come fosse l’unico possibile. (Il discorso dello schiavo: https://www.youtube.com/watch?v=CWhYGNq-hKg ).
LETTERE DALLA KIRGHISIA  è invece un libro di Agosti che lui introduce in un'intervista televisiva dove ricorre allo stratagemma letterario di presentare un'utopia (la Kirghisia, paese immaginario) come fosse un luogo reale che lui dice di aver visitato. “ Qui sembra essere accaduto tutto ciò che negli altri Paesi del mondo, da secoli, non riesce ad accadere. In ogni settore, pubblico e privato, non si lavora più di tre ore al giorno, a pieno stipendio, con la riserva di un'eventuale ora di straordinario. Le rimanenti 20 o 21 ore della giornata vengono dedicate al sonno, al cibo, alla creatività, all'amore, alla vita, a se stessi, ai propri figli e ai propri simili..." (Agosti parla della Kirghisia: https://www.youtube.com/watch?v=1Usl0iaTr4Q ).

LE AI E IL LAVORO

Geoffrey Hinton, uno dei padri delle AI, sottolinea come l'intelligenza artificiale finirà per levare il lavoro ad un sacco di gente. La questione è controversa.
In molti sostengono che il ricorso all’intelligenza artificiale e ai vari strumenti che la integrano, a partire dai Large Language Model come ChatGPT o Gemini, possa garantire una riduzione del carico di lavoro per le persone che, in questo modo, avrebbero più tempo da dedicare ad altre attività, incrementando la propria produttività.
Ma c'è anche una ricerca pubblicata dalla Harvard Business Review, che porta la firma di Aruna Ranganathan e Xingqi Maggie Ye, che invece mette in evidenza una situazione molto diversa. Il ricorso all’AI, infatti, non riduce il lavoro ma arriva a intensificarlo.
Credo però che l'attenzione dovrebbe essere rivolta altrove, ovvero su come debba venire distribuito il profitto generato dal lavoro svolto dalle AI.
Per poter lavorare meno con l'aiuto delle AI occorrerebbe che il plusvalore da loro generato venisse distribuito ai lavoratori e non incamerato dai proprietari delle imprese che hanno sviluppato l'intelligenza artificiale. Dunque il problema è sempre lo stesso, quello della proprietà dei mezzi di produzione. Il mondo occidentale è lontano anni luce dal concepire il passaggio delle AI dal privato al pubblico.
Diversa la questione per l'AI sviluppata in Cina che sta vivendo una fase di crescita esponenziale, posizionandosi come un concorrente diretto e, in alcuni casi, un leader tecnologico rispetto all'Occidente, specialmente nel 2026. La strategia cinese si basa su un forte sostegno statale, una vasta disponibilità di dati e un ecosistema di innovazione rapida.

A leggere l'Antico Testamento, cioè la Bibbia, non si possono avere dubbi sulla natura del lavoro come punizione e condanna.
C'è scritto nella Genesi  (Genesi 17-19): Dio disse ad Adamo «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato del frutto dall'albero circa il quale io ti avevo ordinato di non mangiarne, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita. 18 Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l'erba dei campi; 19 mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritornerai nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai».
In confronto a questa categorica condanna la Costituzione italiana, già citata poco sopra, presenta prospettive migliori. A parte il ben noto articolo 1, gli articoli da 36 a 40 assicurano che il lavoro non sia solo un'attività economica, ma un mezzo per garantire la dignità umana e la partecipazione attiva alla vita del Paese. In  particolare l'art.36 garantirebbe il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente per una vita libera e dignitosa, oltre a stabilire il limite massimo della giornata lavorativa, il riposo settimanale e le ferie annuali retribuite.
Poca cosa rispetto ad un vero processo di liberazione dal lavoro, ma il guaio è che siamo lontani anche dagli obbiettivi minimi previsti dall'articolo 36.

Nel mondo e specificatamente in Europa è ripreso il dibattito sul reddito universale.
Il reddito universale garantito (UBI - Universal Basic Income) sarebbe una somma di denaro erogata regolarmente dallo Stato a ogni cittadino, incondizionatamente e indipendentemente dalla situazione reddituale, lavorativa o patrimoniale. È una misura volta a garantire l'esistenza dignitosa e contrastare la povertà, una misura di sostegno economico strutturale destinata a chi vive in povertà o in condizioni di disagio, finalizzata a colmare la differenza tra il reddito effettivo e una soglia minima dignitosa.
Al momento si tratta di parole in libertà, una specie di lavanderia della cattiva coscienza dell'occidente rispetto al problema del lavoro.
Qui in Italia io per il momento avanzo provocatoriamente la proposta di modifica dell'art. 1 della Costituzione.
Al posto di "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro" vorrei che ci fosse questa dicitura “L'Italia è una repubblica democratica fondata sull'emancipazione dal lavoro”. A quando il referendum ?


2
commenti
La tua opinione è importante per noi e ci aiuta a migliorare il servizio.
Scrivi una recensione

Guido Dalla Casa
Venerdì 01 Mag 2026
Sono pienamente d'accordo con Danilo sul lavoro, anche se non ho alcuna fiducia nell'Intelligenza Artificiale. Per quanto riguarda l'Articolo Uno, mi piacerebbe "L'Italia è una Repubblica fondata sul Mondo Naturale".
Da una relazione di un antropologo studioso dei Boscimani (popolo San): "...Il dato davvero impressionante è come questa modalità di vita sembrerebbe di primo acchito una delle più dure e faticose da sopportare, mentre studiando effettivamente popolazioni come i San si scopre come sia invece preferita e preferibile rispetto ad altre, dato che il tempo dedicato al lavoro è pochissimo rispetto a quello impiegato da agricoltori e allevatori, dando così la possibilità di dedicarsi ampiamente ad attività socio-culturali, e che le risorse alimentari, soprattutto quelle vegetali fondamentali, sono davvero più che sufficienti per condurre unʼesistenza tranquilla nel deserto del Kalahari. ..." (Matteo Bucalossi, 2014)
Stefano
Venerdì 01 Mag 2026
In Italia, De Masi ha martellato sulla tesi di fondo di questo articolo per decenni, inascoltato. Finché continueremo ad essere gli apostoli della religione dei consumi, nulla cambierà, temo.
DFSN BLOG
Per una riflessione sul presente e sul futuro dell'umanità
info@decrescita.com
Blog sui temi della decrescita
built by Danisax
Torna ai contenuti