Il tecnofascismo di Peter Thiel, Palantir e il potere infrastrutturale delle Big Tech
Pubblicato da Luca Oleastri in Politica e tecnologia · Sabato 30 Mag 2026 · 16 minuti
Tags: Thiel, Palantir, destra, tecnocratica, tecnofascismo
Tags: Thiel, Palantir, destra, tecnocratica, tecnofascismo
di Luca Oleastri

NOTA: pubblicato il 14 marzo 2026 su “Stultifera Navis”
https://www.stultiferanavis.it/la-rivista/il-tecnofascismo-di-peter-thiel-palantir-e-il-potere-infrastrutturale-delle-big-tech
Premessa: un fatto, non una
teoria
Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel, fondatore di Palantir,
Anduril e PayPal, ideologo della destra tecnocratica globale, ha
tenuto conferenze private a Roma, a porte chiuse, senza telefoni,
senza registrazioni. Conferenze in pratica segrete, organizzate
dall'associazione culturale ultraconservatrice Vincenzo Gioberti,
vicina agli ambienti della destra identitaria italiana.
Non era una visita turistica.
Quello che segue non è un'analisi di teoria politica astratta. È
la descrizione di un fatto concreto, documentato, verificabile, e
della risposta che quel fatto ha ricevuto dalla politica democratica
italiana: il silenzio.
Un silenzio che non è prudenza. È complicità.
Chi è Peter Thiel: non
un'opinione, ma il testo del suo saggio
Prima di analizzare il silenzio, è necessario stabilire con
precisione di cosa stiamo parlando. Perché una delle strategie più
efficaci di chi vuole neutralizzare la critica è trasformare i fatti
in opinioni, le analisi in "visioni del mondo", le
categorie politiche precise in insulti generici.
Peter Thiel ha scritto pubblicamente, con la sua firma, che
"libertà e democrazia non sono più compatibili". Non è
un'indiscrezione. Non è una ricostruzione. Non è
un'interpretazione. È una citazione diretta da un suo saggio - The
Straussian Moment - oggi bibbia di tutti i tecnocrati del
mondo. Un testo pubblicato, verificabile, disponibile a chiunque
voglia leggerlo.
In quel saggio, Thiel non si limita a esprimere un'opinione
filosofica astratta. Costruisce un'architettura teorica precisa,
attingendo esplicitamente a pensatori come Leo Strauss, René Girard
e Carl Schmitt. Quest'ultimo non è un riferimento neutro: Carl
Schmitt era membro del partito nazista, teorizzò la superiorità
della razza, e scrisse i fondamenti giuridici delle leggi di
Norimberga. Quando Thiel lo assume come riferimento centrale, ha già
abbandonato di parecchio il libertarismo delle origini ed è entrato
in un territorio intellettuale molto più specifico e molto più
pericoloso.
La visione che emerge da questo percorso teorico è semplice e
devastante: lo Stato democratico è un ostacolo obsoleto. Le élite
tecnologiche e finanziarie devono sostituirlo. Il diritto non serve a
garantire uguaglianza, ma a proteggere asset privati. La sorveglianza
non è uno strumento di sicurezza pubblica, ma di controllo del
dissenso.
Questo non è il pensiero di un libertario eccentrico. È il
pensiero di qualcuno che ha costruito, nel corso di vent'anni, gli
strumenti materiali per realizzare quella visione.
Palantir: il potere non è
astratto
Thiel non è solo un pensatore. È un costruttore di potere reale,
concreto e operativo, con aziende, contratti, sistemi di
sorveglianza, reti di finanziamento politico globale.
Palantir, la sua creatura principale, non è un’astrazione
filosofica. È una società quotata al Nasdaq che sviluppa
infrastrutture software utilizzate da governi, apparati militari e
agenzie di intelligence per integrare e analizzare enormi quantità
di dati operativi. In queste piattaforme il potere non si limita a
raccogliere informazioni: prende forma una nuova architettura
decisionale, in cui i dati vengono trasformati in modelli operativi
che orientano le scelte delle istituzioni. Ha già contratti con
istituzioni italiane ed europee. Gestisce dati. Entra nelle
infrastrutture dello Stato e nei dati sensibili di privati e aziende.
Tutto documentato, tutto pubblico, tutto negli atti.
Dire che Palantir "fornisce servizi a chi li acquista",
è come dire che i produttori di armi chimiche forniscono solo
prodotti chimici. Il problema è cosa fa Palantir, a chi lo vende
Thiel, e per quale scopo. Già di per sé, Palantir è un'idea
da 1984. Non per metafora, ma per funzione reale.
Anduril, l'altra grande creatura di Thiel, produce sistemi d'arma
e sorveglianza con contratti militari pubblicamente documentati. Il
finanziamento di Thiel a Trump, Vance, della rete di think tank
accelerazionisti, è tutto tracciabile e pubblico.
Questo è il profilo di chi è venuto a Roma a tenere conferenze
segrete nel marzo 2026.
Il potere infrastrutturale:
la nuova forma della sovranità
Il nodo più profondo di questa trasformazione non è ideologico
ma infrastrutturale. Nel XXI secolo il potere politico non si
esercita più soltanto attraverso lo Stato, le leggi e le istituzioni
rappresentative. Si esercita sempre più attraverso infrastrutture
tecnologiche private che organizzano e interpretano i dati su cui si
basano le decisioni pubbliche.
Aziende come Palantir Technologies non sono semplici fornitori di
software. Costruiscono piattaforme che integrano dati provenienti da
amministrazioni pubbliche, apparati di sicurezza, difesa,
intelligence e grandi imprese. In queste infrastrutture i dati
vengono aggregati, correlati e trasformati in modelli operativi che
orientano decisioni concrete: sicurezza, controllo delle frontiere,
gestione del rischio, allocazione delle risorse.
Quando tali sistemi diventano strutturali, il centro decisionale
non risiede più soltanto nelle istituzioni politiche ma anche nelle
architetture tecniche che organizzano l’informazione. Chi progetta
e controlla queste infrastrutture non esercita soltanto un potere
economico: esercita una forma di potere cognitivo,
perché definisce quali dati contano, come vengono interpretati e
quali scenari risultano plausibili.
In questo senso la sovranità politica tende a spostarsi dal
territorio alle infrastrutture. Non conta più solo chi governa uno
Stato, ma chi controlla i sistemi che trasformano i dati in
conoscenza operativa. È qui che il potere tecnologico incontra la
politica: non nella retorica dell’innovazione, ma nella costruzione
silenziosa delle strutture che rendono possibile governare.
Ed è proprio questa invisibilità tecnica a costituire il
vantaggio principale di questo modello di potere. Quando il governo
del reale passa attraverso sistemi opachi e altamente specializzati,
il conflitto politico diventa più difficile da percepire, nominare e
contestare. La questione non è più soltanto chi governa, ma chi
costruisce le macchine che rendono possibile governare.
Questo progetto politico ha
un nome: "fascismo"
Nel dibattito suscitato dalla presenza di Thiel, vi è
un'obiezione ricorrente: chiamarlo "fascismo" sarebbe un
uso improprio della categoria, un insulto generico riservato a tutto
ciò che non piace.
Questa obiezione merita una risposta precisa.
Non stiamo usando "fascismo" come insulto generico.
Stiamo usando una categoria politica precisa applicata a
contenuti precisi e verificabili. Thiel teorizza la
fine della democrazia liberale, la sostituzione dello Stato con élite
tecnologiche non elette, l'uso della sorveglianza per controllare il
dissenso, la concentrazione del potere in mani private sottratte a
qualsiasi accountability democratica.
Qualcuno ha proposto la categoria alternativa del
"paleo-libertarismo". Era forse corretta
per il Thiel degli anni Novanta. Ma The Straussian
Moment non è un testo paleo-libertario. È esplicitamente
schmittiano. E Carl Schmitt non è un libertario: è il teorico dello
stato d'eccezione e il giurista del Terzo Reich. Quando Thiel lo
assume come riferimento centrale, sta uscendo dal libertarismo ed
entrando in qualcosa di molto più specifico.
La filosofa Donatella Di Cesare ha dedicato un intero
libro a questa analisi: Tecnofascismo. Non è
un testo di pamphlet politico, è un'opera filosofica rigorosa che
analizza esattamente questo fenomeno: la concentrazione autoritaria
del potere attraverso la tecnologia, la sostituzione della politica
democratica con la governance tecnocratica, l'uso della sorveglianza
come strumento di controllo sociale.
Ha un nome, questo progetto politico. Si chiama fascismo.
Tecnologico, sofisticato, ben vestito, ma fascismo. Non arriva con
le camicie nere e il manganello. Arriva con i contratti, con i dati,
con i finanziamenti, con le conferenze segrete. Ma il progetto è
sempre lo stesso: smontare il sistema democratico dall'interno.
La Costituzione italiana e
il limite della tolleranza
In un paese democratico, la difesa della democrazia non è solo un
valore politico, è un obbligo costituzionale.
La Costituzione italiana è esplicita su questo punto. La XII
disposizione transitoria e finale vieta esplicitamente la
riorganizzazione del partito fascista. L'articolo 49 tutela il
pluralismo dei partiti nell'alveo dell'ordinamento democratico. E il
sistema costituzionale nel suo complesso prevede limiti alla libertà
di espressione quando questa minaccia l'ordine democratico.
Un fascista palese che viene in Italia a predicare la fine della
democrazia non dovrebbe essere il benvenuto in un paese la cui
Costituzione vieta esplicitamente la riorganizzazione del fascismo.
In Europa, Thiel dovrebbe essere persona non gradita, a cui rifiutare
a priori il visto di ingresso in quanto tale.
Questo non è un ragionamento illiberale. È il contrario. Karl
Popper, che aveva formulato il paradosso della tolleranza, lo aveva
già risolto: una democrazia che non si difende dai propri nemici non
è robusta, è suicida. La tolleranza non può estendersi a chi vuole
eliminarla.
Il silenzio: tre ipotesi,
tutte catastrofiche
Eppure da PD, M5S e da tutti i partiti che si definiscono
democratici - e neppure necessariamente di sinistra - silenzio
totale. Nessuna manifestazione, nessuna mobilitazione, nessuna
denuncia pubblica degna di questo nome. L'unica reazione è stata una
interrogazione parlamentare di AVS, irrilevante, rimasta senza
risposta, forma minima e più innocua della protesta istituzionale,
quella che non disturba nessuno e non cambia assolutamente nulla.
Il fatto che nessun partito abbia alzato la voce significa una di
queste tre cose, o tutte e tre insieme.
La prima: non capiscono cosa sta succedendo. È analfabetismo
funzionale del potere che non riguarda solo la comprensione del
testo, ma la comprensione del sistema. Nel 2026, non sapere chi è
Thiel, cosa fa Palantir, cosa significa The Straussian
Moment, non è più ignoranza involontaria per chi fa politica.
È una scelta. Gli strumenti per sapere esistono: libri, articoli,
analisi. Esiste una intera biblioteca italiana su questi temi - Di
Cesare, Napoleoni, Mulieri, Galli, Doda, Morozov, il collettivo
Ippolita. Tutto pubblicato, tutto disponibile, tutto accessibile. La
sinistra italiana non ha scuse culturali. Ha solo scuse politiche.
La seconda: capiscono ma hanno paura. E la paura in politica si
chiama vigliaccheria.
La terza: capiscono, non hanno paura, ma pensano di poter
negoziare un posto sull'arca. Il PD ha governato mentre Palantir
entrava nelle istituzioni italiane. Contestare Thiel significa
contestare il sistema finanziario globale con cui la sinistra
italiana ha fatto pace da vent'anni. Costerebbe rompere relazioni,
perdere finanziamenti, avere nemici veri invece di avversari
televisivi.
In tutti e tre i casi il risultato è lo stesso: silenzio complice
mentre la democrazia viene smontata pezzo per pezzo. Qualunque delle
tre sia la risposta, è una catastrofe. Perché la democrazia non
muore solo quando arriva il tiranno. Muore quando chi dovrebbe
difenderla smette di crederci abbastanza da rischiare qualcosa per
farlo.
Il confronto con le altre
battaglie: la misura del fallimento
Per comprendere la gravità di questo silenzio, è utile un
confronto con la storia recente della mobilitazione politica e civile
italiana.
In Italia si è scesi in piazza per il ddl Zan, che non è mai
diventato legge. Per il green pass. Per la TAV. Per Berlusconi e il
conflitto d'interessi. Per la guerra in Iraq. Per il G8 di Genova.
Decine di "no" a questo o quello, seguiti da grandi
manifestazioni.
Tutte battaglie legittime. Ma nessuna di esse toccava la radice
architettonica del potere come la fa Thiel e la rete che rappresenta.
Eppure su Thiel tutti muti.
L'obiezione più comune a questa constatazione è che Thiel è
"troppo complesso" per mobilitare una piazza, astratto,
tecnico, invisibile ai più. Ma questo è precisamente il suo
vantaggio competitivo. Ha costruito un potere che non si vede, non si
tocca, non fa notizia, e agisce mentre tutti guardano altrove. Questo
non giustifica nessuno. Perché compito della politica, e
dell'intellettualità pubblica, anche essa muta, sarebbe esattamente
il rendere visibile ciò che è stato reso invisibile by design, per
tradurre la complessità in urgenza percepibile.
Lo si è fatto per cose ben più complesse. E ora si vuole
sostenere che "è troppo complesso" uno che dice "libertà
e democrazia non sono più compatibili"?
Marco Pannella e il compito
della politica
C'è un esempio storico che la politica italiana sembra aver
completamente dimenticato: Marco Pannella e i Radicali.
Pannella ha fatto battaglie per decenni su temi che il 99,9% degli
italiani non capiva, non conosceva e non sentiva urgenti. Il
divorzio, l'aborto, la giustizia, l'Europa federale, i diritti
civili; temi incomprensibili ai più, almeno all'inizio. Lo ha fatto
con il corpo, con i digiuni, con i sit-in, con le azioni clamorose,
con la parola instancabile. Perdeva quasi sempre in parlamento. Ma
non smetteva di parlare, di agire, di rendere visibile l'invisibile.
Non aspettava che la massa fosse già consapevole. Rendeva
consapevole la massa agendo. Nel lungo periodo ha vinto battaglie che
sembravano impossibili.
Questa è la differenza tra una opposizione che fa il suo mestiere
e una opposizione che tace perché tanto non cambia nulla. La prima
costruisce consapevolezza, nomina il problema, mette agli atti che
qualcuno ha visto e ha detto. La seconda non è opposizione. È
ributtante arredamento parlamentare.
Il silenzio di oggi non è tattica. È resa. E Pannella, oggi, si
rivolta nella tomba.
Il problema non è solo
italiano
Sarebbe sbagliato ridurre questa analisi a un problema italiano.
Il silenzio davanti a Thiel non è una patologia esclusiva della
politica italiana; è una patologia della politica democratica
europea nel suo complesso.
Thiel non ha bisogno di vincere elezioni. Non ha bisogno di
conquistare il consenso popolare. Ha bisogno solo che nessuno
organizzi una resistenza culturale e politica credibile mentre lui
opera. E su questo, obiettivamente, sta prendendo vantaggio, non per
la sua forza, ma solo per il vuoto che trova davanti.
Il modello è quello descritto da Otti Vogt su Stultiferanavis nel
gennaio 2026: "non si tratta di dazi o commercio, si tratta di
potere. È un colpo di stato digitale - le élite tecnologiche stanno
dirottando non solo il valore, ma anche l'architettura stessa
dell'ordine. Il loro obiettivo non è l'innovazione - è il
controllo."
La velocità è essa stessa un'arma politica. Quando tutto cambia
più velocemente di quanto si riesca a nominare, la risposta naturale
è il torpore, non per stupidità o vigliaccheria, ma perché il
sistema cognitivo ed emotivo viene deliberatamente sopraffatto.
È una feature, non un bug.
Il potere tecnocratico si muove alla velocità dell'algoritmo. La politica democratica si muove alla velocità delle istituzioni. E nell'attesa che i meccanismi democratici si adattino, le infrastrutture vengono consolidate, i contratti firmati, le dipendenze create.
È una feature, non un bug.
Il potere tecnocratico si muove alla velocità dell'algoritmo. La politica democratica si muove alla velocità delle istituzioni. E nell'attesa che i meccanismi democratici si adattino, le infrastrutture vengono consolidate, i contratti firmati, le dipendenze create.
La resistenza è possibile,
ma richiede onestà
Questo non è un testo catastrofista. La consapevolezza di quello
che sta accadendo cresce, lentamente, insufficientemente, ma cresce.
Esiste una letteratura italiana e europea seria su questi temi.
Esistono reti di intellettuali, giornalisti, ricercatori che lavorano
per rendere visibile l'invisibile. Esistono esperienze di resistenza
culturale organizzata.
Ma la resistenza culturale ha bisogno anche di presidi nei
territori occupati, non solo di isole libere. Ha bisogno di una
politica che nomini il problema ad alta voce, che lo combatta con
strumenti reali, che mobiliti chi ancora non ha capito cosa sta
succedendo.
Il problema non è che mancano gli strumenti concettuali. È che
chi ha il microfono istituzionale non lo usa. E finché la politica
non lo fa, Thiel vince per abbandono.
La domanda che si dovrebbe porre la politica italiana, e non solo
quella di sinistra, ma qualsiasi forza che si definisca democratica,
non è "perché non abbiamo fatto una manifestazione contro
Thiel". È una domanda più dolorosa: a cosa serve
un'opposizione che non riesce a nominare il potere reale che la
circonda?
Conclusione: il silenzio
agli atti
Thiel è venuto a Roma. Ha predicato la fine della democrazia. Ha
tenuto conferenze segrete. È ripartito.
I partiti democratici italiani hanno taciuto.
Questo articolo è un tentativo di mettere agli atti che qualcuno
ha visto e ha detto. Non è sufficiente. Ma è l'unica cosa che non
dipende da loro.
In una stanza dove ci sono nove fascisti e uno che sta zitto e non
dice nulla, è una stanza con dieci fascisti.
Il silenzio non è neutro. È una scelta. Ed è una scelta che ha
conseguenze, non domani, non tra dieci anni, ma adesso, mentre le
infrastrutture vengono consolidate, i dati acquisiti, le dipendenze
create, le democrazie svuotate dall'interno.
Il silenzio non è prudenza.
È complicità.
Ed è una ributtante vergogna
È complicità.
Ed è una ributtante vergogna
Riferimenti:
- Peter Thiel, The Straussian Moment (2007)
- Donatella Di Cesare, Tecnofascismo (Einaudi, 2022)
- Loretta Napoleoni, Tecnocapitalismo. L'ascesa dei nuovi oligarchi e la lotta per il bene comune (Meltemi, 2025)
- Costituzione della Repubblica Italiana, XII disposizione transitoria e finale; art. 49
- Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici (1945)
- Otti Vogt, We do not consent: A European Refusal of the Silicon Valley Worldview, Stultifera Navis (gennaio 2026)
- Donatella Di Cesare, Tecnofascismo Einaudi, 2025
- Loretta Napoleoni, Tecnocapitalismo. L’ascesa dei nuovi oligarchi e la lotta per il bene comune Meltemi, 2025
- Alessandro Mulieri, Tecnomonarchi Donzelli, 2025
- Evgeny Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio Coice, 2017
- Eric Sadin, Le Désert de nous-mêmes L'echappee, 2025
- Eric Sadin, Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune Luiss University Press, 2022
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